
Sul “che fare?” pesa la constatazione che
tutta la vitalità esistente nella Chiesa al di fuori dei percorsi ortodossi
soffre dall’essere chiusa nel proprio
gruppo o nel proprio specifico. Pochi si pongono il problema di
iniziative o di network che propongano
in modo sistematico ed efficace un punto di vista
diverso all’opinione
pubblica cattolica con strumenti che
cerchino di essere efficaci e che non siano solo di testimonianza.
Questo è uno dei problemi e dei limiti che abbiamo. Non si riesce a fare
un’azione “politica” all’interno della Chiesa. Per dirla in breve il disagio
esistente non si organizza. Si aspettano tempi migliori, ci si separa in gruppi
di interesse specifico o di ricerca biblica o
teologica, si resta nelle strutture per
necessità di cose cercando di fare del proprio meglio oppure si sbotta quando
non è possibile fare diversamente ma senza ancora un progetto che diventi
collettivo nel proporre ”non una nuova Chiesa ma una Chiesa nuova” che faccia
un passo indietro sulla scena mediatica e politica ed
un passo in avanti nella pastorale dell’ascolto e dell’accoglienza.
Questa è la
situazione. I tempi per un nuovo protagonismo dei cattolici democratici e
“conciliari” nella società e nella Chiesa non potranno che essere medio-lunghi, è inutile illudersi. Ma
si tenga presente che nel mondo cattolico i fermenti agiscono, a volte, in
profondità e silenziosamente per poi venire a galla in modo rapido ed
imprevisto. Ciò avvenne, per stare alla storia recente, con il Concilio
Vaticano II (che ha fatto seguito alla violenta campagna antimodernista). Oppure può essere la storia civile e politica che
costringerà
Vittorio Bellavite, per Micromega .
giugno 2007,
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