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Ancora donne. L'altra "metà del cielo" esplorata e discussa da sempre, la cui
parità con gli uomini,
tuttavia, è ancora conquista difficoltosa, contiene al suo interno una
"nicchia", quasi un'icona dal velo sottile della quale si parla di rado ed in
modo particolare. Sempre donne, ma non comuni: suore e monache dei tantissimi
Ordini religiosi, fuori dal "secolo", in un sogno trascendente, nella realtà
altra dei monasteri e conventi, in una vita "diversa" di preghiera e di attività
sociale e missionaria.
L'immaginario laico o religioso si è formato, su questo mondo femminile separato, quasi esclusivamente sulla letteratura o sulla cinematografia. Sono, così, certamente appassionanti le figure tormentate della monaca di Monza o della "Monaca" di Diderot, entrambe forzate dalle famiglie a varcare, senza vocazione, la soglia del monastero: le Carmelitane di Bernanos e perfino l'infelice Suor Giovanna della Croce del bel romanzo di Matilde Serao, strappata alla sua accettatissima vita di "sepolta viva" dalle leggi post-unitarie di fine ottocento. Meno in luce l'aspetto fattivo di questo mondo, dalle cinquecentesche Badesse, vere e proprie "manager" di enormi strutture conventuali, alle sante fondatrici di nuovi Ordini e monasteri, quali la grande Teresa d'Avila o Madre Teresa di Calcutta. Donne di altissimo valore, comunque escluse dalle gerarchie più alte della Chiesa.
Si è
sempre parlato e scritto di loro, comunque, privilegiandone le conflittualità e
i disagi, le cadute nell'amore "terreno", le difficoltà di un cammino, scelto o
imposto, di rinuncia e di obbedienza, la fattività eroica ed operosa. Insomma
tutte quelle qualità "profondamente femminili" che il mondo può accettare anche
da donne che non hanno seguito il previsto "ruolo" naturale. Ci si aspetta da
loro la serenità, il silenzio dei chiostri. Le "tentazioni" che aggiungono
umanità e le sofferenze appartengono al passato di altri secoli ed alla
letteratura storica.
Crea, così, sconcerto ed orrore, il fatto straordinario e drammatico narrato
dall'ultimo libro di Andrea Camilleri, "Le pecore e il pastore". E' l'autore
stesso che si racconta e scopre qualcosa di inatteso: nella nota a piè di pagina
di un libro che ha preso a leggere, si incontra con un sacrificio umano, un
arcaico patto di sangue, un "suicidio" di massa messo in atto da donne
consacrate: l'"auto-strage" dimenticata di dieci monache, scelte tra le più
giovani e sane, avvenuta nel 1945 nel Convento del S.Rosario di Palma di
Montechiaro, nei pressi di Agrigento.
Si tratta di un giallo storico, di lucidissima investigazione "dialettica", alla
quale l'autore prende parte sgomento.
Il punto di partenza è un libro di cronache della Sicilia relativo agli anni difficili e densi di avvenimenti successivi alla fine della seconda guerra mondiale. In primo piano vi è la lotta al latifondo condotta non soltanto dall'emergente Partito Comunista nei suoi dirigenti locali più appassionati (alcuni dei quali prontamente ammazzati) ma anche dal vescovo di Agrigento Monsignor Giovanni Battista Peruzzo, il "vescovo dei contadini". Una figura autentica di cristiano che, conseguente ai valori del messaggio evangelico fortemente intriso di socialità, si era posto a servizio dei deboli e degli abbandonati, contro gli agrari e contro "quella struttura di peccato" che era il latifondo incolto. In una tranquilla sera d'estate, un colpo di fucile vorrebbe porre fine alla sua fortissima azione di contrasto.
Il vescovo è ferito gravemente. Rimarrà per giorni in pericolo di vita. La polizia riesce ad individuare soltanto l'esecutore materiale dell'attentato, mentre i "noti" mandanti rimarranno ignoti. E il "fattaccio" straordinario dell'agguato ad un uomo di chiesa viene "rubricato"come atto di vendetta personale. Dai piccolissimi caratteri di una nota, dunque, emerge per caso l'altra terribile situazione conseguente il ferimento di Monsignor Peruzzo.
Questo il testo della nota: «Nella lettera del 16 agosto 1956 l'Abadessa suor Enrichetta Fanara del monastero benedettino di Palma di Montechiaro così scriveva a Peruzzo: "Non sarebbe il caso di dirglielo, ma glielo diciamo per fargli ubbidienza... Quando V.E. ricevette quella fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offrì la vita di dieci monache per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l'offerta e il cambio: dieci monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro beneamato pastore"».
Le domande che si pone l'autore sono molte, molti sono i vuoti ed i misteri della storia: la sua unica traccia concreta è il testo della piccola nota in un mare di cronache del tempo. Superati con difficoltà l'orrore e la sorpresa, ma soprattutto la spinta ad un commento acre, non può mancare una considerazione rapidissima. Gli errori e le false valutazioni della ragione per quanto grandi, gli stretti margini del sogno che spesso la mente consente, sono lontani anni luce, preferibili e senza dubbio più umanamente sani rispetto alle aberrazioni di qualsiasi fede, religiosa o politica, ciecamente totalizzante fino ed oltre l'esaltazione, fino alle conseguenze estreme dell'auto-distruzione individuale e purtroppo del disastro morale e fisico di interi popoli.
Rosanna Pilolli, www.pontediferro.org
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