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Il
silenzio che si fa parola nuova
Il silenzio risponde quasi sempre ad un atteggiamento di difesa.
Spesso non consiste in un vero e proprio tacere, ma in un dissimulare,
un tener nascosta, alterandola, la verità, ma anche far finta di
approvare, non esprimere il proprio giudizio quando contrasta con quello
degli interlocutori, eccetera.
Questo tipo di silenzio ha molta somiglianza con il parlare senza dire
un bel nulla del proprio pensiero, forse per il semplice motivo che non
se ne ha uno, o perché è più comodo adagiarsi sui luoghi comuni,
invece di interrogarsi autonomamente.
Oggi pare che gli unici benpensanti siano quelli che dicono NO decisi su
argomenti, per parlare dei quali ci vorrebbe un'informazione plurima
(attinta a più fonti, di diverse tendenze). Sicché, accodandosi a
coloro che ne parlano in una certa cerchia, si può parlare ore e non
dire niente di nuovo; il che è come, o peggio del tacere.
Esemplifichiamo.
No-global? Bravo chi si mette
a studiare a capofitto per capirne qualcosa. Davvero il mondo è
peggiore perché globalizzato? E basta dire, gridare NO?
No assoluto alla guerra?
Speriamo di essere nelle condizioni di poterlo affermare…
Case chiuse per le prostitute?
Facile dire: aboliamo il male alla radice; ma è mai possibile che
un'urgenza come quella delle nuove schiave di oggi, non debba farci
trovare una via diversa che non sia né moralistica, né scandalistica,
e via di seguito? Non cessiamo di cercare, cercare ancora. Si studia la
sessualità, e non si sa come fare per gestirla senza danno per le
persone (di entrambi i sessi)!
No a questo potere istituzionale
della Chiesa, contro il quale creare una comunione fraterna,
antipatriarcale e antimaschilista? Inutile dirlo in conventicole.
Bisogna avere il coraggio di dire la propria verità, soprattutto se a
collaudarla c'è l'esperienza personale, sofferta, sbloccata dalle
pastoie degli inutili ripiegamenti e ripieghi.
Si potrebbero moltiplicare gli esempi. Ma almeno teniamo un punto fermo:
il gridare una verità o il
ripeterla a iosa, è un NON-DIRE. Perché
la
parola che rompe il silenzio dissimulatore o vuoto di idee o
impotente alla prova dei fatti,
è
quella scaturita dalla riflessione, dalla lealtà con se stessi,
dalla volontà di dar voce a chi non riesce ad emergere dalla
sofferenza.
Il silenzio "buono"
crea la parola giusta al momento giusto. Ne è artefice chi è
abituato ad un continuo dialogo con se stesso prima che con gli altri;
affinché il confronto e il
dialogo esteriore sia generato nello spirito di preghiera (preghiera che
non è da archiviare come non-laica).
Oh che noia le nostre stanche ripetizioni di discorsi "fatti"!
C'è urgenza della parola che crei un nuovo, anche piccolissimo,
originale contributo alla ricerca della verità. Per arrivarci, è vero,
ci va tutta una vita.
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