Perché ci intriga il parlare di diversità

 

Penso che si rifletta meno di quanto si pensi sulla diversità. Il fatto che l'omosessuale sia considerato un diverso, inaccettabile da un punto di vista morale, sociale, ecclesiale, inasprisce il dolore di chi deve, prima di tutto, accettare se stesso. Infatti non è facile nemmeno per i cosiddetti normali accettarsi se gli altri non li accettano.

Io penso che ogni diversità sia normale se trattata con l'attenzione che merita ogni persona. Penso a certe anomalie che ho visto dileggiare; penso al ribrezzo che talvolta si prova per certe persone trasandate e quasi abiette.  

Qui entra in gioco il nostro essere cristiani veri o solo anagrafici. Nessuno può giudicare, tranne Dio. Anche la gerarchia ecclesiale, prima di ispirarsi al diritto canonico o ad una direttiva del Magistero, ha da ascoltare la sua coscienza, da educare sempre a vedere l'umano per quello che è, senza preconcetti di sorta. Ripeto: abbiamo il dovere assoluto di non giudicare, anzi di preferire chi ha bisogno di recuperare ciò che gli è tolto dall'opinione pubblica ed ecclesiale. Non c'è differenza tra l'accettazione che dobbiamo avere nei riguardi, ad esempio, di un bisognoso e quella da mantenere - pubblicamente - nei riguardi del "diverso" per antonomasia. Accettare significa non: tollerare, ma assumere (ad-cipio = prendo presso di me) l'altro, considerandolo un altro se stesso. Se questo non avviene è per difetto di umanità; c'è qualche cosa che non funziona, c'è un'anomalia nella persona di chi discrimina. Facciamo conto di avere di fronte un altro tipo di persona: quella di un peccatore, ad esempio un omicida volontario. Ritenersi superiore, è maggiore colpa di chi ha così gravemente mancato. Perché non c'è colpa che offenda Dio più della mancanza di amore.

Ma c'è un'insidia perversa. Se l'altro ostenta, fa una bandiera della sua diversità, disprezzando chi lo disprezza, allora ci troviamo di fronte al capovolgimento della situazione, e siamo noi a desistere dal prendere parte di azioni di ostentazione, che davvero non condividiamo. Ma sarebbe cosa buona rifletterci: si tratta di un fatto di superficie; si tratta di atteggiamenti psicologicamente comprensibilissimi: che vanno curati con l'amore e solo con l'amore. Perché dovremmo aborrire l'orgoglio di queste persone, usato come ritorsione contro la discriminazione subita?

Dove voglio arrivare?

Noi "Donne contro il silenzio" abbiamo come dovere prioritario essere dalla parte di chi non può parlare... Dobbiamo dar loro voce.

E se poi urlano?

Urleranno fino a quando le persone non si sentiranno risarcite con l'amore per ciò che hanno subito.

Non siamo per il permissivismo. Ma la nostra medicina è solo questa; non ne conosciamo altra. Lungi dall'usarla per cedimento e per debolezza, ce ne serviamo sentendone il dovere.

Non c'è ideale che tenga a giustificare la nostra scelta. Noi - siamo o non siamo soggetti in causa - dobbiamo lasciare questa scia di amore incondizionato là dove giungiamo a lambire la (sana) sacralità che ogni persona custodisce come segreto del suo essere. Anzi dobbiamo dire grazie alla possibilità che ci viene offerta quando altri chiede comprensione, sia col suo silenzio sia col suo grido di rivalsa o di ribellione o di nudo dolore.

Se mancano, o sono poche, le persone che lo fanno, la causa è da ricercare in noi. Che dobbiamo inventarci il modo più giusto per meritarci quanto ci proponiamo.

Ausilia