Elena Lowenthal, Eva e le
altre, Letture bibliche al femminile, Bompiani Overlook, Bergamo 2005, pp.
336 € 17,00
1.
Premessa
Così introduce Elena Lowenthal, celebre scrittrice ebrea
contemporanea: In queste pagine non c’è alcun rigore: non nell’attinenza
filologica, né nel metodo di studio. C’è il frutto di un arbitrario esercizio
di passione. Questi non sono saggi, sono soltanto impressioni di lettura:
occhio che si ferma là dove la parola lo trattiene.
Tenere presenti queste affermazioni aiuta a farsi contagiare
dallo stesso esercizio di passione.
Siamo di fronte ad una grande conoscitrice della parola ebraica, animata dalla divina voglia di comunicare un’esperienza di lettura biblica che l’accompagna da anni.
Se la mistica
unione fa entrare nella dimensione fontale dell’essere, propria del Creatore,
chi si esercita a penetrare nella struttura intima della parola a
partire dall’attimo in cui si genera, si avvia al contatto con
E’ per questo motivo che
E. Lowenthal lo fa con naturalezza estrema, essendole congeniale una lingua nella quale è contenuta la storia e l’essere stesso del popolo a cui lei appartiene. E di cui noi siamo eredi. Non è quindi di poco conto l’opportunità che il libo ci offre.
Contrariamente a quanto il titolo ci indurrebbe a
ritenere, non è il cosiddetto femminile ad aprirci nuovi squarci di
lettura biblica. A meno che non si veda nel termine (femminile) una
proprietà di cui sono privi esegeti, anche tra i più grandi, che nello scavo
dentro la parola cercano conferme e piste da percorrere in vista di trovare un
collaudo al deposito della verità rivelata, visto quasi come un blocco unitario
esaustivo, definito e definibile. E se invece
Proprio per questo tipo di uso del femminile, al ritratto di alcune personalità bibliche, facciamo precedere alcuni spunti che l’Autrice ci offre sul tema della terra.
Pugno di terriccio, foggiato alla bell’e
meglio e dotato di un alito impalpabile di vita, l’uomo è legato alla terra da
vincoli complessi… Il genere umano ha radici, e queste radici stanno dentro la
terra (p. 96). il destino dell’uomo pencola fra l’avventizia causalità del
grumo di fango raccolto da terra e la lungimirante determinazione di drastico
suggello della creazione, meccanismo cosmico che innesca o asseconda il
muoversi del tutto (p. 99).
Questo
legame alla terra è sostanziale per l’essere umano; lo avvinghia ad essa
tramite le radici, come una pianta. Né mai egli dovrà dimenticarsene, nemmeno
quando la trasgressione segnerà il primo passo di distanza dalla sua matrice;
passo necessario per guardarsi e gestire l’infinita sete di conoscenza in
autonomia. Infatti l’acquisita originalità
individuale, lo trasporterà, in fuga sul dosso del tempo, verso l’ignoto
indefinito.
Mi si permetta di chiosare attraverso una
suggestione che mi è pervenuta tramite una mistica vivente, ignara di una
terminologia filosofica adeguata ad esprimere il nesso tra tempo ed eternità,
tra spazio limitato e infinitezza. Così lei, Angela Volpini, si esprimeva: «mi
capita di usare poco il termine eternità; al contrario mi piace molto parlare
di infinito; sento che questo ci appartiene già da ora, nel tempo; e che, dopo
la morte, ci farà immergere in Dio in una durata senza fine, perché mai la
separazione dalla condizione terrena sarà totale». Ebbene, nel
commento biblico, che fa
Mangiando il frutto proibito, è come se i due esseri perdessero le
radici, la natura di pianta incastonata nella loro storia sino a quel momento.
Quell’assaggio è simile a una separazione, a un divorzio (p. 100). Il peccato
le [ad Eva] conferisce la dignità di creatura singola, dotata di un nome e un
pronome che prima non aveva (p. 109). «Sì, polvere sei e in polvere
ritornerai», è davvero una condanna o piuttosto un attestato?… La polvere è un
inevitabile richiamo alla materia grezza (p. 110). Se non fosse stato per
quell’assaggio, l’umanità sarebbe rimasta un esemplare insopportabilmente
eterno e sempre uguale a se stesso 113. La conoscenza è lo strumento per
affrontare la morte (p. 114). La trasgressione è un impulso di sfida che sembra
voler dire: «Dio, non ci piace l’eternità che ci hai dato. Ne vogliamo
un’altra, diversa»…. E’ proprio la mortalità a dichiarare che possiamo
conoscere all’infinito … (p. 117).
Se
la terra rappresenta l’indistinta materia su cui lo spirito di Dio alita il soffio
di vita, il cibo, soprattutto se ottenuto nella situazione di penuria, ha una
doppia provenienza che ben si presta al simbolismo della duplice natura umana.
Il miracolo della manna rivela la presenza di un Dio che guida in maniera
mirabile i processi naturali, piegandoli al fine di soddisfare i bisogni
elementari dell’essere umano. E, se la terra è parabola della mortalità, la
manna è parabola della misura da dispiegare nell’uso dei prodotti della terra.
La parola ebraica «teva» indica appunto la natura coniata, «stampigliata» da un ordine divino
concreto.
Quale?
[Lo
si potrebbe tradurre in questi termini:] «attenti alle misure. Né troppa
[manna] né poca per ciascuno, e che non ne avanzi»… Non egualitarismo, bensì
equa distribuzione a misura del bisogno (p. 142). «Non conservatene!»… una
lezione di insicurezza (. 149). Sera e mattina. Quaglie e manna. Niente domani.
Soltanto l’oggi. Tranne che venerdì (p. 151).
Dio non vuole un essere umano
disincarnato. Il rapporto radicale con la terra non significa né bieca soggezione né superiorità, ma
equidistanza da unilateralismi. E’ affidato all’uomo il compito di ricomporre,
disciplinandolo, quel dualismo di base, originato dall’alterità creaturale,
avvertito come frattura esistenziale nel momento della trasgressione.
Volendo
prendere fior da fiore dal volume della Lowenthal, ci fermiamo su un altro tema
ricorrente: la sterilità, contrastante in maniera macroscopica alla promessa di
una ricca benedetta progenie. Lascia perplessi l’agire divino: promette ciò che
nega; e chi ha riposto tutta la sua fiducia nel Dio della storia languisce in
un dolore senza fine. Finché Lui si commuove e cede alle suppliche.
Perché
tutto comincia con la «bet? «Bet» è soltanto la seconda consonante dell’alfabeto…
si concede solo a ciò che la segue… E’ varco del futuro (p. 13). In ogni luogo in cui è detto che a lei «non»,
a lei poi «fu»; ogni volta che nella Bibbia si legge che una donna è sterile,
«‘aqrah» ,
questa poi s’ingravida (p. 16).
«Un giorno, passando da un luogo a un altro,
trovai un vecchio, il quale domandò: “Rabbi, come mai i costruttori di case in
Israele sono serrati di figli? Io risposi: “Perché il Santo, sia Egli
benedetto, li ama di un amore perfetto, da loro trae gioia e li tempra affinché
moltiplichino le loro suppliche di pietà al loro cospetto”»… Perché mai si
ripete, con monotonia estenuante, sempre la stessa storia di donne che non
riescono ad essere gravide? (Tanna debe Eliyahu Rabbah, cap. 18; p. 14).
C’è,
in questo, tutta una pedagogia divina. I figli si vedono, sono palpabile
prodotto della stirpe; ma Dio lo si dovrà scoprire là dove una mancanza
naturale stigmatizza la più penosa condizione: l’arresto della traiettoria
storica che assicura un futuro di benedizione. Senza figli non si raccoglie un
popolo attorno ad un’identità in divenire. O dobbiamo accettare la tesi che Lui
ama ricevere suppliche, le quali testimonino una fiducia incondizionata nella
Promessa?
Sulla
scia delle considerazioni della Lowenthal, si può asserire che la donna sterile
porta il suo contributo alla Promessa, prima e più ancora che nella carne,
nelle profondità del suo cuore. Non c’è lamento che non sia accompagnato da un
atto di fiducia in Colui che traccia un cammino nella fede, nella speranza,
nell’amore. E parole come queste ultime tre non hanno nulla di ripetitivo, come
avviene per il battito del cuore umano.
Sullo stesso versante ci porta l’altra domanda: perché sulla sterile è necessario il prodigio perché divenga capostipite di un popolo benedetto, proprio mentre concubine e schiave figliano in abbondanza? L’Autrice osserva che le donne le quali procreano non fanno storia… Invece là dove le radici sono strappate, c’è storia. E quando, come nel caso di Anna, il figlio sarà donato al Tempio, è come se questi dovesse attingere altre radici dal Dio della promessa:
Dio promette ad Abramo un’abbondanza che
sembra estremamente remota, scarseggiando così la stirpe… «Ti moltiplicherò…,
farò di te il padrone di questa terra dove tuttora soggiorni» (p. 22). Sara ha novant’anni… [All’annunzio della
sua gravidanza] ci ride sopra (p. 23). Dopo la morte di Sara, Abramo si prende
Chetura, donna senza storia e senza memoria e senza voce, e con lei genera una
moltitudine di figli anonimi o quasi (p. 25).
La più bella storia di maternità in tutta
Ci
sono altre storie simili. Ma forse dà senso unitario al mistero della presenza
nascosta ed operante di Dio nella storia la cosiddetta teofania del silenzio:
Il cosmo è pieno di silenzio… Nella Bibbia, il
silenzio è la musica di una teofania minore. Dio parla a Mosè dentro un roveto
che ardendo non può fare a meno di crepitare fastidiosamente, rimbomba nel
tuono di un mare che s’apre conducendo i figli d’Israel fuori dalla schiavitù
dell’Egitto, con voce stentorea rivolge ad Abramo i suoi mille, impossibili
comandi. Urla per bocca di tanti profeti attanagliati dalla disperazione.
Questa rivelazione che tace sottile è forse la cosa più sincera fra tutte
quelle che Dio ha elargito all’uomo attraverso
Ausilia Riggi