Femminicidio

da: www.giuristidemocratici.it

 

 

Parlando di femminicidio si vuole includere in un’unica sfera semantica di significato ogni pratica sociale violenta fisicamente o psicologicamente, che attenta all'integrità, allo sviluppo psico-fisico, alla salute, alla libertà o alla vita della donna, col fine di annientarne l'identità attraverso l'assoggettamento fisico o psicologico, fino alla sottomissione o alla morte della vittima nei casi peggiori.

 

Questo perché la violenza sulle donne può manifestarsi in forme molteplici, più o meno crudeli, più o meno subdole, e non è detto che lasci sempre marchi visibili sul corpo: essa infatti può provenire non solo dall’uomo, ma anche dalla società, che la favorisce o in taluni casi la provoca attraverso le sue discriminazioni, i suoi stereotipi, le sue istituzioni.

 

Il femminicidio quindi è un fatto sociale: la donna viene uccisa in quanto donna, o perché non è la donna che l’uomo o la società vorrebbero che fosse.

Questo, nonostante la cronaca veda crescere incessantemente e a dismisura il numero di donne vittime di violenza, è difficile da concepire, da ammettere, da razionalizzare, da accettare, in una società democratica, “civilizzata” e culturalmente avanzata come la nostra, dove le “questioni affettive, familiari e di coppia” vengono relegate a una dimensione privata: tuttavia è una realtà innegabile che oggi molte donne subiscano violenza solo perché donne.

 

La violenza di genere, perlopiù in ambito familiare, è dunque una realtà statisticamente provata, ma non salta immediatamente agli occhi come tale,  più spesso si parla infatti di stupri, violenza sessuale, molestie, maternità forzata, incesto, ed il panorama si fa variegato, non si coglie l’essenza comune di tutti questi reati: da qui la necessità di parlare di femminicidio, per infrangere un tabù ed affrontare seriamente il problema.

 

Chiaro è quindi che la violenza di genere non è imputabile a un “mostro”, alla strada, ma ha radici più profonde di quanto i media vogliano far credere: è un fenomeno trasversale, interessa tutte le classi perché sta “dentro” il nucleo base della comunità, la famiglia, e proprio per il suo essere familiare spesso passa inosservata, e proprio per il suo essere familiare fa paura chiamarla con un nome così terribile, femminicidio, perché fa paura ammetterne la terribile realtà.

 

   IL FEMMINICIDIO: PROBLEMA MONDIALE

 

Se si considera il femminicidio come fatto sociale, diventa più facile capire come la sua diffusione sia di portata “glocale”, nel senso che pur come fenomeno globale, esso si manifesta con caratteristiche peculiari (locali) differenti a seconda della struttura sociale di riferimento.

Se infatti la nostra società non riconosce la violenza sulla donna a meno che questa si manifesti nelle forme più estreme, ed anche in questi casi tende a “normalizzarla” più che a connotarla come violenza di genere, vi sono società in cui alcune forme di violenza sulle donne sono accettate come normali.

 

In queste società, la violenza sulle donne si manifesta in forme particolarmente cruente, al punto tale che anche Amartya Sen[1][1] ha parlato in questi casi di “genocidio di genere”.

Altri invece hanno parlato di “hidden gendercide”, il “genericidio nascosto”, per il numero impressionante di donne “demograficamente scomparse” nel mondo, che è comparabile ad un Olocausto che si ripete ciclicamente: ovvero, ogni quattro anni nel mondo muore ammazzato per motivi di genere un numero di donne equivalente al numero di vittime mietute nell’Olocausto dai nazisti. Con la differenza che per le vittime dell’Olocausto si sono cercati colpevoli, celebrati processi, raccolte testimonianze, intitolate strade, invece le donne muoiono purtroppo in un “silenzio assordante”.

 

Infatti, nonostante da anni le associazioni di donne e di vittime della violenza gridino al mondo la loro sofferenza, il diritto alla vita, alla dignità, al rispetto, l’emergenza donna viene percepita come secondaria rispetto agli altri mali che affliggono il mondo: non un Tribunale speciale, non una commissione di Verità e Giustizia per giudicare sulle migliaia di aborti di feti femmina in Cina, sugli stupri di massa usati come arma di guerra in Africa, non un monumento in onore delle donne barbaramente uccise nelle nostre case da compagni, ex e mariti gelosi, nessuno che si domandi perché negli ultimi due decenni la violenza sulle donne è in crescita esponenziale, anche se nel mondo dal 1992 al 2003 la violenza ed i conflitti armati sono in calo del 40%.

 

 

 3.1 FEMMINICIDIO, STATO, PATRIARCATO, RELIGIONE E GLOBALIZZAZIONE

 

Il titolo del paragrafo è significativo, esso infatti può considerarsi  la summa,  a livello globale, degli elementi comuni alle varie forme locali di femminicidio, e costituisce la chiave di lettura per interpretare e contrastare il fenomeno.

 

E’ noto che le società di matrice patriarcale e quelle divise in classi generano meccanismi ideologici per perpetrare e giustificare le relazioni di disuguaglianza, discriminazione, ingiustizia e tutti i tipi di violazioni dei diritti di quelle parti sociali che stanno in una posizione subordinata e marginale.

 

Nel caso delle donne, la sovrastruttura ideologica del sistema di matrice patriarcale o classista, si è servita delle Istituzioni sociali (religione, diritto, sistema educativo, media) per fondare e assicurare la subordinazione delle donne nelle relazioni di potere familiari, economiche, sociali in generale, ma in particolar modo per controllare lo svolgimento della sua funzione procreativa, considerata come un’obbligazione naturale.

 Gli attori sociali quindi hanno una concezione della donna come soggetto violabile, ovvero come oggetto di dominio.

 

Ciò limita la donna nell’esprimersi, nel decidere, nell’agire: la sua condotta è determinata da decisioni altrui che, di fatto o di diritto, impongono su di essa la loro volontà, anche attraverso la violenza.

 Tale concezione può essere frutto di imperativi di tipo culturale - se il contesto sociale di riferimento è di tipo machista o patriarcale - , quanto di tipo religioso, e vedremo come tutte le grandi religioni moderne siano complici - più o meno consapevoli - del femminicidio.

 

Questi imperativi, quanto più sono socialmente condivisi tanto più relegano la donna in uno status di assoggettamento e vulnerabilità: altro non rappresentano che l’esercizio secolare del potere di controllo da parte dell’uomo e di Dio sul corpo della donna, indispensabile per preservare la sua “capacità procreativa” ai fini della riproduzione della specie umana, capacità così preziosa che non può essere lasciata al suo libero arbitrio.

 

Quando è lo Stato stesso a porre in essere norme discriminatorie nei confronti delle donne, è lecito parlare di violenza di Stato.

Quando queste norme hanno come conseguenza l’eliminazione sistematica di feti femminili, tanto da capovolgere i rapporti di proporzione uomo-donna attestati a livello mondiale, è lecito parlare di genocidio di Stato.

Ci riferiamo al caso della Cina, dove ogni anno spariscono almeno due milioni di bambine, condannate dalla loro femminilità. Questa sparizione è diretta conseguenza di una legge varata nel 1979  che proibisce ai cinesi di avere più di un figlio in famiglia.

 

 La preferenza accordata ai figli maschi è frutto di un sistema tradizionalmente patriarcale, nel quale le donne non sono neanche economicamente considerate “soggetti”, infatti la trasmissione  ereditaria è fondata su norme strettamente patrilineari: è chiaro perché  i neogenitori ricorrono sempre più spesso ad aborti selettivi di feti femmine, tanto da stravolgere in venti anni la percentuale biologica di nascita (103 maschi ogni 100 femmine) a 119 maschi ogni 100 femmine.  Ma non solo, le bambine vengono anche lasciate morire

- più che i bambini - per incuria e denutrizione, basti vedere il tasso di mortalità nei bambini da 0 a 5 anni, e si noterà che in Cina quello femminile supera del 28% quello maschile.

 

Ma la violenza di Stato è un fenomeno che riguarda anche l’Etiopia , la cui legislazione che prevede come delitti il rapimento e lo stupro, ma con la totale assoluzione del criminale qualora ad essi segua l’assenso al matrimonio: il risultato è che stupri e rapimenti in alcune regioni sono all’ordine del giorno, in quanto la famiglia della ragazza stuprata è sempre acconsenziente al suo matrimonio con lo stupratore, che avendola derubata della sua verginità le ha rubato anche il diritto a “nozze oneste”.

 

Di violenza di Stato è lecito parlare anche negli Stati Uniti, o perlomeno nella maggior parte degli Stati Federati dove lo stupro coniugale non è considerato un crimine, così che uscire da un’unione indesiderata per la donna diventa un’impresa impossibile.

 

Di violenza di matrice religiosa legittimata dallo Stato si può parlare in quei paesi dove le legislazioni accolgono le disposizioni della sharia, come in Iran, dove per il reato di lesbismo è prevista la condanna a morte, e spesso queste donne non riescono ad ottenere neanche l’asilo politico perché non riescono a fornire le prove degli abusi subiti nel paese d’origine, ovviamente non documentati in quanto persecuzioni effettuate dalle forze dell’ordine.

 

O in Arabia Saudita, dove quattro anni fa nell’incendio di una scuola morirono quattordici bambine e molte altre furono ferite perché la polizia impedì loro di uscire dalla scuola a capo scoperto, senza il velo,  e nessun genitore era lì per accompagnarle.

 

Lo stesso valga per il Pakistan, dove “almeno tre donne vengono freddate ogni giorno in “omicidi d’onore” che restano impuniti al 100%” perché, come denuncia l’attivista Nahida Mahbooba Elahi, “la polizia li giudica affari privati e si rifiuta regolarmente di perseguirli”[2][4], e per l’Egitto dove il 47% delle donne uccise sono eliminate da un parente dopo uno stupro che “ infanga la reputazione della famiglia”, ma anche per l’Afghanistan, dove  se prima l’abbandono del tetto coniugale da parte delle donne costava la lapidazione, adesso, con il nuovo governo voluto dagli americani, comunque costa 3 o 4 mesi di carcere[3][5] : questa è la tanto vantata “libertà ed emancipazione” portata alle donne afgane….

 

Ma di violenza di matrice religiosa è più che lecito parlare anche nel caso dell’ induismo, che prevede che i figli maschi siano gli unici a poter disporre i riti funebri dei genitori, che altrimenti sono destinati a vagare in eterno senza riposo.

 

Ciò provoca in India, Pakistan e Bangladesh una discriminazione feroce nei confronti delle donne: per il ricorso agli aborti selettivi, prima ancora che nascano, per essere posticipate nelle cure ai figli maschi, se sopravvivono, per il trattamento che verrà loro riservato da spose, sottoposte a continue vessazioni da parte della famiglia di lui per ottenere dai suoi genitori una dote più consistente.

 

Infatti, anche se l’usanza della dote è stata proibita per legge[4][7], essa è ampliamente diffusa, e non di rado accade che i pretendenti rifiutati dalla donna, o il rifiuto della donazione di altri beni in dote, siano le cause principali che rendono la donna vittima di “incidenti apparentemente (poco) casuali”, quali la deturpazione della donna con dell’acido, o la morte della stessa a seguito di ustioni in cucina:  anche in questi casi si dovrebbe parlare di femminicidio, anche in questi casi lo Stato è complice di queste  violenze private.

 

La donna a causa di queste tradizioni tramandate nei secoli, è culturalmente considerata un oggetto di scambio, il suo essere è valutato in termini economici: i matrimoni forzati, per questo motivo, sono all’ordine del giorno, e si conta che per la carenza di donne in molte regioni della Cina e dell’India, esse siano aumentate a tal punto di valore (economico, ovviamente) da dar origine a un vero e proprio “traffico di spose”, e da causare persino una vera e propria migrazione delle donne vietnamite in tali aree, nella speranza che sposando uno di questi uomini le loro condizioni economiche migliorino.

 

Pur se proibito, è frequente anche il traffico di donne per pagare i debiti. Nella zona del Balochistan, in Pakistan,  Amnesty è addirittura riuscita a documentare la vendita pubblica delle donne al mercato.

 

Ma anche in Burkina Faso l’Unicef ha documentato il fenomeno dei matrimoni forzati, che vedono coinvolte perlopiù bambine di età tra i sette ed i dodici anni.

 

E nel continente africano non è questa l’unica piaga per le donne della quale si dovrebbe parlare.

Bisognerebbe infatti soffermarsi sui mali che affliggono le donne nelle comunità che seguono ancora le usanze tradizionali, perlopiù organizzate sulla base di una gerarchia patriarcale.

Sarebbe quindi necessario riflettere sulle morti e sulle sofferenze causate dalle pratiche di modificazione dei genitali femminili su bambine e adolescenti, ma anche su quello che è un femminicidio di massa provocato dal contagio per AIDS, dovuto sia al fatto che gli uomini, che spesso intrattengono più relazioni, rifiutano di utilizzare il condom, rifiuto al quale le donne non possono ribellarsi per via della gerarchia patriarcale cui sono soggette, sia al fatto che è credenza popolare che fare sesso con una vergine liberi dall’AIDS, con la conseguenza che molte donne giovanissime vengono infettate.

 

Ma un’altra causa della diffusione del virus dell’ Hiv specialmodo nelle donne è il fatto che esse, nell’Africa Sub-Sahariana, sono soggette cinque volte più che negli Stati uniti al rischio di stupro, rischio accresciuto per le giovanissime dal fatto che, come già ricordato, si suppone esse siano in grado di curare dal virus[5][10].

In Sudafrica, lo stupro non è solo un devastante atto di violenza, ma per chi lo subisce può equivalere ad una condanna a morte, se chi lo   agisce  è sieropositivo, o meglio, a un femminicidio.