L’interpretazione
erotico-mistica del
Cantico dei
cantici (prima
parte)
Tra le tante interpretazioni del
Cantico dei Cantici, alcune delle quali divenute “classiche”, quella che ci
offre Ceronetti1 ha una sua originalità
che fa al caso di questa rubrica. Si tratta di restare aderenti “alla lettera”
delle espressioni poetiche, cogliendone tutta la carica erotica, per vederla
poi sconfinare nell’infinito di Dio.
L’introduzione nel Canone ha fatto trovare sensi vari alle immagini del poemetto d’amore. C’è chi vi ha visto espresso in forma allegorica il simbolismo della coppia umana, chi la rappresentazione sacrale dell’Eros, chi il rapporto d’amore Dio-Israele e/o quello Cristo-Chiesa, chi la profezia di ciò a cui è chiamata la coppia, chi il trascendimento della sensualità nell’amore, altro; ma anche il contrario, perché non sono stati pochi a vedervi avvallato l’amore nella sua materialità, senza obblighi istituzionali.
Prendendo le distanze da queste interpretazioni, Ceronetti vede, dietro le figure che appaiono e scompaiono, un vuoto misterioso, sacro, da rispettare. Non è facile entrare in sintonia con la lettura a cui egli invita, ma vale la pena ascoltare i suoi suggerimenti, collaudati, per così dire, dal fatto che parecchi mistici, soprattutto Teresa d’Avila, ne hanno fatto propria l’ispirazione e ne hanno usato i versi per cantare il loro amore passionale per Dio.
Cerchiamo anche noi di entrare nell’atmosfera suggerita.
In esergo all’introduzione del libro di Ceronetti, è riportata questa osservazione di Ahmad Al-Alavi, che facciamo nostra: “Chi non considera che il significato esteriore isolandolo dall’insieme è un materialista, chi non considera che il significato interiore isolandolo dal resto è un falso mistico: ma chi unisce i due significati è perfetto”.
Cerchiamo di capire il metodo che suggerisce l’Autore, sostituendoci in parte a lui per renderlo più accessibile.
Leggendo e rileggendo il Cantico, si ha la sensazione di vagare come in un sogno tra giochi e illusioni d’amore. Nardo, vino, mandragora, carezze, natura, fantastiche coreografie: tutto trasporta in una visione incantata, risvegliarsi dalla quale non è piacevole: il sacchetto di mirra poeticamente posto tra le mammelle torna ad essere un uomo, il re uscito dall’incantesimo del nardo se ne sta sdraiato sul divano:
Mentre nel suo Divano è il re / Il mio nardo manda il suo odore // E il mio sacchetto di mirra l’amico mio / Pernotta tra i miei seni (1, 12-13).
Né si riesce a trovare continuità, compiutezza, significato coerente in un testo che si limita a ritrarre sensazioni varie. Meglio “non lacerarle”; meglio lasciarle per quello che sono, senza volere a tutti i costi trovare un senso nascosto.
Forse se anche noi, come ci invita Ceronetti, sappiamo ascoltare la musicalità arcana che si sprigiona dai versi, passeremo dall’incanto delle parole ad un silenzio rapito: interporre tra un’immagine e l’altra uno spazio di assorta pausa è l’unico metodo per entrare nella sacralità del vuoto, dove si avverte l’assenza di Dio, che è un modo per entrare in una dimensione davvero altra:
Io l’asfodelo della pianura / Il giglio degli acquitrini // Come tra i cardi la rosa / E’ tra le femmine l’amica mia // Come il melo nella boscaglia / E’ tra i maschi l’amico mio // Ho grande voglia di rannicchiarmi / Nella sua ombra // Dolce è il suo frutto nella mia bocca // Piantami nella cantina / Piantami il tuo stendardo amore (2, 1-4).
La bellezza nascosta tra le asprezze, la dolcezza dei frutti, il bisogno di raggomitolarsi al riparo dell’ombra, danno alla ricerca dell’Amato e dell’Amata quel senso di attesa in cui si prolunga il sentimento fino a vederlo sfociare nell’imperativo che implora: Piantami…Piantami; e cioè “procura in me la ferita d’amore”.
Giovanni della Croce vede il vero commento al Cantico nella frecciata d’amore ricevuta da Teresa, “una vera, vivente, non simbolica, stupefacente Sposa, un’amante vergine conoscitrice di tutti i gradi di Amore, di cui lo Sposo può dire: Unica è la colomba mia la mia perfetta (6, 9)” (p. 70).
Potremmo replicare a cernetti: questo accesso al sacro non si apre ad ogni lettura sapienziale?
E’ vero, ma c’è un particolare non secondario nel Cantico: tra i libri della S. Scrittura la passione amorosa non è mai raccontata come in questo. Qui il bisogno unitivo della coppia umana è descritto senza falsi pudori; è amore desiderante, senza sublimazioni e senza mutilazioni materialistiche; è follia che rompe ogni argine. Forse solo i mistici sono capaci di tanta carica erotica. Amare Dio alla maniera del Cantico non è preferire ad un oggetto meno nobile un altro più elevato (teoria della sublimazione); è - semplicemente - amare infinitamente.
All’interno dell’immagini del Cantico c’è la negazione della realtà concreta, quindi il Nulla. La ricchezza dei bozzetti che si succedono in continuazione non va interpretata simbolicamente. Dentro le singole parole e dentro le singole frasi non c’è nulla che rimandi a significati. Allora il non-richiamo alla materialità o alla spiritualità, cede il posto alla piena aderenza alle parole, da collocare in una cornice vuota.
Prendiamo quasi a caso: Mentre il giorno rinfresca e l’ombra cade / Io vago su per il Monte della Mirra / E sopra il Colle dell’Incenso cammino (4, 6); oppure: Tra i frutti acerbi e i maturi / Dietro la porta per te ho nascosto / Quanto c’è di più ricco Amico mio (7, 14).
Dato che non c’è da cercare un nesso con l’insieme, al lettore è dato soltanto di bearsi di fronte ad ogni singola descrizione. La frescura, il calare dell’ombra, il vagare tra i profumi, svaniscono presto. L’obiettivo si sposta invano dal ritrarre l’esuberanza di frutti acerbi e maturi verso un quadretto simpatico: l’Amata che nasconde il meglio dietro la porta. Ma non appena l’immagine fa pensare all’idillio della premura a conservare ciò che è più ricco per l’Amico, finisce tutto lì senza un seguito. Che cosa rimane a chi legge, una volta scomparse le parole?
Secondo Ceronetti, il senso del nulla-di-realtà vale molto di più di ogni simbolismo. Cancellata ogni analogia, resta il vuoto delle cose. Il potere evocativo delle immagini cariche di eros rimane affidato alla capacità del mistico che le prolunga, non nell’interpretazione, bensì nel vuoto carico di mistero. Soltanto dopo una pausa di silenzio egli può ricreare le immagini del Cantico, imbevendole della propria passione amorosa.
Nell’Eros come passione amorosa, sono compendiati i più grandi misteri dell’esistenza, non ultimi quelli della Morte, della Vita, della follia. Sono usati i termini più arroventati, beatificanti e terrificanti nello stesso tempo, perché pregni di una Realtà in cui è travasata la realtà contingente. L’eros umano non è che l’ombra sul muro dell’Eros di Dio. Piuttosto il primo svolge una funzione mistagogica, cioè tale da introdurre allo sconfinamento nell’infinito.
Prendiamo l’immagine del vino. Il termine si trova più volte nel Cantico, accompagnato da altri, come vigna, cantina, e soprattutto ebbrezza (ubriachezza). Ebbene, si tratta di un vino non simbolico, di un’ebbrezza che è vera pazzia. C’è analogia con la figura del libro mangiato di Ezechiele (p. 114): mangiare un libro non significa capirlo, ma assimilarlo nella nudità sacrale del suo essere-carta, dove i caratteri sono lo stesso contenuto. Ebbene, il vino è tutto nella pregnanza del suo effetto alienante: dalla finitezza di un amore contenuto nei suoi limiti terreni alla sbornia dell’esuberanza.
Come si ricorda di Teresa d’Avila
sul suo letto di morte, le parole
tradizionali del Cantico diventano sostanza del suo cantico,
ritagliato sulla misura del primo. Lei rompe ogni freno alla sua smisurata passionalità. Del testo scritturale non distorce
niente: lo vive alla lettera, da grande amante. Fa sua la qinah di Dio,
la quale è “furore di amare, passione contrapposta alla ragione, forza cieca
del Desiderio, ingordo come lo Sheol, insaziabile come la morte” (p. 50),
Teresa nell’agonia invoca l’Amato e parla di unione e di godimento, tanto
che le chiedono di tacere, per paura che si dannasse.
Dice Ceronetti: “E’ nella nada (= Nulla) mistica e metafisica del
cristianesimo castigliano, filtrata dai mistici che più ritrovo, vissuto con
potenza, il vuoto del Cantico”. “Nel vuoto e nel silenzio tutti gli eccessi
mentali sono possibili” (p. 126). “Pues, Senor mio, no os pido otra cosa en
esta vida, sino que mecbeséis con beso de vietra boca [Non traduciamo per
non togliere nulla all’armonia delle parole]. L’abbraccio culmina in musiche
della sera, la noche [notte] oscura è un silenzio che muore in liuti e cavità
sonore, la nada è l’ombra raggiunta della Divinità, la sospensione dei
sensi nell’estasi musicale” (p. 127).
Nel mio giardino
entravo / Sorella mia e sposa // E la mirra e ogni essenza ne rapivo / E tutto
il favo del miele mangiavo / E il vino e il latte bevevo (5, 1).
I profumi hanno nel Cantico una grande centralità. Ce ne sono di tutti i
tipi. Alla fine leggiamo: Oh Amato mio che fuggi / Come la gazzella e il
cerbiatto appari / Sulle alture odorose (ultima parola del
poemetto).
I profumi
introducono all’unione, tanto che, se di questa non sappiamo nulla, il loro
aroma sembra prolungarsi nel ricordo. Il testo parla di teste di tutti i
profumi, cioè di mescolanza di tutti, senza distinzione tra puro e impuro,
tra amaro e dolce, delicato e forte: odori che ubriacano, che avviano all’odore
assoluto.
Al posto di quella (che chiamiamo) realtà, dove la fine diventa un
doloroso ricominciare, l’Eros divino è il perdurare di un presente in cui non
c’è né inizio né fine, perché inizio e fine coincidono.
Allora i due, Amato ed Amata, sono un’unica sostanza (p. 136). Ciò che esprime l’uno esprime l’altra. Il femminismo reclama, giustamente, la differenza. Qui siamo al di là della differenza, o meglio la differenza è nell’Unione, al suo interno; la differenza rimane all’esterno, nella vaghezza del sogno di un’unione desiderata. Così come avviene nell’amore della Sapienza, la quale sarebbe apportatrice di inutile tristezza se non divenisse autentica pazzia amorosa; se non servisse a rompere l’illusione della vita per mezzo dei suoi poteri nascosti; se non ricreasse il miracolo dell’eterno cercarsi e dell’eterno ritrovarsi; se non facesse salire i gradini del tempio; se non concedesse di penetrare nella luce (p. 113).
Mi diceva un’amica: Non capisco perché i mistici parlano di nozze con lo Sposo divino. Perché prendere a prestito dall’amore umano per esprimere quello divino?
Ho risposto: “Semmai avviene il contrario. E’ dall’amore divino che si prende in prestito per dire l’amore umano”. Ma l’amica è rimasta incredula.
(continua)