Sposiamoci e moltiplichiamoci…

di  Ignazio Ingrao

 

 

 

Il Papa ha firmato un documento che vieta il sacerdozio ai coniugati. Ma i vescovi sudamericani, preoccupati per la crescita delle chiese protestanti, premono perché ci ripensi. E un sondaggio indica che il 60% dei cattolici non la pensano come il Vaticano
L'appello del cardinale Claudio Hummes è arrivato troppo tardi.
Benedetto XVI ha appena firmato il documento che vieta agli uomini sposati di accedere al sacerdozio.
Si tratta della «Esortazione apostolica post sinodale sull'Eucaristia». Il testo è già in mano ai traduttori e la pubblicazione è prevista per la seconda metà di gennaio.
I temi affrontati dal documento sono destinati ad aprire nuove discussioni: il celibato sacerdotale, la comunione ai divorziati risposati, l'uso del latino nella messa. Il testo rielabora le proposte emerse dall'ultimo sinodo dei vescovi, che si è svolto a Roma nell'ottobre 2005.

Confermata la linea dura, ma si apre qualche spiraglio. Si esclude il ricorso all'ordinazione di uomini sposati di riconosciuta virtù («viri probati») per far fronte alla mancanza di vocazioni; si vieta ai divorziati risposati di accedere alla comunione, ma si raccomanda alla comunità cristiana di accogliere e valorizzare la loro presenza; si sollecita lo studio della liturgia in latino e del canto gregoriano nei seminari.
È la sconfitta del piano proposto dal cardinale Hummes e da un significativo gruppo di presuli brasiliani volto a riaprire la discussione sul celibato dei preti. La strategia dell'ex arcivescovo di San Paolo, oggi prefetto della Congregazione per il clero, punta a difendere la Chiesa cattolica dall'aggressività delle sette evangeliche che in America Latina stanno avendo una diffusione notevole.

Niente a che vedere dunque con la protesta di Emmanuel Milingo, che domenica 10 dicembre a West New York, nello stato del New Jersey, intende ordinare altri tre preti sposati al termine della riunione organizzata dalla Married priests now!, l'associazione fondata dal vescovo africano e da sua moglie Maria Sung, a cui avrebbero già aderito oltre 1.000 preti sposati americani.
Il problema dei sacerdoti che abbandonano l'abito talare per una donna ha toccato molto da vicino anche la Curia vaticana per il caso di don Ugo Moretto, direttore del Centro televisivo vaticano (il predecessore di padre Federico Lombardi) convolato a nozze con la sua segretaria.


L'ordinazione al sacerdozio di uomini sposati consentirebbe ai vescovi latinoamericani di avere a disposizione più forze per rievangelizzare vaste aree ormai finite in mano a gruppi pentecostali e altre sette. Questo piano era stato inutilmente proposto a Karol Wojtyla, che l'aveva respinto. È stato rilanciato da Hummes durante l'ultimo sinodo dei vescovi, con l'appoggio di alcuni presuli africani. Ma nella votazione finale la sua proposta è stata bocciata.
Prima di licenziare il testo del nuovo documento, il 16 novembre scorso, Benedetto XVI ha convocato i capi dicastero della Curia romana chiedendo di valutare la possibilità di riammissione al sacerdozio di preti che avevano ottenuto la dispensa per sposarsi. Secondo i dati forniti dalla Congregazione per il clero, dal 1964 al 2001 oltre 65 mila sacerdoti hanno rinunciato ai voti.

Se a questi si aggiungono i religiosi che hanno abbandonato l'abito, si giunge a una cifra stimata di oltre 100 mila sacerdoti sposati nel mondo, dei quali circa 6 mila in Italia. Ma anche nella recente riunione i capi dicastero della Curia romana hanno fatto muro contro qualsiasi possibilità di apertura sul celibato sacerdotale.
La reazione è stata altrettanto dura quando il cardinale Hummes ha tentato il colpo di scena, con l'intervista rilasciata al quotidiano Estado de São Paulo per cercare di riaprire la questione alla vigilia del suo arrivo in Vaticano. «Il celibato sacerdotale è una consuetudine molto antica che la Chiesa ha riconosciuto e istituzionalizzato» ha immediatamente replicato il cardinale Julián Herranz, presidente del Pontificio consiglio per i testi legislativi.
Eppure, l'ordinazione di uomini sposati è consentita e largamente praticata nelle Chiese cattoliche di rito orientale: greco-cattolici in Ucraina, Bulgaria, Romania e in molti altri paesi dell'Europa orientale, maroniti in Libano, Siria, Egitto, Giordania, copti in Egitto ed Etiopia, caldei in Iraq.
Anche nella Chiesa italiana vi sono due diocesi (Lungro in provincia di Cosenza e Piana degli Albanesi in provincia di Palermo) dove operano, in piena regola, oltre una decina di sacerdoti cattolici di rito bizantino, con moglie e figli (riquadro a pagina 40). Tuttavia, è proprio dalle Chiese cattoliche orientali che giunge la più decisa opposizione all'abolizione del celibato in Occidente.

«Metà dei nostri sacerdoti diocesani sono sposati» osserva il cardinale libanese Nasrallah Pierre Sfeir, patriarca di Antiochia dei maroniti, «ma bisogna riconoscere che se il ricorso ai coniugati risolve un problema, ne crea altri altrettanto gravi. Il sacerdote sposato ha il dovere di occuparsi di sua moglie e dei suoi figli, assicurare loro una buona educazione, inserirli nella società. E se non ha un buon rapporto con i parrocchiani, il vescovo spesso si trova nell'impossibilità di sostituirlo, perché sarebbe costretto a trasferire tutta la sua famiglia».
Il cardinale Achille Silvestrini, per molti anni prefetto della Congregazione per le Chiese orientali, invita a non sovrastimare la realtà dei preti sposati nell'Oriente cristiano: «Si tratta pur sempre di esperienze circoscritte anche dal punto di vista territoriale, perciò difficilmente esportabili nel resto del mondo.

Inoltre, non dimentichiamo che quando, all'indomani del Concilio Vaticano II, venne riproposto il problema, Paolo VI con l'enciclica Sacerdotalis caelibatus del 1967 ha ribadito le ragioni profonde del celibato sacerdotale. Credo che quel documento oggi meriterebbe di essere riletto attentamente».
La Chiesa italiana si colloca senza riserve su questa linea. È prevista infatti nel giro di poche settimane la pubblicazione dei nuovi «Orientamenti e norme» per i seminari italiani, che hanno già ottenuto l'approvazione della Congregazione per l'educazione cattolica. È un documento molto atteso che giunge all'indomani delle polemiche seguite alla denuncia di alcuni casi di pedofilia nella Chiesa italiana.

Gli «Orientamenti» confermano il celibato come aspetto irrinunciabile della vita sacerdotale ma raccomandano una particolare attenzione alla formazione della sfera affettiva dei futuri sacerdoti, oltre che a quella spirituale, intellettuale e pastorale. Non si esclude la possibilità di ricorrere a test psicologici e alla consulenza di specialisti per accompagnare la crescita dei seminaristi e mettere in luce eventuali problemi irrisolti.
Dal sondaggio commissionato da Panorama (grafici nelle pagine precedenti) emerge che anche la maggioranza dei cattolici è favorevole al matrimonio dei preti. «Certo, oggi un prete sposato non desta più scandalo come un tempo» commenta il vescovo di Palestrina, monsignor Domenico Segalini, per molti anni responsabile del Servizio nazionale di pastorale giovanile della Cei, «ma credo che abbia minori possibilità di testimoniare quella radicalità della fede che attrae i fedeli. I giovani cercano modelli che aiutino loro a crescere, non guardano a chi vive la loro stessa vita».Il Papa teologo sembra essere in maggiore sintonia con i fedeli rispetto ai suoi vescovi e cardinali poiché non si dichiara pregiudizialmente contrario a ridiscutere sia il celibato dei preti sia l'accesso ai sacramenti per i divorziati risposati. Una posizione inaspettata per un Pontefice che, al momento dell'elezione, è stato da alcuni rappresentato come l'icona del conservatorismo e della difesa della tradizione.
Ignazio Sanna, arcivescovo di Oristano e membro della Commissione teologica internazionale, ne spiega le ragioni: «Il matrimonio è un sacramento mentre la verginità è una condizione di vita. Perciò, dal punto di vista teologico, la verginità non è di per sé preferibile al matrimonio. Ma ci sono considerazioni di ordine pratico che rendono preferibile per i sacerdoti il celibato. Da queste considerazioni discendono le norme vigenti nella Chiesa cattolica di rito latino».

Insomma, dal punto di vista accademico Benedetto XVI non sarebbe contrario a discutere dell'argomento ma, consultata la Curia, per il momento ha preferito confermare la consuetudine.
Lo stesso vale per l'accesso ai sacramenti per i divorziati risposati: a ottobre del prossimo anno la Commissione teologica avrà all'ordine del giorno la discussione sul rapporto tra la legge morale e la legge naturale. Da tale incontro potrebbero emergere nuove aperture a favore dei cattolici che sono in «posizione irregolare» e fino a oggi sono stati tenuti ai margini della comunità ecclesiale.

Sembrano esserci due papi: uno che apre ai lefebvriani e si accinge a consentire il ritorno alla messa in latino; l'altro che spinge la discussione teologica ad affrontare temi che erano considerati tabù. Va tenuto conto che una delle priorità di Benedetto XVI è l'ecumenismo, per la riunificazione delle Chiese cristiane.
Ne ha discusso in queste settimane con il patriarca di Costantinopoli Bartolomeo I, con il primate anglicano Rowan Williams, e ne parlerà con l'arcivescovo ortodosso di Atene, Christodoulos, a Roma il 14 dicembre. Sono Chiese nelle quali è consentito il matrimonio dei sacerdoti e numerosi preti anglicani sposati, che hanno abbandonato la Chiesa d'Inghilterra, sono stati accolti nella Chiesa cattolica con tutta la famiglia.

Benedetto XVI forse ha scelto come modello la Chiesa del Primo millennio, quando non c'era divisione tra i cristiani, era consentito il matrimonio dei sacerdoti e la messa era in latino? «È suggestiva l'idea che Ratzinger abbia in mente una Chiesa più vicina a quella delle origini» risponde Gian Maria Vian, storico del Cristianesimo. «Ma in realtà la Chiesa del Primo millennio era molto più complessa.
È vero, San Pietro, il primo Papa, era sposato e nel VI secolo si registra il caso di Papa Ormisda al quale successe suo figlio, San Silverio. Tuttavia, il celibato è presentato come l'ideale fin dalla Chiesa primitiva». Ancora una volta, dunque, Ratzinger sfugge agli schematismi e continua a stupire gli stessi cardinali che lo hanno eletto.