LA NUOVA BRECCIA DI PORTAPIA

 

 

Dopo i fatti di cui si è reso protagonista mons. Milingo, dopo l’intervento del Card. Hummes (“il celibato non è un dogma”) e dopo le recenti consacrazioni di vescovi cinesi, resto sconcertato dalla scomposta reazione dei mass-media italiani (soprattutto della T.V.) e del clero italiano.

E’ stato rimestato in modo scorretto l’annoso problema del celibato che da secoli è croce e delizia del clero di rito cattolico a livello italiano e mondiale. Spesso si cade e si è caduto nell’equivoco di confondere le carte in tavola. Non si tratta di consentire o meno ai preti di sposarsi, ce ne sono tanti in tutto il mondo che lo hanno già fatto col permesso o senza il permesso del Vaticano (con dispensa o no), apertamente o clandestinamente. Il problema sollevato da quei fatti riferiti all’inizio è di rimettere in discussione una legge voluta dalla Chiesa con un articolo del Codice di Diritto Canonico per chiedere per i preti la libertà di scelta tra un ministero celibatario ed uno non celibatario che potrebbe anche non comportare la scelta del Matrimonio.

Ed il mio sconcerto è stato aggravato dallo scomposto accaparramento da parte di alcuni giornalisti televisivi o della radio di interviste con alcuni preti sposati italiani piuttosto conosciuti perché militanti nelle file di VOCATIO.

È un movimento che da 30 anni si propone di sostenere non solo i preti sposati, ma anche quelli in ministero che sono in difficoltà, sostenendo la opzionalità del celibato - pur nel rispetto del carisma celibatario che tantissimi preti vivono secondo il Vangelo senza tradimenti e che va rispettato in quanti lo accettano come proprio carisma - e del servizio presbiterale, che non è affatto incompatibile col matrimonio, senza cadere nel surrettizio e strumentale problema del servizio totale a Dio e del cuore diviso e della difficoltà di accudire il popolo di Dio nel ministero e la propria famiglia.

Chi ha di tali problemi interpelli quanti preti sposati da anni vivono con grande ricchezza e dignità non solo la loro vita al servizio della famiglia e di quella fetta di popolo di Dio che hanno scelto di servire gratuitamente.

La cosa che mi preoccupa è che alcuni carissimi amici sono caduti nella trappola tesa da alcuni di questi giornalisti incompetenti ed impreparati a gestire un problema così gravoso e complicato per i tanti risvolti di cui solo i preti sposati sono a conoscenza e sui quali MAI nessuno (né la gerarchia né parroci o altri) ha mai voluto sentirli perché sono ancora oggi considerati degli “ex” o dei lebbrosi da non avvicinare, proibendo loro ogni impegno in un servizio pastorale per lasciarli nella più totale emarginazione ed abbandono.

Quanti preti che oggi si sono sposati, quando erano in ministero, lo hanno fato con grandissima dignità e correttezza e competenza, ed ora da sposati, per la gerarchia cattolica, non valgono più niente, niente per la loro competenza, per gli studi di teologia, per il fedele annuncio della Parola!!!

Ed il cui ricordo è ancora positivamente tangibile.

Non vorrei sembrare scorretto verso questi giornalisti, ma come giudicarli quando mettono in onda programmi televisivi addomesticati pilotati e preparati apposta per eludere il problema, per mettere in difficoltà il prete sposato e dare la parola soltanto a quelli, presenti numerosi, in ministero con l’appoggio di personaggi della strada scelti apposta per sostenere la tesi del celibato e confondere le idee?

Il mio sconcerto e rammarico è esploso per il modo capzioso e scadente con cui è stata condotta la trasmissione su RAI2 “L’Italia sul 2” di mercoledì 13 dicembre scorso, nella quale a solo titolo di comparsa è stato chiamato il carissimo e dignitosissimo prete sposato p. Fausto Martinetti. Contro di lui si è scagliato in modo offensivo nientemeno che il card. Tonini col suo modo clericale e untuoso di rivolgersi a p. Fausto, che, avvilito, ha avuto solo pochi minuti per replicare alle sue insolenze e schiacciato dal tempo raddoppiato concesso ai due preti presenti in studio. Senza dire che sono state riportate soltanto alcune interviste di persone di strada a favore del celibato e contro il matrimonio dei preti.

Che ne sa questa gente della dignità e della storia dei preti sposati e della loro vita matrimoniale e dei problemi che non vanno pubblicizzando ma vivono nelle propria ricchezza interiore? Ed assieme a chi sa capirli, comprenderli e amarli?

Quanti di queste persone, giornalisti e preti, si sono posti seriamente di conoscere i problemi dei preti omosessuali, dei preti pedofili e di quanti, pur restando ancora in ministero, hanno amanti e figli clandestini? Quanti si pongono i problemi della scarsità di vocazioni al sacerdozio proprio perché non se la sentono di accettare un celibato che non sentono come proprio carisma?

Chi si pone il problema di tante suore che vivono in sofferenza la propria vocazione mentre sarebbero state delle mogli dignitose. Chi si pone il problema di quei preti che hanno lasciato il ministero e che si trovano sulla strada senza titoli, senza occupazione ed alla mercé di chi li assista o faccia loro compagnia?

E’ facile per un vescovo al sicuro della propria stabilità occupazionale ed economica dire ad un prete sposato “pregherò per te” “Dio ti perdona se riconosci il tuo peccato”, (quale peccato?, quello di amare una donna e di realizzarsi non più in un servizio non più rispettato, ma in una occupazione e vita familiare santificata da un Sacramento per molti un solo accessorio?

Spero che questa confusione e questo turbamento che stanno attraversando la vita della gerarchia e di parte del popolo di Dio allarghino la breccia aperta da mons. Milingo, dal card. Hummes e da Vocatio, perché in tempi brevi si giunga ad una regolamentazione più evangelica della questione del celibato dei preti di rito cattolico (senza parlare della dignità dei preti di rito greco-cattolico) e che nel rispetto del servizio presbiterale ai fedeli, al popolo di Dio, alla Chiesa, venga deliberata la “doppia scelta” quella di un presbiterato celibe e di un presbiterato uxorato.

 

don Renato CERVO, Napoli 14-12-06