Commento e sviluppo epistolare al libro:

Giancarla Codrignani, l’Amore ordinato, ed. com nuovi tempi, Roma 2005

 

Cara Carla, ho letto con molta empatia il tuo libro, “l’amore ordinato”. Ho trovato di gran pregio i tuoi ragionamenti osservazioni testimonianze documentazioni eccetera; il tuo saper dilatare l’argomento centrale su tanti versanti, senza mai smarrire la visione d’insieme. Direi che finora nessuna delle donne – e io mi pongo tra queste – si sia cimentata a disincagliare i vari filoni dal loro intrecciarsi l’uno all’altro, a partire da un nodo centrale.

Nonostante che attorno al tema si sia accumulata tanta letteratura da far sembrare inutile ogni nuova produzione, la tua scrittura risulta nuova nel metodo e nelle riflessioni suggerite. Il testo, se a prima vista può sembrare semplice ed immediato, si rivela presto in grado di affrontare la complessità, inseguendo le tracce di molteplici fattori; senza presumere di accostarsi in maniera disinvolta a questioni di portata antropologica, sociologica, teologica, avvia a questioni attinenti a tali e ad altre discipline. Non dico che (il testo) dia pieno sviluppo ad esse - sarebbe stato impossibile -, ma sa introdurre con garbo a nuove piste percorribili.

Voglio riassumere brevemente i termini della materia, nella quale ti muovi da attenta osservatrice. Risulta evidente che il celibato presbiterale finora è stato affrontato attraverso questi schemi: a) il celibato non è connesso in maniera essenziale con il Ministero presbiterale, b) la legge canonica è, come qualcuno ha detto, criminogena, per la sua imposizione a soggetti che non si sarebbero misurati preventivamente con le reali difficoltà da incontrare; c) le autorità ecclesiali sono chiuse al dialogo, e perciò bisogna che i soggetti «provati» non demordano dal protestare in più modi, fino ad ottenere il cambiamento della legge per il bene della stessa chiesa.

Certamente la colpa di un ragionare tanto lucido quanto approssimativo non è da attribuire alla gente che, informata in maniera distorta, casca in preda alla confusione qualora la si voglia trasportare ad altre conclusioni. Sbalordisce il fatto che da tale confusione non siano esenti nemmeno persone di media (e perfin alta) cultura. è da escludere, anche se la cosa possa sembrare paradossale, che perfino nella forma mentis di persone integre, sincere e di larghe vedute, si annidi una certa accettazione dei luoghi comuni. Che un tale fenomeno sia il frutto rovinoso di una dottrina e di una teologia ripetitive fino allo spasimo, senza nemmeno il tentativo di cambiare linguaggio, nella convinzione che un mondo secolarizzato abbia bisogno di riparo entro i confini del SACRO? Avessero, almeno, le idee chiare i preti che hanno fatto il salto oltre il fossato! Invece essi, convinti di doversi impegnare in una lotta sacrosanta a difesa dei diritti umani, non evitano facili scivoloni polemici che rendono maggiormente agguerriti i difensori del celibato obbligatorio. Insomma è una pandemia da cui non si salva nessuno. Quel che dispiace in questa perpetua diatriba, è il pericolo di entrare in un vicolo cieco. Nonostante le pecche dell’istituzione ecclesiale col suo carico di pastoie strutturali (certamente non eteree!), non le si può chiedere un cambiamento delle leggi canoniche con strumenti inidonei alla realtà di carattere spirituale che essa pur sempre rappresenta; non si possono estorcere cambiamenti che, o sono di carattere spirituale e perciò si fanno strada sé, o assomigliano a rivendicazioni di operai a “padroni” di un’azienda. Ben lo sanno coloro, tra gli stessi preti sposati, che si tengono alla larga dalla mischia e, disdegnando la bagarre del questionare, cercano altre vie laiche per affermarsi ed esprimere il proprio carisma.

Mi è cosa gradita ricorrere al tuo aiuto, per la tua caratteristica di donna dalla mentalità laica e nello stesso tempo di sincera credente. Dato che nel tuo libro fai un’accurata ricerca circa i “dintorni” della questione celibataria, sei la persona adatta a dare una mano per tirarci fuori dall’impasse. A via di scavare in profondità potremmo scoprire una via di uscita davvero «altra», sia nell’impostazione teorica del tema, sia nella sua traduzione nella vita concreta.

Nulla di meglio che guardare lontano, a cause apparentemente lontane, in realtà depositate nelle zone profonde dell’evoluzione umana, e quindi nel nostro subconscio. Tenendo sempre presente che non pretendiamo atteggiarci a cultrici di discipline nelle quali non siamo competenti, potremmo avere idee più chiare per trovare dove si nasconde, travestito di sembianze che lo rendono irriconoscibile, l’assassino di un intrigante giallo sui generis.

Cominciamo ad interrogarci su un argomento che riguarda le donne. Tu ti poni seri interrogativi:Sono le donne a interpellare la chiesa, non per condividere i ruoli e l’autorità, ma per trasformare, possibilmente insieme agli uomini, quelle norme che attualmente le collocano nel disvalore e che fanno loro del male, perché, per esempio, il celibato, che lede i diritti dell’uomo, offende di più la donna, e nessuno se ne accorge” (p. 14). Sono esse le colpevolizzate “indirettamente per il loro rappresentare, come «genere», il peccato” (p. 17). Al gruppo redazionale del nostro sito, riesce difficile, dietro l’esperienza del rapporto epistolare, assimilare ai casi comuni nella società civile, gli innamoramenti e gli amori di lunga durata delle donne che ci scrivono. Un discorso globale permetterebbe di capire quanto sia conflittuale la rinuncia da parte di tali donne ad un amore ritenuto possibile, grazie al pre-giudizio che il prete, senza una sua famiglia, sarebbe potenzialmente libero. Esse non sono ben equipaggiate a trasformare il loro travaglio amoroso in motivo di consapevolezza maggiore, come farebbero sperare le tue frasi. Fino a che punto la donna nella chiesa ha consapevolezza che dietro le note esaltanti dei cantori della sublimità femminile ci sia il sottofondo del disvalore? Non è più facile che siano attratte dallo scintillio del sacro, animato da un uomo speciale, vicino al divino? E quale campanello di allarme scatta nella persistente contrapposizione tra amore profano e amore sacro?

Anche se fosse assicurata la liberalizzazione del celibato, non se ne potrebbe affrettare il processo attraverso la rivendicazione dei diritti umani. Le conquiste umane sono durature quando maturano nelle coscienze. Da millenni si proclama la spiritualità evangelica come annuncio della più piena liberazione umana, ma non tutti i credenti capiscono che essa poggia sui cardini della profezia e della santità. Ci va una rivoluzione sedimentata nell’interiorità, che segni una svolta ecclesiale in termini di spiritualità. Ecco: i preti sposati o i preti in crisi – ma perché non anche le donne che li accompagnano nel travaglio spirituale? - dovrebbero anticipare e buttare le fondamenta di una novità storica, in grado di provocare un ripensamento di leggi che non hanno a che fare con l’unica legge dell’Amore, proclamata da Cristo. Che ce ne faremmo di preti con la facoltà di sposarsi, se non fossero animati dal soffio dello Spirito, capaci di costituire un’alternativa alla sete di potere, e di quant’altro ne consegue, che si annida tra le maglie istituzionali? Questa argomentazione si può applicare totalmente all’altra questione del ministero presbiterale alle donne. Speriamo che le donne preferiscano restare fuori dai recinti del sacro, anziché andare a gestirlo (o corroborarlo) sul modello odierno: maschile gerarchico celibatario.

 

Cara Ausilia,

 

la tua approvazione mi confonde un poco, data la stima che ho per te; ma sono anche molto contenta, come capita quando ti dicono che un tuo figliolino è venuto su bene. Per questo mi fa piacere continuare il discorso con te, nella tranquillità dei ragionamenti tra donne.

L’impulso principale a scrivere <<L’amore ordinato>> – oltre all’indignazione per sofferenze che ho visto da vicino – è stato proprio il bisogno di rompere un equilibrio precario, quello che vuole “neutra” la scrittura e consente alle donne di crearsi il loro scaffale di studi femministi che gli uomini non leggono mai, a meno che non scrivano di cose, appunto, neutre. Sono convinta che la società intera – e gli uomini per primi – ricevano danno dalla nostra assenza dai loro campi, sia perché, anche se vi entriamo, restiamo ininfluenti, sia perché molte di noi preferiscono mantenere il recinto del genere per evitare l’omologazione. Per quello che si riferisce alle chiese, il danno è più grave che per altri settori, proprio perché l’organizzazione cattolica è composta esclusivamente da maschi, mentre le altre confessioni cristiane tendono ad omologare le “ordinate”e le rabbine sono ancora eccezioni. Non parliamo delle religioni non monoteiste, dove il femminile è ancora più incompreso.

I maschi “ordinati” non sono propriamente convinti del celibato, dato l’alto numero di trasgressioni – e non possono non preoccupare i altrettanto numerosi casi di pedofilia, che, guarda caso, non si riferiscono quasi mai a bambine, ma solo a maschietti – e le non poche trattazioni, anche serie, al riguardo. Quello che impressione è che non si abbia alcun segno di “movimento”: possibile che si contentino di un’ambiguità, per giunta priva di senso e di ragioni teologiche argomentabili?

Questa è la potenza del sacro, che riduce proprio quella razionalità ereditata dai Greci e amata da Benedetto XVI - per non parlare del Vangelo - a potere. E il potere ha come contrappeso l’accettazione non del limite o del mistero, ma dell’irrazionale e anche dell’irragionevole: ma il suo principale guadagno è la sottomissione. 

Non è possibile continuare così, perché anche le donne sono vulnerabili di fronte alla forza dei poteri e soffrono due volte: come soffriamo tutte per relazioni non sempre gratificanti data la diseducazione sentimentale del “genere”maschile, e come soffrono in aggiunta quelle che amano un uomo “legato” da un Dio eretto a idolo.

In queste ultime settimane mi è capitato di parlare con “gente di chiesa”(nel senso di suore o preti così come di credenti generici). Sono in questione problemi umani di forte esigenza: la legittimazione delle coppie di fatto, delle metodiche e delle conquiste della scienza, dell’accanimento terapeutico. Le persone che sono “obbedienti” al verbo di Benedetto XVI e del card.Ruini preferiscono tacere imbarazzate, soprattutto se sono uomini. Le donne non si nascondono che i figli “convivono”: in generale madri e padri non ammettono che i loro figli siano giudicati “peccatori”, ma né gli uni né le altre alzano la testa per dire la loro. Il caso Welby ha emozionato tutti e ha indotto non pochi cattolici osservanti a protestare sui giornali, anche di chiesa, per la poca umanità dimostrata da una chiesa che ormai celebra i funerali dei suicidi e che ha perfino accolto in sede religiosa le spoglie di un bandito della Magliana già devoto benefattore e ha celebrato esequie solenni per il dittatore Pinochet. Tuttavia non c’è nessun segnale visibile di una reazione quale si ebbe ai tempi dei referendum del divorzio e dell’aborto.

Sono seriamente preoccupata per quest’atmosfera di ricompattamento autoritario, tutto formale, di clericalizzazione impossibile, perché anche i fedeli osservanti non “ubbidiscono”. All’elenco dei divieti corrisponde una passività apparente: di fatto nessuno si conforma ai dettami calati dall’alto contro la contraccezione, l’aborto, la fecondazione assistita, la libera convivenza, le staminali. La procreazione non è più il fine unico del matrimonio e chi non vuole una gravidanza indesiderata va alla struttura pubblica o si cautela nel privato, mentre chi la vuole e non ci riesce va all’estero. Chi ha bisogno di guarire da una malattia non passa dalla parrocchia. Chi si innamora convive.

Si trasgredisce perché si indulge al materialismo e al peccato? Non è detto. Procreare solo se si desidera un figlio non è peggio che imitare i conigli perché la Chiesa conosceva, prima del Concilio, solo la procreazione illimitata e il “remedium concupiscentiae” che diciamo in latino perché ci sembra che offenda il matrimonio. Un credente non può approvare l’aborto, ma finché gli uomini useranno il corpo delle donne egoisticamente e non accetteranno il “no” delle loro compagne, dovremo pur renderci conto che a monte del rifiuto di una vita concepita sta la mai menzionata responsabilità maschile. Eppure la chiesa non si persuade che la donna non è elemento di sconvolgimento, lo è il rifiuto della libertà e della dignità femminile a partire dalla relazione più privata di tutte. Un corpo ferito o malato che si rigenera con materia vivente comunque destinata a perdersi porta la scienza a collaborare con la vita e, ovviamente, coinvolge la responsabilità individuale a livelli anche moralmente superiori a quelli tradizionali. C’è chi si presenta all’altare  pensando solo all’abito bianco o a schemi amorosi imparati nei realities; c’è chi più o meno seriamente va da un sindaco; chi si impegna nella libertà a rinnovare un’intesa rischiando giorno dopo giorno. Perché dovrebbe essere meno serio? e, soprattutto perché non dovrebbe godere del diritto al nido per si suoi bambini?

Queste considerazioni sono molto più comuni di quanto non appaia. Tuttavia prevalgono timidezza, inerzia, ipocrisia. Il Concilio Vaticano II ha dato ai laici un’autorevolezza prima inesistente: perché non ce la prendiamo?

Io al Vangelo di Gesù di Nazareth ci tengo e mi preoccupano gli atteggiamenti di una Chiesa poco coraggiosa  nello stare a fianco degli umani nei loro problemi. Dio è grande più degli uomini di religione; è misericordioso, ma la sua benevolenza resta circoscritta al regno dei cieli e non diventa sostanza della pastorale; interpella la sua Chiesa in mare aperto e non al piccolo cabotaggio. Anche i teologi chiamano la nostra un’epoca post-cristiana: perché mettere a rischio le fondamenta perché gli uomini di chiesa hanno paura del futuro?

Perché perseverare nelle chiusure poco umane?

Torno a noi donne: come fanno gli uomini di chiesa a sentirsi autosufficienti senza pensare che la loro solitudine è sterile e nemica a uno dei due generi che Dio ha voluto, entrambi, a propria immagine? Bisogna forzare l’ostilità preconcetta che occulta nella retorica della famiglia le offese, i maltrattamenti, le violenze, sessuali e non, le botte, i femminicidi. I cosiddetti “celibi”, che presumono di dettare sentenze su esperienze di vita che ignorano, dovrebbero evangelizzare se stessi e i loro simili di genere.

Cara Ausilia, io credo di essere, anche politicamente, per quelle che sono state le mie responsabilità, una moderata e anche davanti alle responsabilità che ho davanti alla Chiesa penso di non essere troppo impaziente. Ma il tempo incalza e se Benedetto XVI avrà sempre lo sguardo rivolto pessimisticamente al passato, i cristiani, sempre meno praticanti e sempre più ignoranti delle cose di Dio non solo per colpa delle storielle sul Graal, rischieranno l’estinzione.

 

 

IL DIALOGO CONTINUA...