Ci scrive una donna da Torino

(per posta)

 

Gennaio 2007

 

Care amiche “Donne contro il silenzio” (ed in particolare a Matilde)

 

Vi scrivo dopo aver letto per caso il periodo seguente: 

"Uno dei punti più ferocemente difesi dalla nostra fondatrice, Louise, è proprio questo. Essa rigetta qualsiasi allusione ad essere fuori o diversi o sia pure contrapposti alla Chiesa con la lettera maiuscola, ma accetta che si mettano in luce la verità e la giustizia, che si rigetti quello che è ovviamente sbagliato e fuori dal Vangelo di Cristo, senza però allontanarsi o distruggere il bene e l'Istituzione medesima in quanto ‘popolo di Dio’ e retta dallo Spirito".

Brava Louise!!! Ve lo assicuro, è il mio stesso programma, che ho da tempo. Quando nel passato sentivo disquisire di teologia per sottolineare l'appartenenza ad un gruppo (di preti sposati), o ad un altro, mi amareggiavo, tanto da non volerli frequentare più. E invece Gino, mio marito, mi pregava, quasi mi costringeva a non allontanarmi, dicendomi: sono nostri compagni di ventura...

Pian piano ho maturato in me la consapevolezza che c'è un elemento che noi donne dovremmo far crescere nei nostri mariti, e che sarebbe di utilità agli altri fratelli celibi. Vivere il matrimonio, non dico in maniera esemplare (sa troppo di gente che vuole essere perbenino), ma nella responsabilità di non fare spegnere, in colui che ha esercitato il ministero presbiterale, la fiamma dell'amore, simile a quella dei "chiamati" a portare a tutti la luce del Vangelo e dell'amore nei primi tempi del cammino cristiano. Da quando ho sentito questo in cuore, ho sempre pensato che molto dipende da noi donne.

Non è per caricarci di pesi in più che dovremmo vivere questa dimensione, bensì per aiutare a rendere limpido e semplice il significato della chiamata di Dio. Semplice, non nel senso di ridurne la portata, bensì di coglierne l'essenziale. In questo, sì, forse possiamo essere di aiuto....

Maria M.