DEUS CARITAS EST

(Un commento attraverso la lettura di una mistica: Angela Volpini1)

 

1. Entrare in se stessi - Esigenza mistica

Leggere la “Deus Caritas est” senza entrare in sintonia spirituale col sentire mistico del Papa sarebbe come mettersi di fronte ad un capolavoro d’arte senza il coinvolgimento proprio di chi ha uno sguardo illuminato da un’interiore visione. Basilare è l’invito ad “entrare in se stessi”, e cioè a percorrere le tracce di Dio impresse nel profondo, in uno spazio mistico dove l’essere umano e l’Essere di Dio si incontrano e si riconoscono: nella sostanza dell’amore. E questa è integra perché propria di Dio; come scriveva sant’Agostino, “se vedi la carità, vedi la Trinità”; “Dio è più intimo a me di quanto lo sia io a me stesso”.

La fede che accompagna il cammino verso tale Fonte, lungi dall’avere i connotati di limitanti obbligazioni, va vissuta come risposta a Dio, che vuol farci entrare nel circolo del suo amore; fede non volontaristica, e quindi più mistica che etica, perché è “visione-comprensione capace di trasformare la nostra vita”; e perché dà “un certo pregustamento del vertice dell'esistenza, di quella beatitudine a cui tutto il nostro essere tende”.

Le citazioni bibliche riportate nell’enciclica confermano questa impostazione. Come quando Osea fa dire a Dio: “Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all'ardore della mia ira, non tornerò a distruggere Efraim, perché sono Dio e non uomo; sono il Santo in mezzo a te » (Os 11, 8-9).

 

Antropologia dell’integralità

L’immagine dell’amore di Dio evocata dal papa è densa di significati, non ultimo quella che lo mostra appassionato per il suo popolo. Infatti il suo è un amore che perdona; “talmente grande da rivolgere Dio contro se stesso, il suo amore contro la sua giustizia”.

Questa frase non deve trarre in inganno. Il Dio che “si rivolge contro se stesso” non richiama il concetto di colpa e del conseguente castigo. E’ detto esplicitamente: “nel racconto biblico non si parla di punizione”; è da superare “l'idea che l'uomo sia in qualche modo incompleto, costituzionalmente in cammino per trovare nell'altro la parte integrante per la sua interezza”. La persona non è, per se stessa, dimidiata; è alla ricerca dell’altro per sovrabbondanza, in vista di una perfezione nell’amore, da conquistare per scelta. Spirito e materia si compenetrano a vicenda sperimentando proprio così ambedue una nuova nobiltà”. Amore è il salire e scendere della scala di Giacobbe; l’entrare di Mosè nella tenda sacra e l’uscire per essere a disposizione del suo popolo; il trovarsi senza mai finire di cercarsi del Cantico dei cantici; in sintesi l’introdursi nella circolarità della com-unione che tutti e tutto trascina nell’abisso dell’Amore infinito. Dunque il Dio che “si rivolge contro se stesso” ama tanto l’uomo da non curare la Sua autosufficienza (come rileva la teologia dell’«impotenza di Dio»), da far prevalere in Sé l’aspetto benevolo fino a contraddire altri (aspetti), propri del Suo Essere.

La maturazione culturale e spirituale di un’antropologia dell’integralità della persona permette al dotto teologo Ratzinger, non solo di inquadrare la ragion d’essere dell’amore umano nel complessivo disegno della creazione e della redenzione, ma anche di affermare l’uni-dualità umana, non scomponibile in due mondi divergenti, quasi  che l’uno fosse appartenente alla materia e l’altro allo spirito. Attraverso questo modo di concepire la persona, il papa può parlare di un “tutto della libertà della nostra esistenza”, di potenze “integrate” nella  “totalità del nostro essere”.

Risalendo alla creazione, egli cerca nelle radici bibliche il senso della storia personale e collettiva; riconosce nella somiglianza divina, più che un destino, una possibilità affidata alla scelta della persona; meglio delle persone unite tra di loro e in Dio nello stesso dinamismo. Ne risulta un nuovo umanesimo in cui il divino è compiutezza dell'umano.

 

sostanza divino-umana dell’amore

L’amore non è semplice attributo, ma sostanza dell’essere umano e dell’essere divino: di conseguenza la verità di Dio e la verità dell’uomo sono una sola cosa.

Alcuni commentatori vedono in questo quadro di riferimento il declinare della trascendenza nell’immanenza. Un pensiero laico, questo (a cui fa riferimento, ad esempio, E. Scalari nel suo editoriale sull’enciclica), che non coglie il vero senso del divino nell’umano.

Cerchiamo allora di leggere in profondità:

“Non sono né lo spirito né il corpo da soli ad amare: è l'uomo, la persona, che ama come creatura unitaria, di cui fanno parte corpo e anima. Solo quando ambedue si fondono veramente in unità, l'uomo diventa pienamente se stesso. Solo in questo modo l'amore — l'eros — può maturare fino alla sua vera grandezza”.

La diversità tra Creatore e creatura percorre il terreno della somiglianza nella diversità: il vero Dio ama l’uomo, e il vero uomo ama alla maniera di Dio. La reciprocità anima un rapporto, un interscambio, che tende ad una non-acquietante unificazione; che non consiste in “un fondersi insieme, un affondare nell'oceano anonimo del Divino; è unità che crea amore, in cui entrambi — Dio e l'uomo — restano se stessi e tuttavia diventano pienamente una cosa sola: ‘Chi si unisce al Signore forma con lui un solo spirito’, dice san Paolo” (1 Cor 6, 17)”.

La persona ‘unificata’ realizza se stessa pienamente, perché sono potenziate le sue facoltà, nel convergere nel flusso di un amore sempre nuovo perché in perenne creazione. Anche la fede non si giustappone alla ragione quando questa ha fatto il suo corso, ma la aiuta ad essere più pienamente se stessa.

Bisogna coniugare l’eros pagano (che, nel cercare l’ebbrezza della divinizzazione, si disperde nell’effimera estasi dell’istante) e l’agape cristiana (che si dona senza sapersi ritrovare nell’altro). Ciò può avvenire attraverso un processo di purificazione, che non vuole “la cancellazione dell'eros, ma la sua conversione, la sua trascrizione dentro il cammino circolare tra eros e agape”. L’uomo, dunque, ha in sé il divino come possibilità: cosa meravigliosa perché l’uomo nello scambio amoroso è in una posizione paritetica; sceglie di amare Dio, come Dio sceglie di amare l’uomo. La divinizzazione è alla radice dell’essere umano, ed è nello stesso tempo sua scelta e conquista. E proprio per questo la promessa di felicità non può essere delusa.

Anche la società umana è chiamata ad un processo di unificazione, “che supera le nostre divisioni e ci fa diventare una cosa sola, fino a che, alla fine, Dio sia “tutto in tutti” (1 Cor 15, 28). Ne risulta un’idea di umanità affratellata in un progetto utopico, verso cui indirizzare ogni impegno storco.

Per illustrare questi principi la seconda parte dell’enciclica si occupa del compito della chiesa di servizio all’umanità perché rientri nell’ottica del disegno divino della creazione. Nessun impegno politico e nessun tipo di professionalizzazione può esaurire la carica dirompente di un amore concreto e quotidiano, che attinge la sua dinamis alla consapevolezza di dover dare continuità alla creazione.

 

L’Archetipo dell’amore uomo-donna

Ratzinger sostiene con tanta forza l’unità profonda dell’amore da negare piena dignità ad un amore che fosse puramente spirituale. Qui egli ci stupisce davvero. Ma forse vuol dare il giusto risalto alla concretezza dell’amore, e perciò corregge preventivamente un possibile fraintendimento: non c’è amore se non sono coinvolte tutte le potenzialità umane, sensibili e spirituali.

Ad illustrare adeguatamente questa idea, Ratzinger ci mette di fronte ad un’altra considerazione, anch’essa, apparentemente, paradossale. Il matrimonio unico e indissolubile è archetipo dello stesso amore divino.

Forse nei momenti i cui non ci lasciamo illuminare sufficientemente dalla Fede, possono sembrarci duri, rigidi, lontani dalla pietas, gli argini che la Chiesa ha sempre posto attorno all’amore, perché sia totale e definitivo. Ed è facile chiedersi: come pretendere tanto quando i pesi terreni sono insopportabili? Come può, il matrimonio monogamico, resistere in situazioni laceranti?

La risposta è disseminata in tutta l’enciclica; è nel senso di una trascendenza che anima l’immanenza .   

L’unicità dell’amore è tutt’altro che imprigionamento e decurtazione delle possibilità espansive del cuore umano. E’ purificazione dell’amore che apprende giorno dopo giorno il modo di rinnovarsi alle sorgenti dell’amore. La fede biblica "accetta tutto l'uomo intervenendo nella sua ricerca di amore per purificarla, dischiudendogli al contempo nuove dimensioni".

Supporre un amore che restringe e costringe il desiderio è miopia progressiva fino alla cecità assoluta. La dilatazione del cuore non nasce dai limiti, ma dalla purificazione che attraverso di essi si ottiene. L’amore unico è quello di “un cuore che vede”. Vede questo compagno di vita (ma anche questa situazione intollerabile) con lo sguardo profondo, attraversato da una luce misteriosa. Il terreno che accoglie il seme - di una visione ‘altra’ - è la pista necessariamente ben salda, che può dare slancio al volo. Il sentimento ferito che lo rendesse scivoloso, farebbe perdere di vista la mira alta, che sprona ad un traguardo di pienezza. Qui ed ora.

L’identità tra luce e amore, che è paradigma ricorrente nell’enciclica, è il vedere messo in relazione al cuore. Se questo ama, si illumina la visione dell’Invisibile, nascosto ma presente nel volto dell’altro.

A. R.

 



1 Quanto ho appreso dalla lettura di questa mistica mi ha fatto capire in profondità l’enciclica. Vi ho trovato integralmente il contenuto ispirato che lei ha comunicato e continua a comunicare. Vedi il libro “Fedeltà alla terra” Armando ed. Roma 2006.