L a   p a g i n a   c u l t u r a l e 

 

 

 


Antigone a Port-Royal: obbedienza monastica

e autonomia femminile in un’abbazia di Antico Regime

 

La storia di Port-Royal prese avvio dalla vicenda di una badessa monacata a otto anni, la quale accettò un destino non scelto trovandovi la libertà interiore e il coraggio di opporsi al potere, civile e religioso, che in nome dell’obbedienza cercava di imporre alle monache pesanti compromessi con la propria coscienza. Per questo, nel ricchissimo universo monastico del Seicento francese (carmelitane, visitandine, orsoline, possedute di Loudun e missionarie nel Nuovo Mondo) Port-Royal assunse una valenza unica. La sua singolarità emerge anche dal confronto con altri monasteri italiani, novaresi ad esempio, in cui le monache erano impegnate a difendere qualche “rilassatezza mondana” dall’ingerenza dei vescovi, ai quali poi toccava intervenire con mano pesante per far rispettare i decreti tridentini. A Port-Royal il conflitto è per motivi opposti: le religiose sono osteggiate dai prelati prima per l’applicazione rigorosa della clausura, poi per il rifiuto a firmare un documento che esse considerano idolatra e che in sostanza chiede loro di giurare il falso.

Il presente lavoro vuole entrare nell’abbazia per vedere la questione dal punto di vista delle monache, ben sapendo che la storiografia cattolica continua a considerarle “eretiche”1 e che la polemica sull’interpretazione dell’Augustinus ha prodotto un numero impressionante di scritti spesso violenti. Non aveva torto Jonathan Swift: le guerre più accanite nascono dalle divergenze di opinioni. Infatti proprio in una differenza di interpretazione sta il nodo della contesa il cui esito fu segnato dal potere dei contendenti, pochi anni dopo la “reciproca incomprensione” che aveva portato Galileo all’abiura: tu mi inquini l’acqua, disse il lupo all’agnello che beveva più a valle.

Il titolo dell’articolo necessita di una spiegazione. Le ricerche su Port-Royal, la lettura dei testi prodotti  dall’abbazia, soprattutto gli scritti delle monache che si interrogano sui confini dell’obbedienza, a cui sono chiamate dall’abito, e del potere che i superiori ritengono di poter esercitare sulla comunità, evocano spesso, sia pure non dichiaratamente, il gesto ribelle di Antigone. Benché la lettura della tragedia di Sofocle, che ho usato come paradigma interpretativo di alcuni aspetti della vicenda di Port-Royal, sia superata dalla ricchezza e dalla complessità degli studi più recenti, tuttavia tale lettura è forse l’unica nota nel contesto in cui si colloca l’abbazia. Molte religiose provenivano da famiglie di magistrati, un ambiente particolarmente sensibile al problema dei rapporti con il potere sovrano che si pretendeva assoluto. La Fronda parlamentare li aveva visti in prima linea, la sconfitta subita non aveva certo spento la sensibilità. Nel 1580 Robert Garnier aveva pubblicato Antigone ou la piété. L’autore era un magistrato, aveva visto gli orrori delle guerre civili, politiche e religiose. I cadaveri insepolti erano parte del paesaggio quotidiano e, circa un secolo dopo, la Fronda ripeteva il copione delle guerre fratricide. Molti trovavano nella sintassi del mito una chiave di lettura per il presente e Port-Royal accoglieva tutti i feriti, frondisti e mazzarini. Inoltre, la puntuale contestualizzazione della tragedia che colloca Antigone e Creonte sulle sponde opposte della difesa dei privilegi della parentela contro l’affermarsi dell’autorità dello Stato, presenta un aspetto dello scontro fondato su motivazioni divergenti rispetto a quelle per cui si muove l’abbazia. Con il “giorno della grata” e il ritorno al badessato elettivo, Angélique privava se stessa e la propria famiglia di privilegi derivanti dal favore reale in nome di princìpi di equità e giustizia. Infatti, quando Angélique impose il rispetto della clausura anche al proprio padre, il vescovo si schierò con il paterfamilias, in difesa dei privilegi che appartenevano al clan nobiliare. Il rispetto della Regola praticato da Angélique rischiava di aprire una falla nel sistema. Quando poi i fratelli, le sorelle, i/le nipoti di Angélique, conquistati dal rigore della riforma, si impegnarono affinché la carica di badessa non fosse più vitalizia, tutta Parigi e tutta la corte ridevano di una famiglia che si affannava per privarsi di un privilegio che altri clan parentali cercavano di procurarsi con ogni mezzo.

Fondata nel 1204, l’abbazia di Port-Royal era stata riformata nel 1609, con il ripristino della clausura, da parte della diciottenne badessa Angélique Arnauld, la quale, il 25 settembre di quell’anno, aveva opposto il rispetto della Regola benedettina alle regole mondane.

La clausura benedettina prevedeva che neanche i parenti potessero entrare in monastero e Angélique rifiutò l’ingresso al proprio padre che, come tutti i paterfamilias, si riteneva dispensato dal rispetto di norme che riguardavano le monache. Il vescovo si schierò dalla parte del signor Arnauld ma Angélique sostenne che l’essersi votata a una Regola la obbligava ad obbedire a Dio prima che a suo padre.

L’episodio è noto nella storiografia portorealista come il “giorno della grata”, punto di partenza nella ricerca di una religione austera, priva di compromessi, tesa verso la purezza delle prime comunità cristiane.

L’abbazia era situata in «un vallone orrendo», agli occhi di madame de Sévigné, per quanto «teso alla propria salvezza»,2 ma è proprio dalla prospettiva del Rodhon3 che bisogna partire per vedere il mondo con gli occhi di Port-Royal:

Benché questa dimora fosse nel profondo di un vallone, a volte, guardando il cielo sopra il dormitorio, m’immaginavo che fosse più azzurro e sereno che altrove [...] una notte che il mio spirito era abbattuto, fui rapita vedendo soltanto stelle come lo fui un’altra volta sentendo il suono delle nostre tre campane che facevano una dolce armonia [...] ero immersa in una gioia così grande di esser religiosa, che una volta, essendo sola, mi misi a danzare; e quando vedevo triste una monaca, pensavo che le sarebbe bastato volgere lo sguardo al suo velo nero, per non esserlo più.4

Con queste premesse l’abbazia verrà coinvolta e si lascerà coinvolgere –ma «è possibile vivere senza lasciarsi coinvolgere?» si chiede Yourcenar– dalle vicende connesse al giansenismo. L’affaire esplose con l’individuazione, da parte della Chiesa, di “cinque proposizioni” considerate eretiche nell’Augustinus di Jansen. A nulla valse la distinzione tra “diritto” e “fatto” enunciata da Antoine Arnauld, né l’appassionata difesa delle religiose contenuta nelle Provinciali di Pascal.

La gerarchia cattolica rispose con l’imposizione di un Formulario di condanna. Il rifiuto di Port-Royal di piegarsi a firmare, trasformò una questione di osservanza ecclesiastica in un problema di coscienza, un conflitto di genere in perenne monito all’assunzione di responsabilità individuale anche, o sopratutto, di fronte a una Chiesa che mette al primo posto la disciplina gerarchica e usa il singolare bisogno del divino come strumento di controllo collettivo.

La storia di Port-Royal pone domande sui confini dell’obbedienza: è giusto obbedire a chi, in nome di Dio, afferma e chiede ciò che la coscienza sente in contrasto con la legge di Dio? Lo scontro si concluse con la distruzione dell’abbazia, diventata ormai simbolo del dissenso, nel clima gesuitico degli ultimi anni di regno di Luigi XIV.

Le rovine di Port-Royal diedero avvio al “mito” di Port-Royal, oltre il quale le protagoniste di quella resistenza, e il luogo in cui si svolse, si propongono all’attenzione del nostro presente attraverso le immagini che di loro ci hanno lasciato i dipinti di Philippe de Champaigne e i versi di Racine. Nelle saintes demeures du silence abitavano donne che nell’imitazione di Cristo si scontrarono con una Chiesa interessata ad offrire loro solo la possibilità di obbedire agli uomini. L’ambizione ad essere religiose raisonnablement si concluse drammaticamente, ma infonde ancora coraggio.

La parola chiave per comprendere la vicenda di cui furono protagoniste quelle religiose è “resistenza”: a chi voleva far loro compiere un gesto in compagnia del quale non avrebbero potuto vivere. I punti forti della resistenza furono: il “giorno della grata” e il Formulario.

Il “giorno della grata” è riconosciuto da tutta la storiografia portorealista come gesto esemplare e fondante: «senza il “giorno della grata” non ci sarebbe stato Port-Royal», afferma Sainte-Beuve.5

Il commento di Sainte-Beuve e, forse ancora di più, il silenzio di Racine, che con l’Abrégé6 cercava di attirare lo sguardo benevolo dei potenti sull’abbazia, colgono in quel gesto la potenzialità eversiva che costituirà il sottofondo di tutta la vicenda di Port-Royal.

Angélique e le sue monache ribelli stavano dimostrando che vivere secondo la Regola è tirarsi fuori dalle regole del mondo: la salvezza non dipende dalle leggi del potere. «Se vi lasciate guidare dallo Spirito, non siete più sotto la legge».7 Osserverà più tardi con amarezza che chi non aveva avuto scrupoli nel monacarla a otto anni, reagiva con indignazione al fatto che lei volesse essere monaca sul serio.

Quando, nel 1661, arrivò a Port-Royal il Formulario, il motivo ufficiale del contendere erano l’Augustinus e la Fréquente Communion. Nel 1649 un gesuita della Sorbona aveva individuato nel libro di Jansen “cinque proposizioni”8 da considerarsi eretiche. Sottoposte al giudizio del papa vennero condannate nel 1653. Arnauld impostò la difesa delle opere e del pensiero del vescovo di Ypres, sulla distinzione tra “diritto” e “fatto”: il papa aveva tutto il “diritto” di condannare quelle proposizioni, ma quelle proposizioni nell’Augustinus, di “fatto”, non

c’erano. A fianco di Arnauld si schierò anche Pascal ormai legato all’abbazia dove sua sorella Jacqueline aveva preso i voti nel 1652.

Dal gennaio 1656 al marzo 1657 Pascal scrisse le diciotto Lettere Provinciali9 con cui fece conoscere al mondo i termini della contesa e si buttò nella difesa appassionata di Port-Royal. Lo stile e l’ironia di Pascal contribuirono all’ambigua reputazione dei gesuiti, messi alla berlina dal filosofo che li accusava di manipolare a loro piacimento le scritture per cui sarebbero riusciti a far diventare eretico chiunque non pensasse come loro o non fosse loro utile. Il successo delle Provinciali non riuscì però a modificare la piega degli avvenimenti: Arnauld venne cacciato dalla Sorbona e venne imposta la firma di un Formulario, condannante le “cinque proposizioni”, a tutti gli ecclesiastici e a tutte le religiose.10

Alle monache si presentava un gravissimo problema di coscienza. Si chiedeva loro di firmare in obbedienza al papa, secondo il quale quelle proposizioni erano presenti nell’Augustinus, ma i loro confessori e direttori spirituali affermavano il contrario e le religiose, che in maggioranza non avevano letto l’opera, non si ritenevano in grado di giudicare con cognizione di causa. Un vicario del vescovo venne appositamente mandato a Port-Royal per predicare l’obbedienza cieca: «I gradini di questo altare sono bianchi –disse alla comunità riunita– ma se il vescovo mi dicesse che sono neri io gli crederei». «E avreste torto –rispose Christine de Sainte-Madeleine Briquet– perché il vostro credere non ne cambierebbe il colore e i vostri occhi che lo vedono sono dono di Dio [...] L’obbedienza cristiana –riaffermerà la stessa religiosa durante la prigionia– non è né cieca né sorda ma unicamente sensibile alla voce del Pastore».11 Assorbite dal pensiero dominante di non dispiacere a Dio, la cui ira colpisce ogni empietà e ingiustizia, «parecchie monache si ammalarono per la sola paura di essere costrette a firmare, e la sorella del signor Pascal fu colpita da una febbre che la condusse alla tomba».12 Jacqueline morirà infatti nell’ottobre del 1661, «per il rimorso di aver ceduto» ma anche torturata dalle dispute in cui si trovava coinvolta, lasciando un gran vuoto nella comunità.13 In giugno aveva scritto a suor Angélique de Saint-Jean:

So bene che si afferma che non spetta alle fanciulle difendere la verità; ma qualunque cosa se ne possa dire –in questi tristi tempi e nello scompiglio in cui ci troviamo– poiché i vescovi hanno un coraggio da fanciulle, le fanciulle devono avere un coraggio da vescovi. Se noi non possiamo difendere la verità; noi, per la verità, dobbiamo morire.14

Perché religiose che, in maggioranza, non avevano letto l’Augustinus, si ostinarono a non sottoscrivere il Fomulario? L’osservanza della Regola le collocava «sotto lo sguardo di Dio», il Dio nascosto e silenzioso di Pascal, che lascia le proprie creature senza assistenza diretta ma le guida con l’imperativo dell’«integrità dell’essere»: a Port-Royal il Salmo 118 era lettura frequente. Non si poteva firmare mantenendo una riserva nella propria anima nella quale Dio legge come in un libro aperto. Il conflitto tra l’obbedienza e la coscienza rivela il conflitto tra due chiese: quella degli uomini e quella di Dio, quella visibile e quella invisibile, quella del tempo e quella dell’eternità. Il “giorno della grata” e il rifiuto della firma assunsero una valenza dirompente nella storia religiosa del Seicento francese, la ribellione infatti, nell’uno e nell’altro caso, deriva dalla necessità di obbedire prima agli imperativi della coscienza che a quelli del potere. Chissà se le religiose di Port-Royal avevano sentito parlare di Antigone? Anche lei una ragazza di fronte al potere: paîs la chiama affettuosamente il coro. L’arrivo del Formulario, nel luglio1661, apre a Port-Royal uno scenario imprevisto che obbliga le religiose a interrogarsi sul voto di obbedienza.

Il principio guida dell’abbazia riformata, riserva infatti l’obbedienza a Dio solo, poiché «non c’è autorità se non da Dio».15 La Sua volontà però non ci viene donata ogni giorno attraverso «un’ispirazione del cuore o la conoscenza della Legge», ci si deve quindi sottomettere a quelle “mediazioni” che vengono dai Superiori in religione, e dai prìncipi nel mondo, alle cui dipendenze la Provvidenza ci ha collocato. Si tratta quindi di «saper vedere Dio negli uomini»; questo non significa riconoscere Gesù in ciascuno di loro ma vedere in loro i semplici strumenti di una volontà divina che li supera. Ora, come vedere Dio nelle decisioni che oltraggiano la giustizia e la verità? L’obbedienza a Dio può comportare la disobbedienza al mondo.

Nelle Costituzioni si dice che: l’obbedienza va estesa alle minime cose sapendo che è la sola cosa che dona pregio a tutto ciò che fa una religiosa, in modo che le più grandi austerità sono disprezzate da Dio come degli obblighi morti se non sono animate da questa virtù che deve essere l’unico motivo di tutte le sue opere senza eccezione.16

Il testo è nel solco della tradizione monastica che prevede la sottomissione a Dio su tre livelli: al Vangelo, alla Regola e alle Costituzioni dell’Ordine, ai Superiori. La Regola è dunque la prima mediazione dell’obbedienza dovuta a Dio, ai Superiori è riconosciuto il compito di mediatori in seconda istanza. Alcuni cristiani infatti, preoccupati che la debolezza dell’animo umano potesse smarrirsi nel percorso arduo della fede, hanno pensato di farsi indicare il cammino da altri, ogni volta che potevano dubitare della propria luce o della propria dirittura. L’obbedienza è rivolta a Dio solo, l’intermediazione non è che un mezzo.

L’articolo Obbedienza delle Costituzioni di Port-Royal descrive una situazione ideale che non presenta alla religiosa alcun motivo di dubbio sul fondamento dei comandi che le vengono rivolti. L’obbedienza si offre allora come virtù catartica che infonde disponibilità all’ascolto del volere divino. Obbedire (ob-audire) infatti, etimologicamente non è altro che prestare l’orecchio, mettersi in ascolto. Da qui il legame essenziale, in materia religiosa, tra obbedienza e fede perché, prima di essere subordinazione, l’obbedienza sarà libera decisione e non rinuncia rassegnata, ancor meno mortificazione ascetica.

Quando la Regola di san Benedetto raccomanda «l’obbedienza senza indugio […] tutto come se l’ordine venisse da Dio», la sua intenzione è di far prevalere l’ascolto della “voce di colui che ordina” sulla “volontà propria” del religioso: se ciò che è ordinato è eseguito senza turbamento, senza lentezza, senza tiepidezza, senza mormorazioni, senza replica né rifiuto, questa obbedienza sarà ben ricevuta da Dio, poiché l’obbedienza che si rende ai superiori va indirizzata a Dio stesso che ha detto: «Chi vi ascolta, mi ascolta».17

Se al contrario il discepolo obbedisce malvolentieri e se mormora non solamente con la bocca, ma anche con il cuore, anche se esegue l’ordine, non sarà più gradito a Dio.

Ordinata all’ascolto della volontà divina, l’obbedienza alla Regola, e di conseguenza ai superiori, resta sempre circoscritta dai limiti e dalle imperfezioni della natura umana. Queste considerazioni sono presenti nel capitolo XXVIII delle Costituzioni, dove si parla dell’ufficio della madre badessa:

che la madre badessa usi moderatamente e sobriamente la sua autorità, ordinando alle sorelle ciò che devono fare più con l’esempio, comandando raramente in termini formali e più raramente ancora in virtù della santa obbedienza e questo solamente quando vi sarà costretta dalla necessità; ma per l’ordinario agisca in modo tale che sembri piuttosto pregare ed esortare con affetto che comandare e non ordini mai nulla a nessuno per il quale non si sforzi di ottenere da Dio la grazia di obbedirle mediante le sue preghiere e le sue azioni, facendo per prima ciò che comanda agli altri […] secondo il modello di Gesù.18

È dovere dei Superiori temperare la propria autorità, affinché l’umiltà liberamente consentita dalle religiose faccia il resto; a questo titolo la badessa è sottomessa alle stesse obbligazioni delle monache da lei dirette.

Si ricordi –prosegue il testo– che deve essere altrettanto soggetta alle altre attraverso la servitù della carità quanto è elevata sopra di loro dall’autorità della sua carica […] ciò che la obbliga a servire continuamente e assoggettarsi con umiltà profonda al bene e all’utile di quelle che sono a lei sottomesse. Che sia dunque tutta per tutte; che nutra il suo santo gruppo non dominando su di lui ma comportandosi con allegria nel servire da esempio […] e che non mostri mai se stessa come un modello di altre virtù ma principalmente di umiltà, di pazienza e di obbedienza sottomettendosi con più precisione di tutte a ciò che appartiene alla regola e alla disciplina del monastero ai propri ordinamenti che guarderà sempre come comuni.19

Questo testo è davvero la “carta costituzionale” della comunità, un passaggio indispensabile per comprendere l’attenzione della badessa verso le monache che le sono affidate: l’obbedienza richiesta non è sottomissione sorda e cieca, ma libero consentimento nel testimoniare l’ascolto della parola di Dio. Una veglia dello spirito che si fa più tesa e ansiosa quando viene disturbata da un’autorità contraddittoria che si sovrappone all’ascolto nell’esigere un’obbedienza passiva. Come praticare allora l’obbedienza richiesta dalla Regola?

L’arrivo del Formulario portò con sé non pochi interrogativi ai quali le religiose che avevano incarichi di comando e di guida nell’abbazia cercarono di dare alcune risposte.

Nel mese di giugno del 1663, madre Agnese diede degli Avvisi sulla condotta da seguire in caso arrivasse un cambiamento nel governo della Casa.

Madre Agnese vi distingue le occasioni in cui «sarà necessario soffrire, semplicemente guardando Dio che permette gli avvenimenti» e quelle «in cui bisognerà fare qualche resistenza e prendere certe misure per non lasciarsi opprimere».20

L’eredità dello stoicismo permette alle religiose di sottomettersi senza debolezze alla costrizione fatta loro, tentando di coincidere non con la causa vicina, rifiutata, ma con la causa prima che è Dio. In questo solco si colloca la resistenza che segnerà la storia di Port-Royal.

Se ci si addentra nella lettura degli Avvisi, le cose appaiono ancor più nitide: «se il Re nominasse una badessa a vita, bisognerà sopportarlo e sottomettersi al suo governo nelle cose indifferenti, ma non le si obbedirà in ciò che sarà contro le Costituzioni della Casa e contro la coscienza». Viene introdotto qui un concetto che avrà un ruolo importante nel dibattito tra le religiose e l’autorità ecclesiastica: quello dell’“indifferenza”. Saint-Cyran aveva rifiutato la nozione di un “terzo indifferente” come pregiudizio per una sana morale, poiché suscettibile di far apparire tra il bene e il male una zona indistinta difficilmente controllabile. È da notare che se madre Agnese fa una concessione a questa morale del “terzo indifferente”, sostenuta sopratutto dai sostenitori della firma, ne esclude però ciò che riguarda le Costituzioni come ciò che obbliga “in coscienza”. La nozione di “indifferente” perde quindi la valenza di deleterio e di capzioso per circoscrivere, nella vita del chiostro, ciò che è di semplice routine.

Inoltre, l’appello all’indifferenza, per meglio spogliare le “badesse intruse” di un abusivo potere, svuota di sostanza la nozione stessa della loro autorità.

Madre Agnese dice che, nel caso di una badessa imposta, «non si farà ricorso a lei per ciò che riguarda la direzione della coscienza [...] in assenza di autentiche superiore, alcune sorelle saranno nominate per essere il consiglio spirituale delle altre, affinché nessuna si guidi da se stessa».21

Questo ricorso all’altro nella presa di coscienza di sé e in tutte le decisioni gravi, era così abituale che, nel tempo del silenzio e dell’isolamento, proibita ogni comunicazione, toccherà al laico monsieur Hamon svolgere, sotto la copertura delle sue funzioni di medico, anche il ruolo di direttore di anime: è difficile trovare a Port-Royal l’appello al “libero esame”.

Per le esiliate l’Avviso è ancora più netto: «Si obbedirà con grande rispetto alla Superiora. Per l’intimo della propria coscienza non ci si aprirà a lei».22 Il rispetto va infatti a Dio, è la sua volontà che guida tutti gli avvenimenti, non alla Superiora con la quale ci si vieta ogni comunicazione spirituale.

Le Riflessioni suscitate da questi Avvisi in madre Angélique de Saint-Jean (Riflessioni di madre Angélique de Saint-Jean per preparare le sue sorelle alla persecuzione) assumono un senso critico. Certo il dovere dell’obbedienza è fermamente richiamato come «imitazione del figlio di Dio obbediente per noi fino alla morte sulla Croce». Ma se l’imitazione di Gesù Cristo santifica l’obbedienza, le assegna anche dei limiti: ogni opposizione tra i nostri obblighi verso Dio e le direttive emanate dai Superiori, sospende l’obbedienza a persone nelle quali è impossibile riconoscere l’autorità che viene da Dio.

Angélique de Saint-Jean trova qui il senso primario dell’obbedienza:

l’obbedienza cristiana è illuminata, ci porta a obbedire a Dio quando obbediamo agli uomini, e a guardare l’uomo come tenente il posto di Dio. Ci insegna a distinguere la voce del Pastore e ad ascoltarla, di chiunque si serva per farcela sentire; ma in modo tale che se tiene un linguaggio diverso chiedendo cose contrarie alla sua Legge, le pecore, che conoscono soltanto la voce del pastore, non ascolteranno un linguaggio estraneo e avranno tanta fermezza per resistere alle carezze e alle minacce che saranno usate per perderle quanta docilità hanno avuto per sottomettersi e lasciarsi guidare in tutte le cose in cui potrebbero obbedire a Dio sottomettendosi agli uomini.23

L’obbedienza cristiana è dunque niente affatto passiva ma attiva, anche quando partecipa alla Croce di Cristo; «non cieca ma lucida, […] non sorda ma sempre unicamente sensibile alla voce del Pastore: poiché, se si deve sottomettere l’amor proprio alle umiliazioni, non si deve mai lasciar umiliare la verità né la giustizia».

Posti questi princìpi, l’autorità delle badesse “intruse” è allora ben circoscritta:

Se Dio permette che delle persone estranee siano stabilite per governare il monastero, anche se non si deve obbedire loro nelle cose che indicherebbero espressamente che le si riconosce come Superiore, ci si sottometterà a tutti gli ordini che non avranno conseguenze [...] purché non deroghino in nulla alla Regola e alle Costituzioni.

Si ritrova la nozione del “terzo indifferente” che rimanda al concetto di adiaphoria, ovvero l’atteggiamento di chi non dà peso alle cose materiali e considera come unico bene la virtù, già utilizzata da madre Agnese24 e presente anche in Pierre Nicole: «ciò che non tende a Dio e all’osservanza della sua legge non ha essere, né realtà, né solidità, né felicità, è vanità ogni attività umana che non è rapportata a Dio», come si può obbedire alla vanità, come si può obbedire al tempo, quando la luce della Grazia ci ha rivelato l’eternità? Ecco affermato il primato delle leggi non terrene su quelle terrene.

E sempre Nicole: «è strano come gli uomini fatichino a persuadersi del nulla del mondo, mentre tutte le cose lo segnalano [...] che cos’è la storia di tutti i popoli e di tutti gli uomini se non un’istruzione continua che le cose temporali non sono nulla?».25

Il voto di obbedienza allora, fino alla rinuncia totale della propria volontà, potrà pienamente realizzarsi nel campo in cui né la verità né la giustizia sono in gioco:

Per le cose che sono importanti invece […] bisognerà opporsi con saggezza e discrezione, avendo anche timore di resistere a sproposito, come di cedere quando non ci fosse ragione di farlo […] per non ingannarsi in questa resistenza, alcune sorelle saranno state nominate per essere di consiglio alle altre che giudicheranno ciò che bisognerà fare.

Christine Briquet, ricorda Besoigne, costretta alla regola del silenzio all’epoca della sua detenzione a Sainte-Marie du Faubourg, testimonia con cenni del capo, a chi la vuole interrogare, che «se essa è muta, non è affatto sorda».26

L’autonomia di giudizio, in questa come in altre occasioni dimostrata dalle religiose di Port-Royal, le collocava sullo stesso piano di pericolosità delle streghe o delle donne-regine che, nella lettura di Jean Bodin, portano uguale danno perché, attraverso l’attività di governo e la conoscenza della natura, mettono in discussione il filo diretto che lega il potere patriarcale alla volontà di Dio. Bodin considera ugualmente nefaste le donne-regine, le streghe e, per ovvii motivi, le donne che hanno l’ardire di assumere parola pubblica.27 In questa prospettiva anche Antigone è una strega.

Tra tutte le figure create dalla cultura greca, Antigone è certo la più ricorrente nei percorsi storici, politici e culturali della civiltà occidentale. Ha posto interrogativi a Hegel e Hölderlin, ad Anouilh e Brecht e infine, ma certo non ultima, è difficile dimenticare la riflessione di Heinrich Böll sulla sepoltura negata ai “suicidi” del gruppo Baader Meinhof nella Germania del 1977.

Antigone che ritorna dunque, una generazione dopo l’altra, carica dei significati di cui ogni sua apparizione l’ha arricchita: possiamo averne dimenticato il nome che l’ha resa persona ma la tremenda attualità dell’antitesi tra la ragion di stato e l’autonomia della coscienza di sé, è presente ogni volta che ci si confronta con un potere politico che parla il linguaggio della prevaricazione e dell’integralismo.

Nel mondo greco, che negava alle donne il diritto alla visibilità e alla parola, la rivolta contro le leggi umane e transitorie in nome di leggi non scritte ma eterne, è affidata ad azioni e parole di donna.

Una donna propone il dilemma tra legge scritta e legge di natura suggerendo l’indipendenza del pensiero individuale come condizione necessaria e indispensabile per la realizzazione della libertà sociale. «Autonomos, artefice delle proprie leggi», recita ammirato il coro, Antigone scenderà nell’Ade, ma proprio l’autonomia è la colpa per cui è stata condannata senza appello da Creonte: dal punto di vista del potere si tratta di una espressione di arbitrio e di anarchia a cui non è possibile cedere.

Il nomos, la legge, è per Antigone imperativo morale, per Creonte norma giuridica. In questo contrasto non risolvibile perchè fondato sulla incomunicabilità tra gli esseri umani (o tra i generi?) che rivelano distanze insormontabili, sta il nodo della tragedia, per noi come per il pubblico del V secolo a.C. Il conflitto di doveri si presenterà anche a un uomo, Socrate, cinquant’anni più tardi, ed egli con scelta esemplare quanto quella di Antigone, obbedì alle leggi della città benché ritenesse ingiusta la condanna, e si è ripresentato in varie situazioni un secolo dopo l’altro.

Quando si termina la lettura della tragedia di Sofocle, l’antagonismo non risolto, il contrasto dei valori, che è diventato anche contrasto tra maschile e femminile, continua a frugare la nostra mente.

Giustamente George Steiner ha notato come «a un solo testo letterario sia stato concesso di esprimere tutte le costanti principali del conflitto presente nella natura umana: l’opposizione uomo-donna; vecchiaia-giovinezza; stato-individuo; vivi-morti; mortali-immortali».28

Ma la riflessione non può sfuggire nemmeno al richiamo della responsabilità personale come pienezza dell’essere umano. In mezzo a uomini che diventano burattini in nome della ragion di stato, Antigone esce dal mito e diventa realtà nelle situazioni drammatiche, quelle stesse in cui, esaurita la carica di timore e di potere che li muoveva, i burattini tornano alla loro condizione naturale di inerti fantocci.

Antigone infatti non è soltanto la ragazza che disubbidisce alle leggi del potere per seguire le leggi degli affetti, che si sottrae agli ordini del re-zio per seguire la voce divina, ma è anche colei che osa assumere parola pubblica davanti a Creonte, il quale infatti esige per lei un castigo esemplare perchè, dice, «non sarei più io l’uomo, l’uomo sarebbe lei se questo smisurato orgoglio non fosse punito […]. Non può esservi smisurato orgoglio in chi appartiene ad altri», conclude Creonte.29

Di smisurato e pericoloso orgoglio, «orgogliose come demoni», vengono accusate le monache di Port-Royal che rifiutano l’obbedienza cieca, la sola –ammonisce il vescovo– che si addice alle donne. Ma queste monache vedevano nell’obbedienza cieca il rischio di mettere sull’altare le necessità del potere e scambiarla per volontà di

Dio. Ritenevano cioè che il Formulario, con cui la Chiesa condannava le idee di Jansen, e quindi la difesa che ne avevano fatto Arnauld e Pascal, derivasse non dalla volontà di Dio ma dalla volontà di uomini che usavano il nome di Dio per giochi di potere. In fondo al Nécrologe, è riportato l’Acte des religieuses de P.R. du 28 août 1665 contenente il loro pensiero sulla firma del Formulario, temendo che sarebbero stati loro rifiutati i sacramenti in punto di morte:

Se si arriva, a causa di un’obbedienza cieca, a voler credere un fatto contestato, che è stabilito unicamente da un’autorità umana, sul quale ci sono molti dubbi reali e fondati, imprigionando il proprio spirito sotto questa autorità, come si farebbe per accettare una verità rivelata da Dio, questo è mettere l’uomo al posto di Dio, e farsi un idolo contro il primo comandamento.30

Le monache di Port-Royal però avevano pericolosamente imitato Antigone anche nel dare ospitalità a entrambi i partiti in lotta durante la Fronda, la guerra civile che devastò la Francia per una decina d’anni, al termine della quale continuavano a dare scandalo proponendo addirittura di abolire il lusso per trovare le risorse necessarie a soccorrere la moltitudine dei poveri. A Port-Royal si pensava infatti che l’etica non fosse fatta soltanto di buoni sentimenti e belle parole ma dovesse fondarsi su una più equa distribuzione dei beni.

Inoltre, agire per migliorare le condizioni di vita più misere, poteva essere strumento di giustizia e testimonianza della fraternità e dell’uguaglianza insegnate da Gesù. L’autonomia di Port-Royal si spingeva fino a leggere il Vangelo e a metterlo in pratica secondo il modello delle prime comunità cristiane.

Come Antigone e Creonte sono figure portatrici di etiche non conciliabili, così l’etica portorealista non poteva avere ascolto nella corte: la sua radicalità era fondamentalmente antipolitica, l’abate di Saint-Cyran predicava ad alta voce che l’uomo politico è il più grande nemico del vero cristiano. Dunque non solo la vocazione a staccarsi

dal mondo materiale per accedere a quello spirituale ma anche la rinuncia al sistema di valori legati al potere terreno.31

Ecco ricomparire la nozione di adiaphoria nel rapporto con il mondo: «[…] de le umane cose / tanto sperimentar, quanti ti basti / per non curarle».32

Non c’è bisogno di disprezzare il mondo, nella sua vanità è la sua nullità e chi pensa alla salvezza dell’anima non si lascerà coinvolgere dalla vana gloria e dai suoi trionfi. Le Lettere dell’abate di Saint-Cyran, come sottolinea Robert Arnauld d’Andilly nella prefazione, «non respirano tutte che attaccamento a Dio e distacco dal mondo». La stessa concezione, come si è già accennato, si trova in Nicole «tutte queste creature sono poca cosa in verità. [...] Non hanno alcuna forza, né alcuna potenza per agire indipendentemente da Dio», come si può allora obbedire alla vanità, come si può obbedire al tempo, quando la luce della Grazia ci ha rivelato l’eternità?33

Sull’esempio di S. Agostino si gioca con l’opposizione tra vanitas e veritas, e Robert, fratello maggiore di Angélique e traduttore di Teresa d’Avila, che morì a Champs nel 1674 e venne sepolto nel coro della chiesa, volle, per la sua lastra tombale che è tra quelle poi salvate nella chiesetta di Magny-les-Hameaux, questa iscrizione:

Sub sole vanitas, supra solem veritas.

Poiché devo piacere più a lungo

a coloro che stanno sotto terra

che a quelli quassù.

Là in basso, infatti, giacerò per

sempre.

(Sofocle, Antigone, vv. 74-76)

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1 Cettina Militello, Il volto femminile della storia, Casale Monferrato, Piemme, 1995,

pp. 294-294.

2 Mémoires historiques et chronologiques sur l’abbaye de Port-Royal des Champs, II,

Utrecht, 1755-1759, p. 506.

3 Il Rodhon è un piccolo corso d’acqua che scorre nel fondo dell’avvallamento in cui è stata costruita l’abbazia di Port-Royal des Champs, nella regione delle Yvelines, a sud-ovest di Versailles. La zona era paludosa e malarica tanto che nel 1625, dopo la morte di quindici religiose in poco più di un anno, la comunità decise di trasferirsi a Parigi, in una casa messa a disposizione dalla signora Arnauld, madre di Angélique. Solo nel 1648 poterono ritornare a Champs dopo che i “solitari” avevano bonificato il sito, ma il numero delle religiose era ormai tanto cresciuto che l’abbazia ebbe il permesso di comprendere due case: Champs e Parigi, all’angolo tra il faubourg Saint-Jacques e rue de la Bourbe, l’attuale boulevard de Port-Royal. I “solitari” si stabilirono sulla collina sovrastante nella fattoria delle Granges.

4 Angélique Arnauld, Relazione su Port-Royal, a cura di Silvana Bartoli, Palermo, Sellerio, 2003, p. 66 e 215-216.

5 Charles Augustin de Sainte-Beuve, Port-Royal, I, Firenze, Sansoni, 1964, p. 84; Pierre Magnard, Angélique de Saint-Jean ou l’esprit de resistence, «Chroniques de Port-Royal. Bulletin de la Société des Amis de Port-Royal», 34, 1985, pp. 13-32.

6 Jean Racine, Port-Royal (Abrégé de l’histoire de Port-Royal), a cura di Mario Escobar, Torino, Einaudi, 1977.

7 Epistola ai Galati 5,18.

8 Le “cinque proposizioni”, già condannate da Innocenzo X nel 1653, senza essere attribuite ad alcun teologo in particolare, venivano di nuovo condannate con la bolla di Alessandro VII del 16 ottobre 1656 ed esplicitamente attribuite a Jansen, in Mémoires historiques sur le Formulaire, par M. l’Abbé de Coudrette, La Haye, Chez Neaulme & Compagnie, 1756, pp. 31-103.

9 Blaise Pascal, Le Provinciali, a cura di Giulio Preti, Torino, Einaudi, 1972.

10 «Io mi sottometto sinceramente alla Costituzione di papa Innocenzo X del 31 maggio 1653, conforme al suo vero significato che è stato fissato dal nostro Santo Padre Alessandro VII il 16 ottobre 1656. Riconosco di essere obbligato in coscienza ad obbedire a queste Costituzioni e condanno col cuore e con la bocca la dottrina delle Cinque Proposizioni di Cornelis Jansen contenute nel suo libro intitolato Augustinus, che questi due papi ed i vescovi hanno condannato; dottrina che non è quella di Sant’Agostino, che Jansen ha male interpretato, contro la vera intenzione di questo santo Dottore», questa è la professione di fede richiesta dal Formulario, cit. in Françoise Hildesheimer, Marta Pieroni Francini, Il Giansenismo, Milano, Edizioni San Paolo, 1994, p. 51.

11 Henry Grégoire, Les ruines de Port-Royal des Champs en 1809, année séculaire de la destruction

de ce monastère, Paris, Levacher 1809, pp. 28-29; Pierre Magnard, De l’obéissance en

temps de persécution, «Chroniques de Port-Royal», 37, 1988 (réimpression1997), pp. 89-98.

12 Jean Racine, Port-Royal, p. 143. I problemi posti dalla richiesta di firmare il Formulario turbarono anche Pascal che alla questione dedicò l’Écrit sur la signature, del novembre 1661, nel quale si dichiara contrario alla firma. L’anno dopo, poco prima di morire, scrisse la propria sottomissione alle decisioni del papa. «Pascal è morto giansenista benché ci sia stata una evoluzione tra il novembre del 1661 e l’agosto 1662», vedi Lucien Goldmann, Le dieu caché. Études sur la vision tragique dans les “Pensées” de Pascal et dans le théâtre de Racine, Paris, Gallimard, 1955, pp. 212-214 e 347-447.

13 Paule Jansen, Port-Royal de Paris: son histoire, «Chroniques de Port-Royal», 40,

1991, p. 173; Perle Bugnion Secretan, Mère Angélique et Pascal, «Chroniques de Port-Royal», 41, 1992, p. 155.

14 Victor Cousin, Jacqueline Pascal. Premières études sur les femmes illustres et la société du XVIIe siècle, Paris, Didier, 1856, p. 323.

15 Epistola ai Romani 13,1-2.

16 Agnès Arnauld, Constitutions du monastère de Port-Royal du Saint-Sacrement, Mons, 1665, réimpr. Paris, Despretz et Dessart, 1721, p. 285.

17 Vangelo secondo Luca, 10,16; Magnard, De l’obéissance, p. 91.

18 Vangelo secondo Matteo, 23,11; Agnès Arnauld, Constitutions du monastère, p. 189.

19 Agnès Arnauld, Constitutions du monastère, pp. 181-182.

20 Jerôme Besoigne, Histoire de l’abbaye de Port-Royal, II, Cologne, 1752, p. 64.

21 Avis sur la conduite à garder au cas qu’il arrivât du changement dans le gouvernement de la maison, in Besoigne, Histoire de l’abbaye, pp. 65-67; Magnard, De l’obéissance, pp. 94-95. Per il rapporto tra badessa e religiose è utilissimo: Suzanne Tunc, L’autorité d’une abbesse de Fontevraud au XVIIe siècle: Gabrielle de Rochechouart de Mortemart (1670-1704), «Revue d’histoire ecclésiastique», 87, 1992, n. 1, pp. 72-101.

22 Avis in Besoigne, Histoire, p. 68. Nel 1664, dopo una drammatica visita pastorale descritta da Racine, Sainte-Beuve e da ultimo nel lavoro teatrale di Henri de Montherlant (Port-Royal, trad. di Camillo Sbarbaro, «Sipario: rivista di teatro, scenografia e cinema», 1956, n. 128, pp. 9-73), il vescovo mandò «duecento arcieri armati di moschetto e balestra» a prelevare le dodici monache considerate più pericolose. Le ribelli furono “esiliate” in alcuni conventi di altri ordini, soprattutto di Visitandone che erano dirette dai gesuiti, con l’ordine di mantenerle in stretto isolamento. Tra le pericolose ribelli: Angélique de Saint-Jean, Christine Briquet, e madre Agnès che aveva settant’anni ed era quasi cieca (Racine, Port-Royal, p. 171).

23 Réflexions de la Révérende Mère Angélique de Saint-Jean Arnaud [sic], abbesse de Port-Royal des Champs, pour préparer ses soeurs à la persécution, conformément aux Avis que la Révérende Mère Agnès avait laissés sur cette matière aux Religieuses de ce monastère, s.l., s.i.p. 1737, p. 106.

24 Réflexions de la Révérende Mère Angélique, p. 98; Magnard, De l’obéissance, p. 97.

25 Pierre Nicole, Essais de morale, citato in «Chroniques de Port-Royal», 37, 1997, pp. 89-106.

26 Besoigne, Histoire de l’abbaye, I, p. 158.

27 Cfr. Natalie Zemon Davis, Donne e politica, in Natalie Zemon Davis e Arlette Farge (a cura di), Storia delle donne. Dal rinascimento all’età moderna, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 201-219.

28 George Steiner, Le Antigoni, Milano, Garzanti, 1984, p. 260.

29 Sofocle, Antigone, a cura di Rossana Rossanda, Milano, Feltrinelli, 1987, p. 93.

30 Nécrologe de l’Abbaye de Notre-Dame de Port-Royal des Champs, ordre de Cîteaux, Institut du Saint-Sacrement, Amsterdam, chez Nicolas Potgieter, 1723, p. 4.

31 Goldmann, Le dieu caché, pp. 115-126.

32 Alessandro Manzoni, Carme in morte di Carlo Imbonati, vv. 210-212.

33 Béatrice Guion, Fantômes et simulacres: les discours port-royaliste sur la vanité, in

«Chroniques de Port-Royal», 51, 2002, p. 467.

 

SILVANA BARTOLI - Da Storia delle donne – 2/2006 – pagg.267-282