
e autonomia femminile in un’abbazia di Antico
Regime
La storia di Port-Royal prese
avvio dalla vicenda di una badessa monacata a otto anni, la quale accettò un
destino non scelto trovandovi la libertà interiore e il coraggio di opporsi al
potere, civile e religioso, che in nome dell’obbedienza cercava di imporre alle
monache pesanti compromessi con la propria coscienza. Per questo, nel
ricchissimo universo monastico del Seicento francese (carmelitane, visitandine,
orsoline, possedute di Loudun e missionarie nel Nuovo Mondo) Port-Royal assunse
una valenza unica. La sua singolarità emerge anche dal confronto con altri
monasteri italiani, novaresi ad esempio, in cui le monache erano impegnate a
difendere qualche “rilassatezza mondana” dall’ingerenza dei vescovi, ai quali
poi toccava intervenire con mano pesante per far rispettare i decreti
tridentini. A Port-Royal il conflitto è per motivi opposti: le religiose sono
osteggiate dai prelati prima per l’applicazione rigorosa della clausura, poi
per il rifiuto a firmare un documento che esse considerano idolatra e che in
sostanza chiede loro di giurare il falso.
Il presente lavoro vuole
entrare nell’abbazia per vedere la questione dal punto di vista delle monache,
ben sapendo che la storiografia cattolica continua a considerarle “eretiche”1 e che la polemica
sull’interpretazione dell’Augustinus
ha prodotto un numero impressionante di scritti spesso
violenti. Non aveva torto Jonathan Swift: le guerre più accanite nascono dalle
divergenze di opinioni. Infatti proprio in una differenza di interpretazione
sta il nodo della contesa il cui esito fu segnato dal potere dei contendenti,
pochi anni dopo la “reciproca incomprensione” che aveva portato Galileo
all’abiura: tu mi inquini l’acqua, disse il lupo all’agnello che beveva più a
valle.
Il titolo dell’articolo
necessita di una spiegazione. Le ricerche su Port-Royal, la lettura dei testi
prodotti dall’abbazia, soprattutto gli
scritti delle monache che si interrogano sui confini dell’obbedienza, a cui
sono chiamate dall’abito, e del potere che i superiori ritengono di poter
esercitare sulla comunità, evocano spesso, sia pure non dichiaratamente, il
gesto ribelle di Antigone. Benché la lettura della tragedia di Sofocle, che ho
usato come paradigma interpretativo di alcuni aspetti della vicenda di
Port-Royal, sia superata dalla ricchezza e dalla complessità degli studi più
recenti, tuttavia tale lettura è forse l’unica nota nel contesto in cui si
colloca l’abbazia. Molte religiose provenivano da famiglie di magistrati, un
ambiente particolarmente sensibile al problema dei rapporti con il potere
sovrano che si pretendeva assoluto.
Fondata nel 1204, l’abbazia di
Port-Royal era stata riformata nel 1609, con il ripristino della clausura, da
parte della diciottenne badessa Angélique Arnauld, la quale, il 25 settembre di
quell’anno, aveva opposto il rispetto della
Regola
benedettina alle regole mondane.
La clausura benedettina
prevedeva che neanche i parenti potessero entrare in monastero e Angélique
rifiutò l’ingresso al proprio padre che, come tutti i
paterfamilias, si riteneva dispensato dal
rispetto di norme che riguardavano le monache. Il vescovo si schierò dalla
parte del signor Arnauld ma Angélique sostenne che l’essersi votata a una
Regola
la obbligava ad obbedire a Dio
prima che a suo padre.
L’episodio è noto nella
storiografia portorealista come il “giorno della grata”, punto di partenza
nella ricerca di una religione austera, priva di compromessi, tesa verso la
purezza delle prime comunità cristiane.
L’abbazia era situata in «un
vallone orrendo», agli occhi di madame de Sévigné, per quanto «teso alla
propria salvezza»,2 ma è proprio dalla prospettiva del Rodhon3 che bisogna partire per vedere
il mondo con gli occhi di Port-Royal:
Benché questa dimora fosse nel
profondo di un vallone, a volte, guardando il cielo sopra il dormitorio,
m’immaginavo che fosse più azzurro e sereno che altrove [...] una notte che il
mio spirito era abbattuto, fui rapita vedendo soltanto stelle come lo fui
un’altra volta sentendo il suono delle nostre tre campane che facevano una
dolce armonia [...] ero immersa in una gioia così grande di esser religiosa,
che una volta, essendo sola, mi misi a danzare; e quando vedevo triste una
monaca, pensavo che le sarebbe bastato volgere lo sguardo al suo velo nero, per
non esserlo più.4
Con queste premesse l’abbazia
verrà coinvolta e si lascerà coinvolgere –ma «è possibile vivere senza
lasciarsi coinvolgere?» si chiede Yourcenar– dalle vicende connesse al
giansenismo. L’affaire
esplose
con l’individuazione, da parte della Chiesa, di “cinque proposizioni”
considerate eretiche nell’Augustinus
di Jansen. A nulla valse la distinzione tra “diritto” e
“fatto” enunciata da Antoine Arnauld, né l’appassionata difesa delle religiose
contenuta nelle
Provinciali
di
Pascal.
La gerarchia cattolica rispose
con l’imposizione di un
Formulario
di
condanna. Il rifiuto di Port-Royal di piegarsi a firmare, trasformò una
questione di osservanza ecclesiastica in un problema di coscienza, un conflitto
di genere in perenne monito all’assunzione di responsabilità individuale anche,
o sopratutto, di fronte a una Chiesa che mette al primo posto la disciplina
gerarchica e usa il singolare bisogno del divino come strumento di controllo
collettivo.
La storia di Port-Royal pone
domande sui confini dell’obbedienza: è giusto obbedire a chi, in nome di Dio,
afferma e chiede ciò che la coscienza sente in contrasto con la legge di Dio?
Lo scontro si concluse con la distruzione dell’abbazia, diventata ormai simbolo
del dissenso, nel clima gesuitico degli ultimi anni di regno di Luigi XIV.
Le rovine di Port-Royal
diedero avvio al “mito” di Port-Royal, oltre il quale le protagoniste di quella
resistenza, e il luogo in cui si svolse, si propongono all’attenzione del
nostro presente attraverso le immagini che di loro ci hanno lasciato i dipinti
di Philippe de Champaigne e i versi di Racine. Nelle
saintes demeures du silence
abitavano
donne che nell’imitazione di Cristo si scontrarono con una Chiesa interessata
ad offrire loro solo la possibilità di obbedire agli uomini. L’ambizione ad
essere religiose
raisonnablement
si
concluse drammaticamente, ma infonde ancora coraggio.
La parola chiave per
comprendere la vicenda di cui furono protagoniste quelle religiose è
“resistenza”: a chi voleva far loro compiere un gesto in compagnia del quale
non avrebbero potuto vivere. I punti forti della resistenza furono: il “giorno
della grata” e il
Formulario.
Il “giorno della grata” è
riconosciuto da tutta la storiografia portorealista come gesto esemplare e
fondante: «senza il “giorno della grata” non ci sarebbe stato Port-Royal»,
afferma Sainte-Beuve.5
Il commento di Sainte-Beuve e,
forse ancora di più, il silenzio di Racine, che con l’Abrégé6 cercava di attirare lo sguardo benevolo dei potenti
sull’abbazia, colgono in quel gesto la potenzialità eversiva che costituirà il
sottofondo di tutta la vicenda di Port-Royal.
Angélique e le sue monache
ribelli stavano dimostrando che vivere secondo
Quando, nel 1661, arrivò a
Port-Royal il
Formulario, il
motivo ufficiale del contendere erano l’Augustinus
e
c’erano. A fianco di Arnauld
si schierò anche Pascal ormai legato all’abbazia dove sua sorella Jacqueline
aveva preso i voti nel 1652.
Dal gennaio 1656 al marzo 1657
Pascal scrisse le diciotto
Lettere Provinciali9 con cui fece conoscere al
mondo i termini della contesa e si buttò nella difesa appassionata di
Port-Royal. Lo stile e l’ironia di Pascal contribuirono all’ambigua reputazione
dei gesuiti, messi alla berlina dal filosofo che li accusava di manipolare a
loro piacimento le scritture per cui sarebbero riusciti a far diventare eretico
chiunque non pensasse come loro o non fosse loro utile. Il successo delle
Provinciali
non riuscì però a modificare
la piega degli avvenimenti: Arnauld venne cacciato dalla Sorbona e venne
imposta la firma di un
Formulario,
condannante le “cinque proposizioni”, a tutti gli ecclesiastici e a tutte le
religiose.10
Alle monache si presentava un
gravissimo problema di coscienza. Si chiedeva loro di firmare in obbedienza al
papa, secondo il quale quelle proposizioni erano presenti nell’Augustinus, ma i loro confessori e
direttori spirituali affermavano il contrario e le religiose, che in
maggioranza non avevano letto l’opera, non si ritenevano in grado di giudicare
con cognizione di causa. Un vicario del vescovo venne appositamente mandato a
Port-Royal per predicare l’obbedienza cieca: «I gradini di questo altare sono
bianchi –disse alla comunità riunita– ma se il vescovo mi dicesse che sono neri
io gli crederei». «E avreste torto –rispose Christine de Sainte-Madeleine
Briquet– perché il vostro credere non ne cambierebbe il colore e i vostri occhi
che lo vedono sono dono di Dio [...] L’obbedienza cristiana –riaffermerà la
stessa religiosa durante la prigionia– non è né cieca né sorda ma unicamente
sensibile alla voce del Pastore».11 Assorbite dal pensiero dominante di non dispiacere a Dio, la
cui ira colpisce ogni empietà e ingiustizia, «parecchie monache si ammalarono
per la sola paura di essere costrette a firmare, e la sorella del signor Pascal
fu colpita da una febbre che la condusse alla tomba».12 Jacqueline morirà infatti
nell’ottobre del 1661, «per il rimorso di aver ceduto» ma anche torturata dalle
dispute in cui si trovava coinvolta, lasciando un gran vuoto nella comunità.13 In giugno aveva scritto a suor
Angélique de Saint-Jean:
So bene che si afferma che non
spetta alle fanciulle difendere la verità; ma qualunque cosa se ne possa dire
–in questi tristi tempi e nello scompiglio in cui ci troviamo– poiché i vescovi
hanno un coraggio da fanciulle, le fanciulle devono avere un coraggio da
vescovi. Se noi non possiamo difendere la verità; noi, per la verità, dobbiamo
morire.14
Perché religiose che, in
maggioranza, non avevano letto l’Augustinus, si ostinarono a non sottoscrivere il
Fomulario? L’osservanza della
Regola
le collocava «sotto lo sguardo
di Dio», il Dio nascosto e silenzioso di Pascal, che lascia le proprie creature
senza assistenza diretta ma le guida con l’imperativo dell’«integrità
dell’essere»: a Port-Royal il
Salmo 118
era lettura frequente. Non si poteva firmare mantenendo una
riserva nella propria anima nella quale Dio legge come in un libro aperto. Il
conflitto tra l’obbedienza e la coscienza rivela il conflitto tra due chiese:
quella degli uomini e quella di Dio, quella visibile e quella invisibile,
quella del tempo e quella dell’eternità. Il “giorno della grata” e il rifiuto
della firma assunsero una valenza dirompente nella storia religiosa del
Seicento francese, la ribellione infatti, nell’uno e nell’altro caso, deriva
dalla necessità di obbedire prima agli imperativi della coscienza che a quelli del
potere. Chissà se le religiose di Port-Royal avevano sentito parlare di
Antigone? Anche lei una ragazza di fronte al potere:
paîs
la chiama affettuosamente il
coro. L’arrivo del
Formulario, nel
luglio1661, apre a Port-Royal uno scenario imprevisto che obbliga le religiose
a interrogarsi sul voto di obbedienza.
Il principio guida
dell’abbazia riformata, riserva infatti l’obbedienza a Dio solo, poiché «non
c’è autorità se non da Dio».15
Nelle
Costituzioni
si dice che: l’obbedienza va estesa alle minime cose sapendo che è la
sola cosa che dona pregio a tutto ciò
che fa una religiosa, in modo che le più grandi austerità sono disprezzate da
Dio come degli obblighi morti se non sono animate da questa virtù che deve
essere l’unico motivo di tutte le sue opere senza eccezione.16
Il testo è nel solco della
tradizione monastica che prevede la sottomissione a Dio su tre livelli: al
Vangelo, alla
Regola
e alle
Costituzioni
dell’Ordine, ai Superiori.
L’articolo
Obbedienza
delle
Costituzioni di Port-Royal
descrive
una situazione ideale che non presenta alla religiosa alcun motivo di dubbio
sul fondamento dei comandi che le vengono rivolti. L’obbedienza si offre allora
come virtù catartica che infonde disponibilità all’ascolto del volere divino.
Obbedire (ob-audire) infatti, etimologicamente non è altro che prestare
l’orecchio, mettersi in ascolto. Da qui il legame essenziale, in materia
religiosa, tra obbedienza e fede perché, prima di essere subordinazione, l’obbedienza
sarà libera decisione e non rinuncia rassegnata, ancor meno mortificazione
ascetica.
Quando
Se al contrario il discepolo
obbedisce malvolentieri e se mormora non solamente con la bocca, ma anche con
il cuore, anche se esegue l’ordine, non sarà più gradito a Dio.
Ordinata all’ascolto della
volontà divina, l’obbedienza alla
Regola, e di conseguenza ai superiori, resta sempre circoscritta
dai limiti e dalle imperfezioni della natura umana. Queste considerazioni sono
presenti nel capitolo XXVIII delle
Costituzioni, dove si parla dell’ufficio della madre badessa:
che la madre badessa usi
moderatamente e sobriamente la sua autorità, ordinando alle sorelle ciò che
devono fare più con l’esempio, comandando raramente in termini formali e più
raramente ancora in virtù della santa obbedienza e questo solamente quando vi
sarà costretta dalla necessità; ma per l’ordinario agisca in modo tale che
sembri piuttosto pregare ed esortare con affetto che comandare e non ordini mai
nulla a nessuno per il quale non si sforzi di ottenere da Dio la grazia di
obbedirle mediante le sue preghiere e le sue azioni, facendo per prima ciò che
comanda agli altri […] secondo il modello di Gesù.18
È dovere dei Superiori
temperare la propria autorità, affinché l’umiltà liberamente consentita dalle
religiose faccia il resto; a questo titolo la badessa è sottomessa alle stesse
obbligazioni delle monache da lei dirette.
Si ricordi –prosegue il testo–
che deve essere altrettanto soggetta alle altre attraverso la servitù della carità
quanto è elevata sopra di loro dall’autorità della sua carica […] ciò che la
obbliga a servire continuamente e assoggettarsi con umiltà profonda al bene e
all’utile di quelle che sono a lei sottomesse. Che sia dunque tutta per tutte;
che nutra il suo santo gruppo non dominando su di lui ma comportandosi con
allegria nel servire da esempio […] e che non mostri mai se stessa come un
modello di altre virtù ma principalmente di umiltà, di pazienza e di obbedienza
sottomettendosi con più precisione di tutte a ciò che appartiene alla regola e
alla disciplina del monastero ai propri ordinamenti che guarderà sempre come
comuni.19
Questo testo è davvero la
“carta costituzionale” della comunità, un passaggio indispensabile per
comprendere l’attenzione della badessa verso le monache che le sono affidate:
l’obbedienza richiesta non è sottomissione sorda e cieca, ma libero
consentimento nel testimoniare l’ascolto della parola di Dio. Una veglia dello
spirito che si fa più tesa e ansiosa quando viene disturbata da un’autorità
contraddittoria che si sovrappone all’ascolto nell’esigere un’obbedienza
passiva. Come praticare allora l’obbedienza richiesta dalla
Regola?
L’arrivo del
Formulario
portò con sé non pochi
interrogativi ai quali le religiose che avevano incarichi di comando e di guida
nell’abbazia cercarono di dare alcune risposte.
Nel mese di giugno del 1663,
madre Agnese diede degli
Avvisi sulla condotta da seguire in caso
arrivasse un cambiamento nel governo della Casa.
Madre Agnese vi distingue le
occasioni in cui «sarà necessario soffrire, semplicemente guardando Dio che
permette gli avvenimenti» e quelle «in cui bisognerà fare qualche resistenza e
prendere certe misure per non lasciarsi opprimere».20
L’eredità dello stoicismo
permette alle religiose di sottomettersi senza debolezze alla costrizione fatta
loro, tentando di coincidere non con la causa vicina, rifiutata, ma con la
causa prima che è Dio. In questo solco si colloca la resistenza che segnerà la
storia di Port-Royal.
Se ci si addentra nella
lettura degli
Avvisi, le
cose appaiono ancor più nitide: «se il Re nominasse una badessa a vita,
bisognerà sopportarlo e sottomettersi al suo governo nelle cose indifferenti,
ma non le si obbedirà in ciò che sarà contro le
Costituzioni
della Casa e contro la coscienza». Viene
introdotto qui un concetto che avrà un ruolo importante nel dibattito tra le
religiose e l’autorità ecclesiastica: quello dell’“indifferenza”. Saint-Cyran
aveva rifiutato la nozione di un “terzo indifferente” come pregiudizio per una
sana morale, poiché suscettibile di far apparire tra il bene e il male una zona
indistinta difficilmente controllabile. È da notare che se madre Agnese fa una
concessione a questa morale del “terzo indifferente”, sostenuta sopratutto dai
sostenitori della firma, ne esclude però ciò che riguarda le
Costituzioni
come ciò che obbliga “in
coscienza”. La nozione di “indifferente” perde quindi la valenza di deleterio e
di capzioso per circoscrivere, nella vita del chiostro, ciò che è di semplice
routine.
Inoltre, l’appello all’indifferenza,
per meglio spogliare le “badesse intruse” di un abusivo potere, svuota di
sostanza la nozione stessa della loro autorità.
Madre Agnese dice che, nel
caso di una badessa imposta, «non si farà ricorso a lei per ciò che riguarda la
direzione della coscienza [...] in assenza di autentiche superiore, alcune
sorelle saranno nominate per essere il consiglio spirituale delle altre,
affinché nessuna si guidi da se stessa».21
Questo ricorso all’altro
nella presa di coscienza di sé
e in tutte le decisioni gravi, era così abituale che, nel tempo del silenzio e
dell’isolamento, proibita ogni comunicazione, toccherà al laico
monsieur
Hamon svolgere, sotto la
copertura delle sue funzioni di medico, anche il ruolo di direttore di anime: è
difficile trovare a Port-Royal l’appello al “libero esame”.
Per le esiliate l’Avviso
è ancora più netto: «Si
obbedirà con grande rispetto alla Superiora. Per l’intimo della propria
coscienza non ci si aprirà a lei».22 Il rispetto va infatti a Dio, è la sua volontà che guida
tutti gli avvenimenti, non alla Superiora con la quale ci si vieta ogni
comunicazione spirituale.
Le
Riflessioni
suscitate da questi
Avvisi
in madre Angélique de
Saint-Jean (Riflessioni di madre Angélique de Saint-Jean per
preparare le sue sorelle alla persecuzione)
assumono un senso critico. Certo il dovere dell’obbedienza è fermamente
richiamato come «imitazione del figlio di Dio obbediente per noi fino alla
morte sulla Croce». Ma se l’imitazione di Gesù Cristo santifica l’obbedienza,
le assegna anche dei limiti: ogni opposizione tra i nostri obblighi verso Dio e
le direttive emanate dai Superiori, sospende l’obbedienza a persone nelle quali
è impossibile riconoscere l’autorità che viene da Dio.
Angélique de Saint-Jean trova
qui il senso primario dell’obbedienza:
l’obbedienza cristiana è
illuminata, ci porta a obbedire a Dio quando obbediamo agli uomini, e a
guardare l’uomo come tenente il posto di Dio. Ci insegna a distinguere la voce
del Pastore e ad ascoltarla, di chiunque si serva per farcela sentire; ma in
modo tale che se tiene un linguaggio diverso chiedendo cose contrarie alla sua
Legge, le pecore, che conoscono soltanto la voce del pastore, non ascolteranno
un linguaggio estraneo e avranno tanta fermezza per resistere alle carezze e
alle minacce che saranno usate per perderle quanta docilità hanno avuto per
sottomettersi e lasciarsi guidare in tutte le cose in cui potrebbero obbedire a
Dio sottomettendosi agli uomini.23
L’obbedienza cristiana è
dunque niente affatto passiva ma attiva, anche quando partecipa alla Croce di
Cristo; «non cieca ma lucida, […] non sorda ma sempre unicamente sensibile alla
voce del Pastore: poiché, se si deve sottomettere l’amor proprio alle
umiliazioni, non si deve mai lasciar umiliare la verità né la giustizia».
Posti questi princìpi,
l’autorità delle badesse “intruse” è allora ben circoscritta:
Se Dio permette che delle
persone estranee siano stabilite per governare il monastero, anche se non si
deve obbedire loro nelle cose che indicherebbero espressamente che le si riconosce
come Superiore, ci si sottometterà a tutti gli ordini che non avranno
conseguenze [...] purché non deroghino in nulla alla
Regola
e alle
Costituzioni.
Si ritrova la nozione del
“terzo indifferente” che rimanda al concetto di
adiaphoria, ovvero l’atteggiamento di chi non dà peso alle cose
materiali e considera come unico bene la virtù, già utilizzata da madre Agnese24 e presente anche in Pierre
Nicole: «ciò che non tende a Dio e all’osservanza della sua legge non ha
essere, né realtà, né solidità, né felicità, è vanità ogni attività umana che
non è rapportata a Dio», come si può obbedire alla vanità, come si può obbedire
al tempo, quando la luce della Grazia ci ha rivelato l’eternità? Ecco affermato
il primato delle leggi non terrene su quelle terrene.
E sempre Nicole: «è strano
come gli uomini fatichino a persuadersi del nulla del mondo, mentre tutte le
cose lo segnalano [...] che cos’è la storia di tutti i popoli e di tutti gli
uomini se non un’istruzione continua che le cose temporali non sono nulla?».25
Il voto di obbedienza allora,
fino alla rinuncia totale della propria volontà, potrà pienamente realizzarsi
nel campo in cui né la verità né la giustizia sono in gioco:
Per le cose che sono
importanti invece […] bisognerà opporsi con saggezza e discrezione, avendo
anche timore di resistere a sproposito, come di cedere quando non ci fosse
ragione di farlo […] per non ingannarsi in questa resistenza, alcune sorelle
saranno state nominate per essere di consiglio alle altre che giudicheranno ciò
che bisognerà fare.
Christine Briquet, ricorda
Besoigne, costretta alla regola del silenzio all’epoca della sua detenzione a
Sainte-Marie du Faubourg, testimonia con cenni del capo, a chi la vuole
interrogare, che «se essa è muta, non è affatto sorda».26
L’autonomia di giudizio, in
questa come in altre occasioni dimostrata dalle religiose di Port-Royal, le
collocava sullo stesso piano di pericolosità delle streghe o delle donne-regine
che, nella lettura di Jean Bodin, portano uguale danno perché, attraverso
l’attività di governo e la conoscenza della natura, mettono in discussione il
filo diretto che lega il potere patriarcale alla volontà di Dio. Bodin
considera ugualmente nefaste le donne-regine, le streghe e, per ovvii motivi,
le donne che hanno l’ardire di assumere parola pubblica.27 In questa prospettiva anche
Antigone è una strega.
Tra tutte le figure create
dalla cultura greca, Antigone è certo la più ricorrente nei percorsi storici,
politici e culturali della civiltà occidentale. Ha posto interrogativi a Hegel e
Hölderlin, ad Anouilh e Brecht e infine, ma certo non ultima, è difficile
dimenticare la riflessione di Heinrich Böll sulla sepoltura negata ai “suicidi”
del gruppo Baader Meinhof nella Germania del 1977.
Antigone che ritorna dunque,
una generazione dopo l’altra, carica dei significati di cui ogni sua
apparizione l’ha arricchita: possiamo averne dimenticato il nome che l’ha resa
persona ma la tremenda attualità dell’antitesi tra la ragion di stato e
l’autonomia della coscienza di sé, è presente ogni volta che ci si confronta
con un potere politico che parla il linguaggio della prevaricazione e
dell’integralismo.
Nel mondo greco, che negava
alle donne il diritto alla visibilità e alla parola, la rivolta contro le leggi
umane e transitorie in nome di leggi non scritte ma eterne, è affidata ad
azioni e parole di donna.
Una donna propone il dilemma
tra legge scritta e legge di natura suggerendo l’indipendenza del pensiero
individuale come condizione necessaria e indispensabile per la realizzazione
della libertà sociale. «Autonomos,
artefice delle proprie leggi», recita ammirato il coro, Antigone scenderà
nell’Ade, ma proprio l’autonomia è la colpa per cui è stata condannata senza
appello da Creonte: dal punto di vista del potere si tratta di una espressione
di arbitrio e di anarchia a cui non è possibile cedere.
Il
nomos, la legge, è per Antigone
imperativo morale, per Creonte norma giuridica. In questo contrasto non
risolvibile perchè fondato sulla incomunicabilità tra gli esseri umani (o tra i
generi?) che rivelano distanze insormontabili, sta il nodo della tragedia, per
noi come per il pubblico del V secolo a.C. Il conflitto di doveri si presenterà
anche a un uomo, Socrate, cinquant’anni più tardi, ed egli con scelta esemplare
quanto quella di Antigone, obbedì alle leggi della città benché ritenesse
ingiusta la condanna, e si è ripresentato in varie situazioni un secolo dopo
l’altro.
Quando si termina la lettura
della tragedia di Sofocle, l’antagonismo non risolto, il contrasto dei valori,
che è diventato anche contrasto tra maschile e femminile, continua a frugare la
nostra mente.
Giustamente George Steiner ha
notato come «a un solo testo letterario sia stato concesso di esprimere tutte
le costanti principali del conflitto presente nella natura umana: l’opposizione
uomo-donna; vecchiaia-giovinezza; stato-individuo; vivi-morti;
mortali-immortali».28
Ma la riflessione non può
sfuggire nemmeno al richiamo della responsabilità personale come pienezza
dell’essere umano. In mezzo a uomini che diventano burattini in nome della
ragion di stato, Antigone esce dal mito e diventa realtà nelle situazioni
drammatiche, quelle stesse in cui, esaurita la carica di timore e di potere che
li muoveva, i burattini tornano alla loro condizione naturale di inerti
fantocci.
Antigone infatti non è
soltanto la ragazza che disubbidisce alle leggi del potere per seguire le leggi
degli affetti, che si sottrae agli ordini del re-zio per seguire la voce
divina, ma è anche colei che osa assumere parola pubblica davanti a Creonte, il
quale infatti esige per lei un castigo esemplare perchè, dice, «non sarei più
io l’uomo, l’uomo sarebbe lei se questo smisurato orgoglio non fosse punito
[…]. Non può esservi smisurato orgoglio in chi appartiene ad altri», conclude
Creonte.29
Di smisurato e pericoloso
orgoglio, «orgogliose come demoni», vengono accusate le monache di Port-Royal
che rifiutano l’obbedienza cieca, la sola –ammonisce il vescovo– che si addice
alle donne. Ma queste monache vedevano nell’obbedienza cieca il rischio di
mettere sull’altare le necessità del potere e scambiarla per volontà di
Dio. Ritenevano cioè che il
Formulario, con cui
Se si arriva, a causa di
un’obbedienza cieca, a voler credere un fatto contestato, che è stabilito
unicamente da un’autorità umana, sul quale ci sono molti dubbi reali e fondati,
imprigionando il proprio spirito sotto questa autorità, come si farebbe per
accettare una verità rivelata da Dio, questo è mettere l’uomo al posto di Dio,
e farsi un idolo contro il primo comandamento.30
Le monache di Port-Royal però
avevano pericolosamente imitato Antigone anche nel dare ospitalità a entrambi i
partiti in lotta durante
Inoltre, agire per migliorare
le condizioni di vita più misere, poteva essere strumento di giustizia e
testimonianza della fraternità e dell’uguaglianza insegnate da Gesù.
L’autonomia di Port-Royal si spingeva fino a leggere il Vangelo e a metterlo in
pratica secondo il modello delle prime comunità cristiane.
Come Antigone e Creonte sono
figure portatrici di etiche non conciliabili, così l’etica portorealista non
poteva avere ascolto nella corte: la sua radicalità era fondamentalmente
antipolitica, l’abate di Saint-Cyran predicava ad alta voce che l’uomo politico
è il più grande nemico del vero cristiano. Dunque non solo la vocazione a
staccarsi
dal mondo materiale per
accedere a quello spirituale ma anche la rinuncia al sistema di valori legati
al potere terreno.31
Ecco ricomparire la nozione di
adiaphoria
nel rapporto con
il mondo: «[…] de le umane cose / tanto sperimentar, quanti ti basti / per non
curarle».32
Non c’è bisogno di disprezzare
il mondo, nella sua vanità è la sua nullità e chi pensa alla salvezza
dell’anima non si lascerà coinvolgere dalla vana gloria e dai suoi trionfi. Le
Lettere
dell’abate di Saint-Cyran,
come sottolinea Robert Arnauld d’Andilly nella prefazione, «non respirano tutte
che attaccamento a Dio e distacco dal mondo». La stessa concezione, come si è
già accennato, si trova in Nicole «tutte queste creature sono poca cosa in
verità. [...] Non hanno alcuna forza, né alcuna potenza per agire
indipendentemente da Dio», come si può allora obbedire alla vanità, come si può
obbedire al tempo, quando la luce della Grazia ci ha rivelato l’eternità?33
Sull’esempio di S. Agostino si
gioca con l’opposizione tra
vanitas
e
veritas, e
Robert, fratello maggiore di Angélique e traduttore di Teresa d’Avila, che morì
a Champs nel 1674 e venne sepolto nel coro della chiesa, volle, per la sua
lastra tombale che è tra quelle poi salvate nella chiesetta di
Magny-les-Hameaux, questa iscrizione:
Sub sole vanitas, supra solem veritas.
Poiché devo piacere più a
lungo
a coloro che stanno sotto
terra
che a quelli quassù.
Là in basso, infatti, giacerò
per
sempre.
(Sofocle,
Antigone, vv. 74-76)
-----------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
1 Cettina Militello,
Il volto
femminile della storia, Casale Monferrato, Piemme,
1995,
pp. 294-294.
2
Mémoires historiques et chronologiques
sur l’abbaye de Port-Royal des Champs, II,
Utrecht, 1755-1759, p. 506.
3 Il Rodhon è un piccolo corso d’acqua che scorre nel fondo
dell’avvallamento in cui è stata costruita l’abbazia di Port-Royal des Champs,
nella regione delle Yvelines, a sud-ovest di Versailles. La zona era paludosa e
malarica tanto che nel 1625, dopo la morte di quindici religiose in poco più di
un anno, la comunità decise di trasferirsi a Parigi, in una casa messa a
disposizione dalla signora Arnauld, madre di Angélique. Solo nel 1648 poterono
ritornare a Champs dopo che i “solitari” avevano bonificato il sito, ma il
numero delle religiose era ormai tanto cresciuto che l’abbazia ebbe il permesso
di comprendere due case: Champs e Parigi, all’angolo tra il faubourg
Saint-Jacques e rue de
4 Angélique Arnauld,
Relazione su
Port-Royal, a cura di Silvana Bartoli,
Palermo, Sellerio, 2003, p. 66 e 215-216.
5 Charles Augustin de Sainte-Beuve,
Port-Royal, I, Firenze, Sansoni, 1964, p. 84;
Pierre Magnard,
Angélique de Saint-Jean ou
l’esprit de resistence,
«Chroniques de Port-Royal. Bulletin de
6 Jean Racine,
Port-Royal
(Abrégé
de l’histoire de Port-Royal), a cura di Mario Escobar, Torino, Einaudi, 1977.
7
Epistola ai Galati
5,18.
8 Le “cinque proposizioni”, già condannate da Innocenzo X nel
1653, senza essere attribuite ad alcun teologo in particolare, venivano di
nuovo condannate con la bolla di Alessandro VII del 16 ottobre 1656 ed
esplicitamente attribuite a Jansen, in
Mémoires
historiques sur le Formulaire, par M. l’Abbé de
Coudrette,
9 Blaise Pascal,
Le Provinciali, a cura di Giulio Preti, Torino, Einaudi, 1972.
10 «Io mi sottometto sinceramente alla Costituzione di papa
Innocenzo X del 31 maggio 1653, conforme al suo vero significato che è stato
fissato dal nostro Santo Padre Alessandro VII il 16 ottobre 1656. Riconosco di
essere obbligato in coscienza ad obbedire a queste Costituzioni e condanno col
cuore e con la bocca la dottrina delle Cinque Proposizioni di Cornelis Jansen
contenute nel suo libro intitolato
Augustinus, che questi due papi ed i vescovi hanno condannato;
dottrina che non è quella di Sant’Agostino, che Jansen ha male interpretato,
contro la vera intenzione di questo santo Dottore», questa è la professione di
fede richiesta dal
Formulario, cit.
in Françoise Hildesheimer, Marta Pieroni Francini,
Il Giansenismo, Milano, Edizioni San Paolo,
1994, p. 51.
11 Henry Grégoire,
Les ruines de Port-Royal des Champs en 1809, année
séculaire de la destruction
de ce monastère, Paris, Levacher 1809, pp. 28-29;
Pierre Magnard,
De l’obéissance en
temps de persécution, «Chroniques de Port-Royal», 37, 1988
(réimpression1997), pp. 89-98.
12 Jean Racine,
Port-Royal, p. 143.
I problemi posti
dalla richiesta di firmare il
Formulario
turbarono anche Pascal che alla questione dedicò l’Écrit sur la signature, del novembre
1661, nel quale si dichiara contrario alla firma. L’anno dopo, poco prima di
morire, scrisse la propria sottomissione alle decisioni del papa. «Pascal è
morto giansenista benché ci sia stata una evoluzione tra il novembre del 1661 e
l’agosto 1662», vedi Lucien Goldmann,
Le dieu caché.
Études sur la vision tragique dans les
“Pensées” de Pascal et dans le théâtre de Racine, Paris, Gallimard, 1955, pp. 212-214
e 347-447.
13 Paule Jansen,
Port-Royal de Paris: son histoire, «Chroniques de Port-Royal», 40,
1991, p.
173; Perle Bugnion Secretan,
Mère Angélique et Pascal, «Chroniques de Port-Royal», 41, 1992, p. 155.
14 Victor Cousin,
Jacqueline Pascal. Premières études sur les femmes
illustres et la société du XVIIe siècle, Paris, Didier, 1856, p. 323.
15
Epistola ai Romani
13,1-2.
16 Agnès Arnauld,
Constitutions du monastère de Port-Royal du
Saint-Sacrement, Mons,
1665, réimpr. Paris, Despretz et Dessart, 1721, p. 285.
17
Vangelo secondo Luca, 10,16; Magnard,
De l’obéissance, p. 91.
18
Vangelo secondo Matteo, 23,11; Agnès Arnauld,
Constitutions du monastère, p. 189.
19 Agnès Arnauld,
Constitutions du monastère, pp. 181-182.
20 Jerôme Besoigne,
Histoire de l’abbaye de Port-Royal, II, Cologne, 1752, p. 64.
21
Avis sur la conduite à garder au cas
qu’il arrivât du changement dans le gouvernement de la maison, in Besoigne,
Histoire de l’abbaye, pp. 65-67; Magnard,
De l’obéissance, pp. 94-95. Per il rapporto tra
badessa e religiose è utilissimo: Suzanne Tunc,
L’autorité d’une abbesse de Fontevraud au XVIIe siècle:
Gabrielle de Rochechouart de Mortemart (1670-1704), «Revue d’histoire ecclésiastique»,
87, 1992, n. 1, pp. 72-101.
22
Avis
in Besoigne,
Histoire, p. 68.
Nel 1664, dopo una
drammatica visita pastorale descritta da Racine, Sainte-Beuve e da ultimo nel
lavoro teatrale di Henri de Montherlant (Port-Royal, trad. di Camillo Sbarbaro, «Sipario: rivista di teatro,
scenografia e cinema», 1956, n. 128, pp. 9-73), il vescovo mandò «duecento
arcieri armati di moschetto e balestra» a prelevare le dodici monache
considerate più pericolose. Le ribelli furono “esiliate” in alcuni conventi di
altri ordini, soprattutto di Visitandone che erano dirette dai gesuiti, con
l’ordine di mantenerle in stretto isolamento. Tra le pericolose ribelli:
Angélique de Saint-Jean, Christine Briquet, e madre Agnès che aveva
settant’anni ed era quasi cieca (Racine,
Port-Royal, p. 171).
23
Réflexions de
24
Réflexions de
25 Pierre Nicole,
Essais de morale, citato in «Chroniques de Port-Royal», 37, 1997, pp.
89-106.
26 Besoigne,
Histoire de l’abbaye, I, p. 158.
27 Cfr. Natalie Zemon Davis,
Donne e
politica, in Natalie Zemon Davis e Arlette Farge
(a cura di),
Storia delle donne. Dal rinascimento all’età
moderna, Roma-Bari, Laterza, 1991, pp. 201-219.
28 George Steiner,
Le Antigoni, Milano, Garzanti, 1984, p. 260.
29 Sofocle,
Antigone, a cura di Rossana Rossanda, Milano, Feltrinelli, 1987, p.
93.
30
Nécrologe de l’Abbaye de Notre-Dame de
Port-Royal des Champs, ordre de Cîteaux, Institut du Saint-Sacrement, Amsterdam, chez Nicolas Potgieter,
1723, p. 4.
31 Goldmann,
Le dieu caché, pp. 115-126.
32 Alessandro Manzoni,
Carme in morte di
Carlo Imbonati, vv. 210-212.
33 Béatrice Guion,
Fantômes et simulacres: les discours port-royaliste sur
la vanité, in
«Chroniques de Port-Royal», 51, 2002, p. 467.
SILVANA BARTOLI - Da
Storia delle donne
– 2/2006 – pagg.267-282