14/02/07
La
voce di una persona che non ha paura di uscire fuori dal
coro
(pubblicheremo sull’argomento altri scritti con altre
opinioni, ma sempre con spirito di ricerca)
La polemica è divampata subito: Benedetto XVI ha puntualizzato il pensiero cattolico sulla famiglia e si è assistito allo straccio delle vesti. Chi sostiene che mai, da Pio IX in qua, la chiesa ha osato interferire in affari dello stato italiano con tale virulenza; chi sbraita sostenendo l’autonomia dei cattolici; chi si appella alla coscienza e chi ipotizza scioperi e cortei.
Il mondo politico (ma ce n’è uno?) è andato in subbuglio e sono cominciati i cori di opinione su giornali e talk show. Questo fino a quando il fatto non sarà più di moda. Poi ne verrà un altro.
Parliamo, l’avrete inteso, di PACS che sono diventati DICO.
Io dico, scusate il bisticcio, due sole cose.
La prima: è dovere di uno stato badare al bene dei cittadini. Sappiamo bene che in Italia, da anni, vi sono persone di sesso diverso o dello stesso sesso che convivono. Le prime non vogliono neppure contrarre matrimonio civile (per le ragioni più diverse che non stiamo ad elencare), le seconde non hanno una tutela giuridica per le normali regole di convivenza sociale quali l’assistenza al convivente malato, la reversibilità della pensione, la prosecuzione di un contratto d’affitto, ecc.
Questo governo ritiene che fra le priorità vi sia anche questa: normare le situazioni di convivenze di fatto. Il parere di chi scrive è che non sia una priorità da inserire nell’agenda di un governo che ha qualche mese di vita, ma sappiamo anche che l’armata Brancaleone che ha vinto lo scorso anno deve tenere conto di tante anime che accendono tanti fuochi. Ciò detto, constatiamo che la legge è arrivata in parlamento. Probabilmente passerà e tutti saranno felici e contenti. Forse non passerà con i voti della attuale maggioranza, ma ci sarà qualcuno che darà una mano dalla minoranza. Comunque passerà. Basta. Lo stato italiano anche in questo ha una sua disciplina. Termino la prima parte dicendo che ho letto con attenzione il testo e mi sa molto di raffazzonato e di improvvisato a più mani. Ma lo commenterò altrove.
La seconda cosa: è dovere di ogni pastore delle chiese guidare il gregge. Non ho sentito voci particolari levarsi in proposito di PACS e DICO dai fratelli ebrei, protestanti in genere, anglicani. Ho sentito la voce del papa e del presidente della CEI (che continua a rimanermi antipatico) che hanno detto cose ovvie: il matrimonio è unico ed indissolubile, l’omosessualità è peccato, la famiglia è il fondamento di una sana istituzione sociale. Cioè: hanno detto cose che ogni cattolico sa. Può non condividerle, può scegliere di non praticarle, può criticarle, ma da sempre la dottrina cattolica è questa. Da sempre perché Gesù ha detto:”Non avete letto che il Creatore dell’uomo, da principio, li fece maschio e femmina?... perciò l’uomo lascerà suo padre e sua madre e i due diverranno una carne sola?... chi lascia la sua donna, eccetto il caso di concubinato (mè epì pornèia, in greco), commette adulterio”. Lo stesso Gesù che ha detto:”Voglio la misericordia e non il sacrificio, non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori” e ha esortato l’adultera ad andare in pace e non peccare più, ha detto proprio quelle cose scritte sopra. Anche allora vi fu chi disse che interferiva nella legge dello stato ebraico (dovette giustificarsi e dire che non avrebbe tolto né uni iota, né un’apice, perché non venne per abolire, ma per portare a compimento) e alla fine fu crocifisso per questo. Anche allora, come oggi, quando qualcuno dice qualcosa di diverso dal pensare comune, è ostracizzato.
Da cattolico abbastanza critico nei confronti di questa gerarchia (in particolare quella italiana) dico che se fossi un parlamentare voterei la legge sui DICO (se mi riuscisse cercherei di migliorarla in parlamento), ma non alzerei la voce sulle esternazioni papali o cardinalizie. Non accuserei il papa di ingerenza, non mi appellerei al Concordato (che abolirei) e non farei di tutto per intimidire chi la pensa diversamente da me. Cioè DICO: lasciateci in PACS!
Ernesto Miragoli
Io cattolico ferito dalla Chiesa
Roberto Carnero
Da cattolico, sulla questione dei «Dico» e degli attacchi da parte della
Chiesa Cattolica, mi vorrei rivolgere non tanto ai politici - invitandoli, come
pure è doveroso, a resistere a questi attacchi - ma soprattutto ai cattolici
stessi. Ora ci giunge un'altra notizia: l'annuncio, ieri, da parte del cardinal
Ruini, che presto verrà
pronunciata, in tema di unioni di fatto, «una parola meditata, una parola ufficiale, che sia impegnativa per
coloro che accolgono il magistero della Chiesa e che possa essere
chiarificatrice per tutti».
Quello che mi preoccupa maggiormente è l'espressione «impegnativa per coloro
che accolgono il magistero della Chiesa». Il che, tradotto,
significherebbe «vincolante per i cattolici». E, magari, particolarmente
vincolante per quei cattolici che siedono in Parlamento come deputati e senatori.
Il che configurerebbe un'ingerenza davvero pericolosa non solo nelle coscienze,
ma anche nella politica. Insomma, sembra che stia per arrivarci, tra capo e
collo, un nuovo Sillabo (la condanna degli «errori» della modernità elencati da
Pio IX nel 1864), che manda a carte e quarantotto l'idea di un cattolicesimo
adulto (una
Chiesa, come si è espressa il ministro Rosy Bindi nella bella intervista ad Andrea Carugati
sull'Unità di domenica, «maestra di valori più che di comportamenti») e quel
principio della libertà di coscienza più volte ribadito nei documenti del
Concilio Vaticano II.
In quanto credente, in questi giorni sono parecchio imbarazzato da una
posizione, come quella del Vaticano, che mi sembra, a dir poco, anticristiana.
Il fatto è che certi cattolici sembrano essersi dimenticati di
essere, prima di tutto, cristiani. Il mio invito è dunque ai cattolici,
ai molti sacerdoti e vescovi che, sui diritti delle coppie di fatto, non si riconoscono
nella linea Ratzinger-Ruini (e so, per diretta
conoscenza, che ce ne sono molti), a dire apertamente la loro, a correggere la
posizione indifendibile delle gerarchie e a pronunciare delle parole di apertura di cui, in molti che siamo cattolici, stiamo
avvertendo tristemente la mancanza.
Purtroppo so che questo non sarà facile e che, a parte qualche vescovo emerito
(come monsignor Bettazzi) e qualche prete di frontiera,
difficilmente altri prenderanno la parola sulla questione, portando un punto di
vista nuovo e diverso da quello dell'ufficialità. Il problema è che oggi nella
Chiesa cattolica (e
in quella italiana in particolare) è stato pressoché
soffocato ogni dibattito interno. In questo senso sembrano davvero lontani anni
luce i tempi del Concilio, quando
Chi si pone fuori dal coro sugli argomenti considerati
«sensibili» va incontro all'ostracismo e all'esclusione. Cioè,
se si tratta di un pastore, rischia di perdere «il posto». E, ora, anche il
«semplice» credente potrà incorrere nella scomunica.
Ricordo quando una decina di anni fa
e condivisione di molti nostri fratelli e sorelle omosessuali».
Ebbene, quello che oggi manca tra noi cattolici è un analogo dibattito, franco
e aperto, in cui ciascuno porti la sua voce, il suo
punto di vista, per arricchire il confronto e per far sì che quanto diciamo
come Chiesa sia, prima di tutto, conforme al Vangelo, più che allineato a certe
battaglie astratte in difesa dello status
quo. E per fare in modo che si comprenda come
conto di quanto lì
Il Vangelo dell'accoglienza ci insegna, soprattutto, ad ascoltare i bisogni e
le esigenze del nostro prossimo. Un disegno di legge come quello dei «Dico» va
esattamente in questa direzione. L'Arcigay ci informa
che molti dei suicidi tra gli adolescenti sono dovuti alla scoperta
dell'omosessualità. Cambiare questa cultura della colpevolizzazione
probabilmente significa salvare delle vite. Quanto alle
presunte conseguenze di scardinamento della famiglia tradizionale mi viene da
compiere alcune riflessioni. Uno strumento come quello dei «Dico» non va
ad attaccare la famiglia tradizionale, ma ad aggiungersi ad essa.
Credo che a rendere difficile il formare una famiglia, non sia certo - come
temono i vescovi - la concorrenza di modelli alternativi, ma piuttosto la
situazione di incertezza generata da un lavoro sempre
più incerto e precario. Per non parlare della questione della
casa, bene di per sé primario, ma ormai per molti sogno proibito. Credo che
sia proprio questo l'impegno da mettere in atto a favore della famiglia:
soluzioni concrete a problemi concreti, come gli
stessi «Dico» tentano di fare. Molto più che combattere
anacronistiche crociate di cui la maggior parte dei cattolici italiani non
sente affatto il bisogno. Mi piacerebbe che questo diffuso dissenso
trovasse il coraggio e i modi per emergere.
Pubblicato il: 13.02.07
Fonte Unità