Ernesto Miragoli
Il prete cattolico sposato.
E’ universalmente noto che la chiesa cattolica di rito romano occidentale preveda il sacerdote, per quanto riguarda la condizione di vita familiare, rigorosamente celibe. Il Diritto Canonico normava fin troppo minuziosamente tale condizione al punto che, prevedendo una collaboratrice familiare, fissava l’età di quest’ultima: doveva aver superato i 40 anni.
E’ anche universalmente noto che tale norma sia stata disattesa praticamente da quando ha cominciato ad essere codificata (Concilio di Elvira – Spagna). La tolleranza delle gerarchie (che a tale proposito avevano i propri scheletri non troppo nascosti nell’armadio) è stata benevola fino al Concilio di Trento. Da lì s’è fatta più rigorosa, anche per ragioni pratiche: marcare sempre più vistosamente il distacco fra la chiesa di Roma e quella protestante d’oltralpe.
Non per questo i preti nel ministero attivo hanno continuato a lasciare il sacerdozio per contrarre matrimonio o, peggio, hanno continuato a vivere il proprio sacerdozio ministeriale concedendosi, ogni tanto o stabilmente, qualche “scappatella”.
Il problema è emerso in tutta la sua pregnanza dopo il Concilio Vaticano II. L’emorragia del clero di quegli anni è un ricordo molto vivo per moltissimi cattolici e fu una preoccupazione non indifferente per la chiesa gerarchica che vi dedicò un Sinodo dei vescovi dal quale scaturì l’enciclica di Paolo VI “Sacerdotalis coelibatus”.
Attualmente il problema del prete sposato vive fasi di alternanza: i media si occupano del caso quando clamorosamente un vescovo o un prete di grido lascia il ministero per contrarre matrimonio. Partono allora interviste e talk show che discutono a ruota libera fino alla noia e fino a quando il fatto non è più di moda. Ma non aiutano a risolvere il problema.
Va detto che diverse Conferenze Episcopali Nazionali (non certo quella italiana) hanno creato commissioni interne che studiano come affrontare la spinosa questione celibataria, ma lo fanno quasi in sordina e, sembra, quasi senza comunicare l’iter del lavoro in essere a Roma, dove, si sa, su tale argomento si vuole tacere.
Questa premessa, un po’ lunga, non vuole avere alcun carattere storico-scientifico, ma semplicemente introdurre un argomento che, a mio avviso, non può più essere procrastinato in un contesto di studio progettuale di una pastorale ecclesiale globale.
Per lo spazio che può consentire un articolo, vorrei indicare alcuni lineamenti teorico-pratici per un approccio al problema.
Dal Tridentino in poi il prete è
sempre più diventato “uomo
del sacro”. “Ex hominibus assumputs
et pro hominibus constitutuus in ea quae sunt a Deo”, così
La teologia cattolica postridentina (recepita quasi interamente nei documenti del Vaticano II – vedasi Lumen Gentium, Presbyterorum ordinis, Optatam totius - ) ha accentuato nella figura del prete quel senso di sacro, di “diverso”, di “totalmente altro” dagli altri uomini da farne quasi una figura evanescente, eterea, troppo immersa in cose celesti per occuparsi di cose materiali e quindi sentire le pulsioni sessuali che sono tipiche di ogni essere vivente. Per il prete il sesso doveva essere qualcosa di sporco, che praticavano i suoi fratelli e sorelle per mettere al mondo un bambino. Nulla di più. Da qui le teorie sulla “paternità universale”, sul celibato scelto per il regno dei cieli, sul significato escatologico della vita celibataria (in cielo “neque nubent, neque nubentur”) ed una serie di riflessioni spirituali di tutto rispetto, ma, a mio modesto avviso, monche della seconda faccia della medaglia che ricorda che il prete è “uomo fra gli uomini”. E già mi piace poco questo “uomo fra gli uomini” perché gli preferisco “persona fra le persone”. Nel prosieguo spiego il motivo di tale mia affermazione.
Il sacerdozio ministeriale, a mio avviso, così com’è concepito e vissuto, va profondamente ripensato.
Vado per spunti che possono essere traccia per riflessioni più approfondite:
- il sacerdozio va rivisto nella sua ontologia: dobbiamo parlare di “persone” e non di “uomo”. Dio ha creato la persona umana sessuata, maschio e femmina. Va da sé che la chiusura dell’accesso al ministero della donna è non solo anacronistica, ma contro lo stesso progetto di Dio che “maschio e femmina li creò”.
- Il sacerdozio va rivisto nella sua funzione ministeriale: il prete non è un “tenente” che tiene il posto in trincea e che si deve occupare di celebrazioni eucaristiche, funerali, matrimoni, battesimi, confessioni e basta. I sacramenti sono un punto di arrivo di un cammino di fede che il fratello o la sorella che si dichiara disponibile a guidare una comunità celebrano per confermare la propria fede, approfondirla, nutrire il proprio spirito, segnare tappe di crescita spirituale della comunità medesima e non “riti di passaggio” che concludono un percorso di crescita
- Il sacerdozio va ripensato in un rivoluzionario progetto pastorale in cui la persona che si dichiara disponibile al servizio della comunità, uomo o donna che sia, sposata o celibe o nubile, sa di essere tutto per tutti, vuole essere tutto per tutti. Questa persona sa di non avere una casa, non avere un podere, non avere un lauto conto in banca, non curarsi delle apparenze e dei perbenismi e delle convenzioni, non avere fratelli più “fratelli” degli altri o figli più “figli” degli altri o mogli o mariti più “mogli o mariti” degli altri.
E’ questo il punto di partenza per una nuova evangelizzazione: concepire in altro modo il sacerdozio ministeriale. Si potrebbe anche dire che la causa della routinarietà dell’evangelizzazione contemporanea debba ricercarsi in questa desueta ed anodina concezione del sacerdozio.
Si obietterà che quanto accennato sopra è irrealizzabile. No, se vi è un progetto in cui tutti si è disposti a lasciarsi guidare dalla Scrittura e dallo Spirito.
Però bisogna avere un progetto. Che andrò delineando molto a volo d’uccello.
a) pastorale per i preti cattolici sposati.
Il punto di partenza è dialogare e coinvolgere (naturalmente per chi si lascia coinvolgere) i preti sposati e le loro famiglie. I Pastori (non tutti) non dialogano con il prete che ha lasciato il ministero. Anzi…lo lasciano a se stesso più che altre pecorelle dell’ovile. Ho ribadito più volte che mi meraviglia che vi sia la pastorale dei divorziati risposati, dei carcerati, delle prostitute, dei tossicodipendenti, dei clochards e via elencando e non vi sia una pastorale per i preti che lasciano il ministero e per le loro famiglie. Quando un prete si sposa, non esiste più per la sua chiesa. Mons.Agostino, quando era arcivescovo di Crotone, ebbe una felice espressione su Presyteri:”Forse che un vescovo cessa di essere vescovo del suo prete, quando questi si sposa?” Stando alla mie informazioni si direbbe proprio di sì.
E’ il primo passo da compiere per poter farsi un’idea non solo di come essi vivono il proprio essere cristiani, ma per capire quali strade intraprendere per ripensare una vita comunitaria parrocchiale diversa da quella standardizzata a cui siamo abituati.
b) revisione del progetto educativo dei seminari.
Mi pare che fosse Congar che scriveva che il prete era come un monaco in sedicesimo ed il laico un monaco in trentaduesimo. Egli si riferiva all’impostazione della spiritualità cattolica (del resto è nota l’etimologia di “breviario”: una breve raccolta di preghiere dedotta dalla grande raccolta dei monasteri), ma l’espressione è applicabile alla formazione seminaristica attuale. Il giovane (mai la giovane!) viene educato ad essere guida indiscussa di una comunità. Egli sarà l’autorevole voce della chiesa, il depositario dei sacramenti, il plenipotenziario della Grazia. Nel periodo preconciliare si diceva, con un’espressione un po’ barocca, “non più della terra, non ancora del cielo, ma pontefice fra i due mondi”.
Scendiamo dalle nuvole, per favore! Non chiudiamo i seminari, come qualcuno vorrebbe, ma rendiamoli luoghi in cui la crescita dei giovani e la loro formazione teologica, siano improntate al servizio ed alla donazione. Se nel seminario vi sono giovani e ragazze che crescono assieme in vista di un comune obiettivo (essere anime di una comunità) è facile pensare che la sessualità sia vissuta più serenamente e la scelta celibataria (o verginale) o matrimoniale non sarà più un problema da imporre per legge. Non solo: l’educazione alla vita di donazione e di servizio renderà meno complessati certi giovani che pensano che diventare preti significhi fare carriera. Da preti poi penseranno che si fa carriera diventando monsignori e…chissà…che non ci scappi l’episcopato e poi il cardinalato…
c) sensibilizzazione dei fedeli
E’ evidente che quando uno che è stato prete viene inserito in parrocchia a qualsiasi titolo, o la moglie di uno che è stato prete collabora alla attività parrocchiali, parta il tam tam del pettegolezzo. Dalle beghine (o beghini) di turno, non ci libereremo mai, se non siamo capaci di gesti coraggiosi e controcorrente. Un modo per sensibilizzare i fedeli è quello d’affidare una comunità parrocchiale ad una coppia formata da un prete e da sua moglie o da una suora e da suo marito (che non necessariamente poteva essere prete prima di sposare la suora). Nel secondo caso si presenterebbe il problema della sacramentalizzazione, ma la suora potrebbe benissimo fare catechesi, celebrare la liturgia della Parola e distribuire l’eucaristia, assistere matrimoni e funerali, mentre il marito potrebbe continuare il lavoro che svolgeva: arriverà anche il momento in cui il sacerdozio sarà pensato per la “persona” e non per il maschio.
d) valutazione delle istanze innovative.
Le spinte innovative che vengono dalla base sono tante, complesse, variegate. E’ naturale: la chiesa cattolica è presente nel mondo intero e non può non tenere conto delle istanze culturali di ogni nazione e dei popoli. Non sempre tutto può essere considerato ed attuato in tempi brevi. Ma è opportuno che, non solo per il problema ecclesiale del celibato obbligatorio o del sacerdozio uxorato, i Pastori abbiano il coraggio del “brain storming”, cioè della tempesta dei cervelli. Nel mondo economico anglosassone i managers vengono coinvolti nella considerazione di problemi aziendali e vi sono riunioni in cui ognuno dice la sua a ruota libera, cioè cerca di risolvere il problema secondo quel che gli viene in mente in quel momento. Tutte le ricchezze di ognuno vengono così messe sul tavolo ed ognuno recepisce gli elaborati dell’altro, vi riflette sopra, matura altre considerazioni, fino al punto in cui si prende una decisione.
Vorrei davvero che lo Spirito ispirasse una “tempesta di cervelli” ecclesiale!
Conosco le obiezioni e le paure a questa proposta: si rischiano fughe in avanti, incomprensioni e personalismi che potrebbero nuocere, anziché giovare.