Chi vuole conoscere significati di altre
parole,
lo chieda
VOCABOLARIO
1. 
monaco
e religioso
MONACO
La dimensione monastica è un aspetto tipicamente umano, prima che
religioso. I monaci, infatti, "sorgono" in tutte le culture,
religioni e condizioni umane. Abbiamo monaci cristiani, buddisti taoisti, Zen. Abbiamo monaci sposati e celibi (basti
pensare al Grande Marpa il cui illustre novizio Milarepa è il più grande santo del
Tibet; ebbene Marpa era sposato e assicurando i riti
di nascita morte e benedizioni varie al villaggio in cui viveva, si potrebbe
benissimo paragonarlo a un nostro presbitero parroco). Abbiamo monaci poveri poveri e monaci benestanti,
monaci solitari e monaci comunitari, monaci stanziali e monaci nomadi. Abbiamo
monaci laici, monaci presbiteri e anche monaci
religiosi.
In definitiva cosa è un monaco? A questa semplice domanda possiamo
rispondere, almeno dal punto di vista cristiano, con una semplice risposta: il
monaco è un semplice cristiano, un semplice
battezzato, tutto il resto è sua scelta, o vocazione, o servizio. "I
monaci fuggano i vescovi", dicevano i monaci
antichi. Essere religiosi, quindi non vuol dire essere
monaci, come essere monaci non vuol dire essere dei religiosi.
RELIGIOSO
I religiosi, invece (coi loro tre voti o quattro
o più) sono un fenomeno tipicamente cristiano. Che poi
I tre voti (o quattro o più) dei religiosi non sono voti monastici: il
monaco non ha voti, né temporanei, né perpetui, poiché
essere monaci è una condizione umana, prima che religiosa. Anche
Benedetto da Norcia che ha "normalizzato e in un certo senso
"irreggimentato" i monaci non riconosce i tre voti religiosi ma due
"impegni monastici: Conversione all'Evangelo e stabilità; con termini più
laici potremmo dire conversione all'amore e stabilità continua in questa
conversione.
2. 
senso del peccato e complesso di colpa
SENSO DEL PECCATO
Il senso del peccato risponde all’esigenza di relazionarsi con
Dio e con il prossimo in maniera perfettibile, cioè nella convinzione che
dobbiamo rendere conto soprattutto alla nostra coscienza se nella nostra vita
manca un progetto finalizzato alla propria maturazione personale e sociale. E'
l’eclissi del senso del peccato che non fa nascere il desiderio, non provoca il
pentimento e non fa avvertire l'esigenza del perdono. Il pentimento non
consiste nel vergognarsi della colpa o del peccato, ma nel desiderio sincero di
liberarsi dagli errori che danneggiano se stessi e gli
altri
COMPLESSO
DI COLPA
Il complesso di colpa è una situazione patologica della coscienza che drammatizza ogni
propria fragilità morale, ritiene persino peccato anche ciò che non dipende
dalla propria volontà. Spesso agisce sulla psiche in forma camuffata, sotto forma di timidezza, di senso d’inferiorità, di depressione…
Anche le persone che credono in Dio possono esserne affette, tanto da dubitare
del perdono di Dio.
ATTENZIONE!
La nostra società ha fatto passi in avanti nel liberare la persona
da un tale complesso. Ma sempre più spesso si nota che si è caduti nel versante
opposto, fino a contare solo sulla propria affermazione personale, escludendo o
accantonando la relazione con Dio e dilatando la coscienza fino a smarrire la
linea divisoria tra bene e male
CI Può ESSERE DI AIUTO A CAPIRE
QUANTO HA DETTO IL PAPA:
«Il mondo contemporaneo - ha infatti
rilevato - continua a presentare le contraddizioni ben rilevate dai Padri del
Concilio Vaticano: vediamo un'umanità che vorrebbe essere autosufficiente, dove
non pochi ritengono quasi di poter fare a meno di Dio per vivere bene; eppure,
quanti sembrano tristemente condannati ad affrontare drammatiche situazioni di
vuoto esistenziale, quanta violenza c'è ancora sulla terra, quanta solitudine
pesa sull'animo dell'uomo dell'era della comunicazione!».
Per dirlo «in una parola», oggi «pare che si sia perso il "senso del peccato", ma in compenso sono aumentati i "complessi di colpa". Chi potrà liberare il cuore degli uomini da questo giogo di morte, se non colui che morendo ha sconfitto per sempre la potenza del male con l'onnipotenza dell'amore divino? Come ricordava san Paolo ai cristiani di Efeso, "Dio, ricco di misericordia, per il grande amore con il quale ci ha amati, da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo"».
3. 
Ci aiuta a capirlo questo
articolo
Le scelte degli alleati sul fronte afgano - L’Italia ascolti
Londra e Kabul - di Piero Ostellino
Il primo
ministro inglese, Blair, si è appellato ai propri
alleati europei affinché mandino più soldati in
Afghanistan. Il primo ministro spagnolo, Zapatero,
senza fare proclami, ne ha mandati un paio di centinaia in più di quelli che
sono già impiegati sul fronte di guerra. Il presidente del Consiglio italiano,
Prodi, affiancato dal suo ministro degli Esteri, D’Alema,
ha risposto picche a Blair e non ha seguito l’esempio
di Zapatero. Quello di Prodi e di D’Alema potrebbe essere definito «pacifismo strumentale » (Norberto Bobbio: Il problema della guerra e le vie della pace, Il
Mulino 1984). Esso opera, innanzi tutto, sui «mezzi» per conseguire l’obiettivo
della pace.
Il
rifiuto di inviare nuove truppe e l’applicazione a quelle che già ci sono di
regole d’ingaggio restrittive sul piano operativo sono
una sorta di teoria della non-violenza applicata a un conflitto in corso.
Proviamo a vedere— dicono in sostanza il nostro presidente del Consiglio e il
suo ministro degli Esteri — se, in Afghanistan, è possibile ottenere gli stessi
risultati senza la guerra. E, nel frattempo, mentre da una parte (la Nato) e dall’altra (i talebani)
si spara, che si fa? Né il capo del governo né quello della diplomazia lo dicono. Il passaggio successivo di Prodi e di D’Alema diventa, quindi, il «pacifismo istituzionale» (Norberto Bobbio, cit.). Esso opera, in seconda istanza,
sulle istituzioni. Le Nazioni Unite dovrebbero indire una Conferenza
internazionale di pace sull’Afghanistan al tavolo della quale siederebbero i talebani, il governo afghano,
alcuni dei Paesi vicini, gli Stati Uniti, gli europei e quant’altri.
La
conferenza internazionale sarebbe una sorta di «pacificazione giuridica» del
conflitto in corso attraverso quel multilateralismo
che il nostro governo invoca spesso. Il guaio è che fra «pacifismo dei
mezzi»—il non invio di altre truppe e i vincoli a
quelle sul campo — e «pacifismo istituzionale » (il ricorso alla diplomazia
dell’Onu) c’è contraddizione. Le truppe della Nato sono, infatti, in Afghanistan su invito delle
Nazioni Unite, cioè sulla base di un mandato politico e di una operatività
militare tipicamente multilaterali. È probabile, dunque, che Prodi e D’Alema, rispondendo picche all’appello di Blair e non seguendo l’esempio di Zapatero,
abbiano adottato una terza via: quella di dar retta al «pacifismo finalistico »
(Norberto Bobbio, cit.). Esso opera, in ultima istanza, sugli uomini: «Le guerre dovrebbero cessare qualora
gli uomini si convincessero che le guerre non servono più a soddisfare né
bisogni né interessi».
Qui si
passa da una proposizione descrittiva (la
guerra in Afghanistan c’è) a una prescrittiva (gli uomini dovrebbero
convincersi) con un salto logico tipico di tutte le utopie. Ma
il sospetto è che in gioco non siano tanto «il problema della guerra e le vie
della pace », quanto la sopravvivenza del governo pressato dalla sinistra
radicale e pacifista. La guerra dell’Afghanistan è una questione di politica
interna. Il Senato della Repubblica è la nostra Kabul.
In conclusione. Poiché la legittimazione della guerra
è un problema morale pressoché irrisolvibile sotto il profilo strettamente
etico, e il perseguimento della pace è un «dovere morale in sé»,
indipendentemente dall’esito, siamo evidentemente tutti pacifisti. Lo sono Blair e Zapatero;
lo sono Prodi e D’Alema; lo è la sinistra alternativa
e di governo. Ma poiché la guerra—almeno, tale
finora è stata —è anche un «male ineliminabile », a noi Blair
e Zapatero paiono, se non altro, più coerenti di
Prodi, di D’Alema e dei loro compagni di strada.
09 marzo
2007
4. ![]()
Ci sono quattro sensi fondamentali della Scrittura.
a)
Senso letterale: concerne il significato storico del testo. Non basta leggere
b) Allegorico o spirituale:
indaga la portata kerygmatica (riguardante
l’intrinseco messaggio). Il succo, la quintessenza di ciò che è scritto va al di là delle parole e dei fatti riportati; quel che conta
è individuare quali sono i segni
dell’amore di Dio verso l’umanità e quali sentimenti essi possono
suscitare in chi si lascia illuminare dalla Verità.
c) Tropologico
o morale: coinvolge l'esistenza del credente, addita i sani
comportamenti nella vita pratica.
d) Anagogico: riguarda il piano
contemplativo ed escatologico. Cioè leggendo
Questi quattro livelli debbono essere
accompagnati dall’atteggiamento di preghiera. Altrimenti si fa una lettura che
non giova affatto alla vita spirituale.