Un vescovo mistico, profeta ed operatore di pace
 

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Antonio Bello (1935-1993), vescovo di Molfetta - si faceva affettuosamente chiamare Tonino - ha riscoperto l’essenza del messaggio evangelico quale seme di pace nel mondo. La sua figura è ormai ben nota, anche perché dal 1985 fu presidente nazionale del movimento "Pax Christi" e nel 1996 fu premiato alla memoria come "Autore dell’anno" al Salone del Libro Religioso di Milano.

Con estrema semplicità propone la profezia, nella convinzione che non bisogna adeguare il Vangelo al nostro modo piatto di vivere, insensibile all’oppressione dei poveri della terra, ma viverlo nella sua pienezza; con il coraggio di fare la verità, anziché limitarsi ad enunciarla e ad incorniciarla nelle sicurezze.

 

1. La mistica dell’uomo di pace 

L’umiltà che incarna don Tonino si fa garante di una scommessa: tutti, proprio tutti, dobbiamo mutare mentalità e acquisire il gusto dell’essenziale. Un atteggiamento di verità non fa chiudere gli occhi di fronte alle piaghe dell’umanità. Non è contemplativa una vita che non si faccia segno e strumento concreto di trasformazione del mondo:

“[Si definisce] un buono a nulla. Ma capace di tutto, perché consapevole che, quanto più ci si abbandona a Dio, tanto più si riesce a migliorare la gente che ci sta attorno”.

“Sono stati gli anonimi, perciò, a trasmettermi il gusto dell’impegno, e il sapore delle cose essenziali”.

“Tutti, però, dobbiamo divenire punto di riferimento per i viandanti che camminano con noi”.

“... divulgare in mezzo al popolo le planimetrie di tutte le violenze, a partire da quelle che si consumano nel nostro territorio” .

Questo nostro contemporaneo, che si può definire un mistico oltre che un profeta della pace, esamina tutti i possibili equivoci. Anzitutto si richiede una chiara visione dell’ineludibile rapporto tra la pace conquistata all’interno della propria ascesi e quella esteriore da realizzare tra i popoli: non esistono due tipi di pace, né due tipi di impegno. Si può anche falsamente ritenere che “bisogna far pace”, senza scendere in profondità là dove si annidano le cause  che generano la violenza, le ingiustizie del mondo. Certamente ci va prontezza e decisione  nel determinarsi per la pace, più di quanto se ne richiede per fare la guerra. Appunto per questo la pace bisogna soffrirla nella propria vita. Altro punto da tener fermo è l’inserimento del dinamismo della pace nella preghiera:

“La pace è unica: non va lottizzata”.

“Non scommettere sulla pace che prende le distanze dalla giustizia, è peggio della guerra”.

“Essere spina dell’inappagamento con ficcata nel fianco del mondo”.

“... non scommettere sulla pace che non provoca sofferenza: è sterile”.

“C’è una icona bellissima negli atti degli Apostoli che dice cosa è la parresìa: <Pietro levatosi in piedi, con gli altri Undici, parlò a voce alta> (2,14)”,

“Fare, infine, della preghiera lo strumento privilegiato di ogni dinamismo di pace, tenuto conto che la tenacia dei contemplativi non conta meno dell’abilità dei politici”.

 

2. Spiritualità della pace

E’ facile ritenere la spiritualità della pace come una santa ebbrezza che si scioglie in sospiri e invocazioni. Il costruttore di pace, invece, ha un duplice modo di realizzarla: affidarla completamente a Dio, perché nessun uomo della terra può pretendere di invertire l’ordine (o disordine) su cui si regge il mondo; e nel medesimo tempo impegnarsi a condividere il pane tacitamente, cioè senza l’enfasi del dire. E’ efficace la predica dell’umiltà di chi, con spirito di sacrificio, sa farsi, più che distributore di pane, commensale assieme agli altri, nelle loro differenze:

“[Citando Dietrich Bonhoeffer:] Cercare sicurezze significa volersi mettere al riparo. Pace significa affidarsi interamente al comandamento di Dio, non volere alcuna garanzia, ma porre nelle mani di Dio onnipotente, in un atto di fede e di obbedienza, la storia dei popoli...”.

“Spiritualità che non significa confino... nelle zone vaporose dei sospiri, o trastullo dei gruppi con la panna montata delle canzoni religiose”. “[Saper andare] oltre la sciacquata di buone emozioni”.

“Una definizione che a me piace molto è questa: <convivialità delle differenze>.

“Pace... non è neppure l’equa distribuzione dei pani a tutti i commensali della terra. Pace è mangiare il proprio pane a tavola insieme con i fratelli”.

 

3. Il silenzio che esplode in profezia

Il silenzio del contemplativo, lo sappiamo, è fatto di ascolto. Tonino lo dipinge come mezzo che sconfigge ogni arroganza, e intanto potenzia il coraggio di osare, fino a dare un’anima nuova alle relazioni umane consuete. Stupisce il suo linguaggio che associa parole che sembrerebbero lontane l’una dall’altra, parole semplici, ricche di concretezza, che colorano i gesti quotidiani di sorriso amicizia poesia:

“... quelle trame di solidarietà e di sacrificio che gli uomini semplici sanno ricamare nel silenzio...”.

“Abbiniamo con più coraggio la pace a quelle espressioni che solo la paura di apparire sognatori ci impedisce di adoperare: amore globale della vita, sapore di Vangelo, bisogno profondo di felicità, tenerezza e stupore, amicizia e dialogo, poesia ed umiltà, impegno e speranza”.

La pace additata dal contemplativo-attivo si erge al di sopra delle minuscole paci disegnate dagli uomini incapaci   di andare Oltre, schiavi sia della visione miope del buon senso, sia dell’arroganza che fa gridare la pace come se fosse una propaganda da lanciare. Non si può dare un anima alla società, senza capacità di ascolto. Il vero silenzio esplode come profezia, quando l’indice rimane volto verso l’Altro:

“Dovremmo essere con l’indice puntato verso il totalmente Altro, e verso il totalmente Oltre gli isolotti raggiunti dalle minuscole asfittiche paci terrene, e invece siamo spesso prigionieri del calcolo, vestali del buon senso, guardiani della prudenza, sacerdoti dell’equilibrio”.

“Gesù ascolta, e se rompe il silenzio è solo per interrogare, non per dare risposte. .. [Così Pax Christi] non ama declamare la verità, rivestendola di arroganza. Predilige l’ascolto e la riflessione. [Eppure] è un silenzio che esplode, anzi con audacia profetica, nella direzione della Parola rivelata”.

“... far fronte a quella che Horkheimer chiama <perdita d’anima> della nostra società così atrofica di relazioni”.

 

4. La <soterìa> (= salvezza) anziché teoria

Il mondo può essere salvato solo dal contemplativo che non fugge dal mondo, che alimenta la preghiera di desiderio del non-ancora, da realizzare qui ed ora. Il mistico anticipa la realtà escatologica, con l’inquietudine della profezia; annunzia, non l’altro mondo, ma un mondo altro, non una teoria, ma la salvezza:

“[Guido II, monaco certosino del dodicesimo secolo, parlando della lectio divina, afferma) <La lettura è un esercizio esteriore, la meditazione è una comprensione intellettuale, la preghiera è desiderio, la contemplazione è superamento di ogni senso>”.

“... noi alla fine dei tempi potremo godere la pace promessaci da Cristo (quella escatologica... ) solo se qui sulla terra ci saremo sforzati di anticiparla nei segni”.

“E il nostro contributo è quello di essere segno dell’inquietudine, richiamo del non ancora, stimolo dell’ulteriorità”.

“Signore, fa’ che possiamo essere specialisti nell’annunciare un mondo altro, diverso da quello che stiamo vivendo. annunciare sì la dimensione escatologica che non deve mancare nella nostra profezia, però dobbiamo essere annunciatori di un mondo altro”.

La salvezza delle anime è obiettivo vacuo, privo di contenuto, fino a che non diviene strumento di liberazione totale della persona. Quale libertà potremmo annunciare a chi à schiavo materialmente? Bisogna non illudersi che basti predicare la salvezza per realizzarla; si dà concretezza all’annuncio del Vangelo quando si hanno occhi per accorgersi quanto sia smisurato - nella quantità e nella qualità - lo scempio della dignità dei poveri. E, nonostante l’orrenda visione, chi ha una forte fede (concreta) non può essere pessimista:

“[Raoul Follerau osservava:] se tutti gli affamati della terra si dessero la mano attorno all’equatore, stringerebbero venti volte la terra tra le braccia”.

“Libertà è una parola. Della libertà non sanno che farsene coloro che non possono arrampicarsi sulla cuccagna. Libertà per chi? per chi può muoversi”.

“Nonostante tutto, a noi credenti è proibito essere pessimisti”.

 

5. Pastorale della pace

La Chiesa dovrebbe farsi cerniera tra opposte posizioni: quella di chi nega il valore della dottrina cattolica quale nutrimento per l’agire (politico, morale, eccetera) e quella di chi, all’interno della struttura ecclesiale, ignora il contributo dei laici nell’elaborare i grandi temi con obiettivi e programmi puramente umani. Ma necessita un nuovo modo di sviscerare la quintessenza del messaggio evangelico: che non sia una dottrina da dettare dall’alto, bensì una realtà di comunione da inventare;

“... un movimento di cerniera tra i grandi problemi teorici, come quello della pace, della giustizia, dei diritti umani, della qualità della vita (...) non accessorio delle tematiche pastorali, ma fondamentale per esse (...) è l’unico suo [della Chiesa] annuncio”.

“... intuire che l’unica trama che può veicolare l’acqua della pace... è la trama ecclesiale, non tanto per le sue strutture, quanto per il suo essere <realtà di comunione>”.

Tonino Bello intuisce che alla Chiesa manca una fondazione teologica della pace. Suggerisce, non  di aggiungere teorie a teorie, ma di fare dell’argomento un nutrimento adeguato che circoli vitalmente nel tessuto ecclesiale. Pace e Chiesa, un binomio ugualmente profetico anziché utopico.

La pace, fissata nel volto del Padre, alimentata dal grembo della Madre, si fa volto e grembo delle sofferenze umane, come profezia, imperativo coraggioso, parresìa, e cioè coraggio di dire in maniera forte la Parola:

“... un nutrimento dottrinale venga metabolizzato dal tessuto ecclesiale”.

“E come la Chiesa non è una realtà atemporale ma storica, non celeste ma inserita nel mondo, non utopica ma profetica... così deve essere la pace”.

“Riconosciamolo. Come Chiesa accusiamo ancora pesanti deficit di parresìa. Siamo ancora fermi alla pace dei filosofi, e non ci decidiamo ad annunciare finalmente la pace dei profeti”.

“Volto di padre e grembo di madre”.

“La pace va <osata> sulla parola di Cristo”.

 

A. R.