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COS’E’ LA TEOLOGIA FEMMINISTA?

 

Prima parte

Teologia, femminismo, due termini che sembrano aver poco in comune. La teologia non fa parte, normalmente, della nostra vita quotidiana; nell’opinione della maggioranza delle persone è questione che riguarda alcuni specialisti che s’interrogano sulla natura di Dio, quasi sempre uomini, che propongono riflessioni a partire da una prospettiva maschile; disciplina difficile, inaccessibile ai più, distante dalle nostre vite.

Il femminismo fa tornare alla mente i movimenti delle donne, spesso arrabbiate, incattivite da innumerevoli anni di oppressione e limitazioni nei diritti e nell’espressione di sé, estreme. Mobilitazioni ormai collocate nel nostro passato, significative ma superate da una attuale, apparente, realtà di cittadinanza, di pari opportunità per tutti/e.

Superare questi stereotipi ci può aiutare ad intuire, invece, che la loro relazione può essere davvero feconda, che l’unione di queste due realtà, apparentemente contrastanti ed ostili, può dare origine a forme nuove, a visioni che aprono i nostri pensieri a letture innovative della vita sia spirituale che sociale.

Se guardiamo alla teologia come ad una riflessione che si pone domande su questioni di significato e di valore da sempre presenti nel profondo di ogni persona; se pensiamo che, a partire da ciò che ognuno sperimenta, cerca di dare risposte, effettuare elaborazioni, proporre modelli e metafore per parlare, con un linguaggio comprensibile e accettabile, della realtà di Dio e della sua relazione col mondo, possiamo immaginare che essa non si ponga al di fuori dell’esperienza di ciascuno di noi, che la riflessione possa includere tutti, dando spazio a nuove domande anche da parte di chi, per secoli, non ha avuto voce.

Nell’affrontare un argomento partiamo sempre da una domanda e “Il modo in cui è formulata la domanda limita e condiziona il modo in cui si dà la risposta, giusta o errata che sia”[1][1];  le domande sono poste o meno anche in relazione al contesto ambientale, culturale e conoscitivo nel quale si è immersi. Per molto tempo la teologia, pensata, elaborata ed espressa da un punto di osservazione maschile, ha eliminato tutte le domande che riguardano i vissuti delle donne; è emersa sempre più intensa l’esigenza di formulare nuove domande che portino alla luce la preoccupazione e l’impegno per un’area di esperienza finora soffocata. La teologia è una costruzione che nasce dalla creatività e dalla responsabilità umane, ed è pertanto parziale, non universale, diversificata, plurale, emergendo da particolari contesti storici e potendo essere giudicata solo in relazione a questi stessi contesti.

A questo punto il possibile collegamento con il femminismo appare più evidente. Esso, nella sua dimensione di riflessione teorica, recupera e valorizza il pensiero delle donne in una società costruita al  maschile che offre un modello solo parziale di umanità; propone un mondo che riconosca le differenze di genere, ed ogni altra differenza, e nel quale le donne possano trovare spazio, valore, dignità  ed ascolto. Un messaggio di liberazione, dunque, che dia occasione di espressione a soggetti da sempre restati ai margini, confinati in contesti, definizioni e modelli decisi da altri. E non è un messaggio ed un percorso di liberazione quello che dovrebbero proporre il cristianesimo e le altre grandi tradizioni religiose? La fede nel Dio che si è fatto conoscere attraverso Gesù libera le donne e, con loro, le altre persone poste ai margini, dai pregiudizi di una società ingiusta ma anche dai loro timori, dal senso di inadeguatezza che avvertono e dalla loro “invisibilità”. Le aiuta ad acquisire consapevolezza di sé, a riconoscere le proprie potenzialità, a conoscere, a costruire ed affermare la propria identità oltre gli stereotipi ed a trovare, quindi, il proprio posto nel mondo.

Ecco dunque il luogo in cui teologia e femminismo s’incontrano ed in cui scoprono la loro compatibilità e la forza che reciprocamente si danno: liberazione umana e divenire delle donne. Liberazione da tutto ciò che umilia l’essere umano, che lo discrimina e lo fa soffrire a causa delle differenze; che lo annulla perché non risponde alle rappresentazioni della figura femminile individuate da una sola parte dell’umanità. Ciò che lede la dignità delle donne non può trovare ospitalità né all’interno della teologia, né del femminismo e tanto meno all’interno della teologia femminista.

La teologia femminista osserva che la teologia cristiana occidentale è stata finora formulata da una prospettiva esclusivamente maschile e la stimola a superare questo limite affinché la realtà di Dio si possa esprimere in quella di tutti gli esseri umani. Lancia un appello all’inclusività della donna anche nella teologia così come negli altri aspetti della vita sociale.

 

I presupposti della teologia femminista

 

La teologia femminista prende il via dalla considerazione che i testi biblici e la produzione teologica sono stati prodotti nell’ambito di una cultura e di una storia patriarcali ed androcentriche e che la teoria e la ricerca scientifica sono limitate e carenti se trascurano il pensiero, l’esperienza ed il contributo che le donne possono offrire e se spiegano la storia umana e l’umanità stessa in termini esclusivamente maschili.

Non solo il punto di vista maschile è prevalente ma esso rispecchia e legittima gli interessi ed i pregiudizi propri della società patriarcale. Società nella quale s’intrecciano diverse forme di discriminazione ed oppressione (in base al genere, alla razza, al ceto sociale, alle condizioni economiche, ecc.) e che viene da alcuni definita “kiriarcale” dalla parola greca “kurios”, padrone o signore: “…la società patriarcale consiste nella discriminazione e nello sfruttamento di una parte degli uomini e di tutte le donne ad opera dell’altra parte degli uomini…”[2][2].

Gli obiettivi che la teologia femminista si pone operano su più fronti. Da un lato essa procede all’analisi di una situazione di concreta oppressione e si chiede in che modo, nel corso dei secoli, le chiese e le costruzioni teologiche nate in un contesto androcentrico abbiano ostacolato l’espressione e la dignità delle donne; dall’altro individua strategie per il superamento della condizione di oppressione.

La teologia femminista tenta di ricostruire il cristianesimo primitivo per far riaffiorare e restituire i racconti delle donne ma, soprattutto, per affermare che la storia cristiana primitiva è storia di uomini e donne e sottrarre queste ultime alla “invisibilità”. Il recupero degli elementi che restituiscano dignità, significato e libertà a tutti gli esseri umani ed alle donne in particolare, non parte dalla considerazione che esse siano “vittime” della società o della teologia ma dal bisogno di portare alla luce il loro protagonismo, la creatività e l’esperienza di vita cristiana dalle origini fino ad oggi.

Restituire alle donne la storia delle origini cristiane significa rivendicare il passato cristiano come appartenente anche ad esse e dare un contributo per una ricostruzione “umana” inclusiva, comprendente cioè tutte le persone, donne e uomini, deboli e potenti, razze e culture differenti,… Sottrarre alle persone la propria storia significa privarle di energia, di significato, di valore, annullare la possibilità di costruire un’identità solida: “…quel che priva le persone della loro storia è proprio il potere di oppressione.”[3][3]

E’ ormai una solida acquisizione esegetica ed ermeneutica che i testi biblici non siano una rivelazione letteralmente ispirata, né la proclamazione di principi dottrinali, ma formulazioni che si sono prodotte all’interno del contesto storico e culturale di una determinata comunità religiosa. Essi hanno, quindi, come punto di partenza, un’esperienza parziale e limitata alla quale non può essere attribuita validità universale. Eppure questa considerazione apparentemente ovvia e comprensibile per chiunque, è stata a lungo ignorata dalla cultura e dalla teologia androcentrica che ha scambiato l’esperienza maschile per la totalità dell’esperienza umana e l’ha elevata a norma universale diventando così un modello di riferimento per indicare che cosa significa essere veramente “persona”. Trascurare la voce e la vita delle donne significa semplificare, non considerare aspetti essenziali dell’esperienza umana, non riconoscerne la complessità. Il problema di molta teologia non è quindi il fatto che essa si basi sull’esperienza maschile ma che pretenda di attribuire un carattere universale ad una prospettiva parziale che esclude metà del genere umano.

“Ogni storiografia è una visione selettiva del passato: l’interpretazione storica è determinata dai problemi e dagli orizzonti della realtà contemporanea, condizionata da odierni interessi politici e strutture di potere. Ci si può avvicinare all’obiettività storica solo riflettendo criticamente sui propri presupposti teorici e sulle adesioni politiche personali e identificandoli.”[4][4] “Ogni studioso o scienziato che si occupa di un argomento del passato lo fa secondo il suo attuale modo di percepire la realtà e i risultati della sua ricerca, a loro volta, confluiscono nella massa di conoscenze contemporanee da cui emerge la continua trasformazione della nostra comprensione della realtà.”[5][5]

I passi riportati suscitano alcune riflessioni. Lo studio e la ricerca, in qualsiasi ambito e nella fattispecie in quello teologico, è opportuno che prescindano dalle affermazioni assolute e dai modelli rigidi buoni per ogni contesto, per ogni tempo, per ogni esperienza e sensibilità; è stimolante invece se essi rientrano in una corrente dinamica che recepisce ed offre nuovi elementi di conoscenza e si arricchisce, non avendone timore, delle differenze, comprendendo la realtà in modo sempre più profondo attraverso uno sguardo che passi da diversi punti di osservazione. Se si presuppone che lo studio della storia debba avere queste caratteristiche, allora è naturale chiedersi se l’esitazione degli studiosi ad occuparsi dell’esperienza delle donne non sia dovuta al rifiuto di modificare la visione androcentrica della realtà ed i privilegi che ne conseguono, piuttosto che alla preoccupazione per la correttezza della ricerca storico-biblica. “Lo spostamento da un paradigma androcentrico a un paradigma femminista comporta una trasformazione dell’immaginazione scientifica. Esige una conversione intellettuale che non può essere dedotta logicamente ma che ha le sue radici in un cambiamento dei rapporti sociali patriarcali. …spostamento che permette…di vedere “dati” vecchi in una prospettiva completamente nuova”[6][6].

Nell’esaminare i testi più importanti della tradizione occidentale, le donne incontrano misoginia oppure idealizzazione e oggettivazione o il silenzio sull’esperienza storica e teologica delle donne stesse e sul loro contributo al movimento cristiano originario. Ed i silenzi offrono occasioni per giustificare il soffocamento del pensiero delle donne e della loro identità. La visione androcentrica del mondo considera l’uomo come “norma” dell’esistenza umana, la misura di tutte le cose, e la donna viene definita non per se stessa ma in relazione all’uomo. “Egli è il soggetto, l’assoluto; lei è l’altro”[7][7]. Secondo questa concezione, la donna deve restare storicamente marginale perché il suo ruolo storico, che non viene mai dato per scontato come accade per gli uomini, è imbarazzante, problematico, deviazione dalla norma. Nella migliore delle ipotesi il paradigma scientifico androcentrico può trattare il ruolo della donna come problema sociale, filosofico, teologico,… argomento di cui discutere; può parlare delle donne quando sono persone eccezionali o quando il loro comportamento comporta dei problemi. Al proposito le studiose femministe di storia evidenziano che molte fonti storiche che riguardano le donne non sono descrittive della realtà ma prescrittive, avendo esse intenti “educativi” o normativi e l’obiettivo di ridurre l’influenza ed il potere delle donne. “Le idee degli uomini sulle donne non riflettono dunque la realtà storica delle donne, potendosi dimostrare che le polemiche ideologiche sul posto che spetta alle donne, sul loro ruolo o sulla loro natura aumentano ogni volta che l’effettiva emancipazione delle donne e la loro attiva partecipazione nella storia diventano più forti.”[8][8]

Le teologhe femministe, guardando oltre ed attraverso i testi, vanno pertanto alla ricerca di chiavi di lettura per “far parlare” i silenzi, per dare ad essi significato in modo che possano fornire elementi per la conoscenza della realtà egualitaria ed inclusiva del movimento cristiano primitivo. Procedono ad una ricostruzione storica che, a partire da pochi elementi e racconti sulle donne, renda visibile la parte maggiore dell’iceberg. Tentano di riformulare la storia e la cultura come prodotto ed esperienza di entrambi, donne e uomini.

Esistono infatti alcuni testi del Secondo Testamento detti “egualitari” che, nel corso dei secoli, hanno messo in luce la possibilità di vedere e di operare in modo cristiano e non patriarcale, in contrapposizione ai cosiddetti testi “patriarcalizzanti” ai quali si è attinto e si attinge ancora oggi per giustificare l’esclusione delle donne dai ruoli ecclesiali di maggiore responsabilità e per mantenere la loro subordinazione nella chiesa e nella società.

Un po’ di storia

 

"The Woman's Bible" (1895)

 

La nascita delle teologie femministe trova le sue radici nel libro “The Woman’s Bible” dell’autrice americana Elisabeth Cady Stanton apparso nel 1895. Nell’intento di comprendere quali fossero effettivamente gli insegnamenti della Bibbia, il testo ha assunto la forma di un commentario scientifico dei passi biblici che parlano della donna attraverso la loro reinterpretazione alla luce della nuova comprensione che le donne hanno di se stesse.

L’autrice, nell’introduzione, metteva in risalto due principi critici per un’ermeneutica teologica femminista: “1) la Bibbia non è un libro ‘neutrale’, ma un’arma politica contro la lotta delle donne per la liberazione: 2) questo avviene perché la Bibbia porta l’impronta di uomini che non avevano mai visto Dio né gli avevano parlato.”[9][9]

La Stanton intendeva quindi l’interpretazione biblica come un atto con conseguenze politiche e la Bibbia come un testo che, nel tempo, ha avuto la funzione di legittimare il patriarcato nella società e nella chiesa e di attribuire alle donne un posto che si riteneva stabilito “direttamente” da Dio; una funzione quindi determinante nel sostenere posizioni contrapposte all’emancipazione femminile. La Bibbia dunque, in quanto espressione di una cultura patriarcale, si articola in un linguaggio umano storicamente limitato e culturalmente condizionato.

Per le sue implicazioni politiche "The Woman's Bible" si rivelò impopolare e diede origine ad un ampio dibattito, anche ad accese polemiche, che dimostravano quanto fosse significativa l’influenza esercitata dalla Bibbia sulla lotta per la liberazione delle donne. Addirittura un ecclesiastico formulò il sospetto che il libro fosse “l’opera delle donne e del diavolo”; a questa accusa la Stanton, manifestando uno spirito ironico, rispose così: “Questo è un grave errore. Sua Maestà Satanica non si sarebbe mai unito al Comitato di revisione che è composto di sole donne. Inoltre ha avuto tanto da fare in questi ultimi anni partecipando a sinodi, assemblee generali e conferenze per impedire il riconoscimento di delegati donne, che non ha certo il tempo di studiare le lingue e l’’alta critica.’”[10][10]

L’autrice sottolineò che il compito degli storici non è quello di valorizzare l’autorità di testi che giustifichino la subordinazione delle donne (ad esempio attraverso l’utilizzo degli scritti di Paolo) ma quello di riscoprire e portare alla luce l’esperienza e la pratica delle comunità cristiane primitive. Nel ricostruire il passato del cristianesimo, a suo parere, essi non devono trascurare le implicazioni e le conseguenze politiche e sociali dei loro studi.

La necessità politica di un’interpretazione scientifica e femminista della Bibbia veniva avanzata e sostenuta dal pensiero che nessuna riforma è possibile in un settore specifico della società se non viene condotta anche in tutti gli altri settori dal momento che tutte le riforme sono interdipendenti.

La sua convinzione ed intuizione critica fu che il vero messaggio della Bibbia fosse stato soffocato dalle traduzioni e dalle interpretazioni degli uomini e che essa non fosse soltanto stata fraintesa o male interpretata, ma utilizzata nella lotta politica, tra l’altro, contro il diritto di voto alle donne. In contrapposizione alla tesi dottrinale che vedeva nella Bibbia un testo ispirato letteralmente da Dio che in essa esprime la sua parola diretta e la sua volontà, Cady Stanton insisteva sul fatto che essa è stata scritta da uomini e riflette gli interessi maschili dei suoi autori. Negava quindi l’ispirazione divina ad affermazioni bibliche negative e degradanti riguardo alle donne, attribuendo i passi che contengono ingiunzioni patriarcali alla mente di uomini che hanno lasciato la loro impronta sulla rivelazione biblica; in questo modo, considerando la “Bibbia come un’opera umana e non come un feticcio”[11][11], l’autrice e le sue collaboratrici hanno dimostrato una migliore considerazione per Dio offrendone un’immagine positiva ed accogliente.

Nonostante le sue critiche accese, Cady Stanton riteneva che alcuni principi religiosi ed etici contenuti nella Bibbia fossero ancora validi ed importanti (ad esempio il comandamento dell’amore) e concludeva che essa non può essere accettata o rifiutata nella sua globalità, che ogni passo offre significati e suggestioni differenti a chi legge e che è necessario analizzare con attenzione le parti bibliche che riguardano le donne per comprenderne le implicazioni androcentriche e far affiorare il messaggio essenziale che esse hanno in sé.

 

 

Gli anni successivi

 

Fino agli anni ’50 ci fu una sorta di letargo sia a livello sociale che a livello teologico femminista. Le donne agivano dentro ruoli imposti, spesso lontani dalle loro aspirazioni, frutto di una rappresentazione della figura femminile generata dagli uomini che la voleva fra le mura domestiche, posta al servizio del marito e alla cura dei figli. Le donne non avevano ancora iniziato ad esprimere pubblicamente, con forme di comportamento collettivo, il loro desiderio di identità, di liberazione, di affermazione ma già il loro disagio era presente; la tensione verso la perfezione e l’ineccepibilità all’interno delle mura domestiche, la rincorsa di un modello ideale di femminilità stereotipato e costruito per mantenere in mano agli uomini i centri di potere, l’adesione al progetto di realizzazione del sogno americano del benessere costruito da altri e non rispondente ai desideri delle donne, producevano malessere e senso di inadeguatezza. Così documenta la sociologa statunitense Betty Friedan nel suo libro “The feminine Mystique”, pubblicato nel 1963, in cui analizza il senso di disagio sperimentato quotidianamente dalle donne costrette a ruoli non scelti ed estranei ai loro più profondi e personali desideri.

Questo testo diede il via ad una rivoluzione nella società secolare che si avvertì nel mondo teologico solo qualche tempo dopo; il desiderio di cambiamento però diventava sempre più importante tra le donne e gli uomini più sensibili che diventavano consapevoli del nesso, che ormai non era più possibile oscurare, tra l’oppressione domestica e quella ecclesiale.

Negli anni ’60 e ’70 cresce e si esprime la consapevolezza femminile della condizione di subalternità, il desiderio delle donne di comprendere ed affermare la propria identità in quanto soggetti e non in relazione di complementarietà con l’uomo, il riconoscimento della capacità di prendere decisioni in autonomia e dare una direzione alla propria vita. Tale consapevolezza si sviluppava e cresceva soprattutto grazie all’incontro con le altre donne che vivevano lo stesso senso di disagio, lo stesso bisogno di esprimersi pur nella differenza di condizioni individuali e di contesto sociale e culturale; raccontandosi “partendo da sé”, condividendo i propri sogni, manifestando i personali desideri di cambiamento, uscivano dalla solitudine e dall’isolamento e scoprivano la forza dello stare insieme, della comunità che ascolta in modo profondo, della nascente solidarietà di genere. “Noi ci diamo reciprocamente un potere, mentre reciprocamente ci ascoltiamo parlare. Diamo questo potere ai diseredati, agli emarginati, quando siamo capaci di ascoltarli mentre danno un nome, a modo loro, alla loro oppressione e sofferenza… In questo senso l’ascolto può penetrare attraverso le strutture politiche e sociali e creare l’immagine di un sistema nuovo.”[12][12] “… è nelle profondità dell’esperienza che si trova la sorgente da cui scaturiranno immagini nuove.”[13][13]

Erano le origini del movimento femminista che aveva come punto di avvio il “partire da sé”, dalla percezione che le donne hanno della propria identità ed esistenza, dalla loro esperienza fino ad allora non considerata degna di attenzione, essendo l’esperienza umana equiparata a quella maschile.

Negli stessi anni di grande fermento sociale e politico (anni ’60 e ’70), anche nel mondo della teologia e all’interno della vita delle chiese avvenivano dei cambiamenti. Teologi come Paul Tillich e Reinhold Niebuhr ritenevano che un’attenta analisi della “condizione umana” elaborata con l’apporto della psicologia, della sociologia e della filosofia, doveva essere il punto di partenza di ogni riflessione su Dio. Rudolph Bultmann, esperto di studi biblici, sosteneva che la lettura dei testi non può essere neutrale ma è filtrata dal personale bagaglio di esperienza, modelli di riferimento e pregiudizi. I cosiddetti teologi politici come Dorothee Solle e Jurgen Moltmann, portando all’estremo questa osservazione, affermavano che lo studio del testo biblico, non solo non era obiettivo, ma era a servizio di interessi ben precisi, quelli delle classi potenti dell’emisfero nord del primo mondo.

Nella chiesa cattolica il Concilio Vaticano II sembrò pronunciare parole di rinnovamento ed apertura verso le domande poste dal mondo ed il confronto con le altre confessioni religiose ed il marxismo, finora mai ascoltate al suo interno. L’entusiasmo che nacque in quegli anni contagiò molte donne e uomini anche se l’attesa del nuovo, mentre rimaneva viva e feconda e si realizzava all’interno delle comunità di base, andò presto delusa nella chiesa gerarchica.

Per quanto riguarda, per esempio, il ministero pastorale delle donne, la maggior parte delle chiese protestanti tradizionali accolse con favore tale innovazione che integrava la metà dell’umanità finora esclusa, mentre la chiesa cattolica rimaneva, come sappiamo, rigidamente ancorata alle sue posizioni; impermeabile ai venti di novità che giungevano, e giungono ancora oggi, dalla società e dal contributo delle donne, consentì di perpetuarne “l’asservimento dopo che la scienza ha reso possibile la loro liberazione.”[14][14] Mary Daly, nel testo citato che rappresentò la scintilla che diede l’avvio ad un dialogo femminista sia in ambito cattolico che ecumenico, sosteneva che il cattolicesimo in particolare fosse un fondamento ed una fortezza del patriarcato, intendendo, con questo termine, il valore normativo attribuito alla maschilità dalla nostra società che impedisce l’espressione piena della femminilità. La conseguente oppressione delle donne si estende all’ambito economico, sociale, emotivo e spirituale ed il patriarcato è l’espressione socio-culturale di tale valore normativo.

Nonostante gli aspetti di rigidità e i tentativi conservativi degli ambienti ecclesiastici, la spinta verso il rinnovamento attraverso la partecipazione coinvolgeva anche il popolo cristiano che, sempre più, sentiva di voler essere protagonista della sua vita politica e religiosa; in questo contesto, che tendeva a valorizzare maggiormente l’esperienza di ciascuno, le sacre scritture diventano un testo da leggere in prima persona a partire dal bagaglio individuale di vissuti, di storia, di cultura, di relazioni e anche di lotta. Questo fermento politico e religioso crescente che si diffuse anche ed in modo significativo in America latina, proprio a causa delle condizioni di grave oppressione economica e sociale, venne definito “teologia della liberazione” e parlava di un Dio dalla parte degli ultimi. Al tradizionale impegno dei cristiani a fianco dei più poveri ed emarginati si univa l’analisi marxista delle condizioni che producevano tali povertà.       CONTINUA

Da Viottoli, cdb Pinerolo (TO)

 

Teologia della liberazione e teologia femminista s’incontrano

 

Al termine degli anni ’60 la teologia della liberazione iniziò a diffondersi, con difficoltà e polemiche, anche in Europa e negli Stati Uniti dove la teologia femminista stava muovendo i primi passi; essa suscitò l’interesse ed il consenso di molte donne che si occupavano di teologia o che già stavano portando avanti il loro impegno a favore delle persone più emarginate e della conquista dei diritti civili per i gruppi cui erano negati. La teologia della liberazione offrì molti spunti alla teologia femminista delle origini poiché la discriminazione in base al genere s’intreccia con altre forme di oppressione ma, nonostante i numerosi punti di contatto, le due procedettero parallelamente ancora per circa dieci anni per avviare successivamente un dialogo che manteneva però sensibilità diverse.

Siamo di fronte a due movimenti con significativi elementi di comunione ma anche con alcune differenze che possono però offrire reciprocamente contributi e spunti interessanti per ampliare lo specifico ambito di riflessione.

Né la teologia femminista né la teologia della liberazione sono terreno esclusivo di accademici; in entrambe sono presenti molti studiosi ma anche attivisti, organizzatori, membri del clero e persone comuni.

La teologia femminista ha come punto di partenza la personale presa di coscienza ed esperienza di discriminazione ed oppressione ed il confronto all’interno di una comunità. La teologia della liberazione trae origine dalla consapevolezza, da parte dei poveri, della loro condizione di sfruttamento, soprattutto economica, e della loro forza come soggetto storico collettivo per cambiare una società ingiusta.

Entrambe, dunque, auspicano l’affermarsi di un nuovo concetto di universalità ed in questo modo, facendosi portavoce della particolarità, avanzano critiche verso la disciplina teologica tradizionale, la stimolano al cambiamento invitandola a porsi degli interrogativi circa le proprie pretese di universalità. “…se ogni espressione teologica è parziale, limitata e contestuale, ne consegue che il modello più adeguato sarà quello nel quale potrà farsi udire il maggior numero di voci.”[15][15] ”Bisogna che il potere di dare un nome a noi stessi, alle nostre esperienze, al nostro Dio, al nostro mondo, venga restituito alle persone cui spetta di diritto. Questo potere, che è stato tolto alle masse, deve essere loro restituito, affinché possa trovare espressione la varietà di nomi e di rivendicazioni su tutto il complesso della realtà.”[16][16] Entrambe le metodologie, pertanto, sono accomunate dal pensiero che affermazioni a priori dogmatiche e confessionali siano inaccettabili. Esse si somigliano perché, valorizzando una visione dinamica della realtà e della teologia, sono orientate verso il processo (teologizzare) invece di essere sistemi statici (teologia). Il concetto del “teologizzare”[17][17], introdotto dalla teologia femminista ma accolto anche da quella della liberazione, sottolinea appunto l’elemento della dinamicità; indica un modo per aggirare il linguaggio e le immagini statiche della teologia tradizionale e dare spazio ad una condivisione comunitaria di esperienze di fede, all’espressione articolata e pluralista del senso religioso delle donne e degli altri soggetti cui, storicamente, non è stata data voce. Entrambe le teologie si servono, dunque, di metodi essenzialmente pluralistici in quanto incoraggiano vari punti di partenza, una grande gamma di esperienze e la possibilità di molte prassi diverse; pluralismo che supera i confini tra le varie chiese e che dà a questi due metodi un carattere ecumenico, non avendo essi alcun legame confessionale specifico.

I metodi utilizzati sono rigorosamente storici ma la storia è sottoposta a nuove norme interpretative che vengono definite “ermeneutica del sospetto”. Chi si serve di questi metodi parte dalla considerazione che donne e poveri siano stati privati del proprio passato nonostante abbiano dato e diano un significativo contributo alla complessiva storia delle chiese. Il compito dell’ermeneutica del sospetto è proprio quello di denunciare e tentare di trasformare “quella dinamica del potere che fa sì che la storia sia fatta di favole che i vincitori raccontano sui vinti.”[18][18]

Sia la teologia femminista che quella della liberazione sono profondamente radicate nella dimensione pastorale del cristianesimo; sono metodologie circolari nel senso che trovano nella prassi, nell’azione concreta a fianco dei più emarginati, il punto di partenza e le conclusioni da cui ripartire, con loro; un altro viaggio di riflessione ed approfondimento porterà nuovi elementi e aprirà nuove porte in un movimento continuo di trasformazione e revisione. L’obiettivo di tale prassi e della conseguente riflessione è quello di rendere le strutture ecclesiastiche e politiche più rispettose della persona umana con tutte le differenze di genere, di condizioni sociali ed economiche, di religione, di cultura che essa esprime. “A differenza della teologhe femministe, (i teologi della liberazione) hanno la tendenza a fornire categorie per una rinnovata fede cristiana, anziché a stimolare gli interrogativi della base e lasciare che le categorie emergano da sé, come tendono a fare le femministe. In ogni caso la loro teologia è informata da una fede vissuta in un contesto di oppressione e l’urgenza del loro compito scaturisce dalla necessità di prendere decisioni immediate in situazioni politiche sempre più ostili.”[19][19]

Le differenze tra le due teologie mettono in evidenza i punti deboli di ciascuna ma anche aprono delle possibilità di incontro, di relazione reciproca e feconda che possa portare entrambe a esplorare luoghi nuovi e permettere loro di integrare le carenze e gli aspetti mancanti.

Rispetto ai contenuti, come è facile intuire, nella teologia femminista la priorità è assegnata all’esperienza di oppressione vissuta dalle donne mentre nella teologia della liberazione tale priorità è data alla vita e alla lotta dei poveri. Ciò non significa che da parte delle teologhe femministe non ci sia attenzione ai poveri o che i teologi della liberazione non ascoltino le esigenze delle donne nelle varie situazioni, ma che i significati tratti dall’uno o dall’altro complesso di situazioni prendono in considerazioni variabili che non sono comuni ad entrambi. Il contributo reciproco è utile per indurre le femministe a considerare il tema delle classi sociali e l’urgenza di liberarsi dall’oppressione del disagio materiale e i liberazionisti ad affrontare l’analisi del sessismo e la consapevolezza della particolarità di ogni esperienza.

Per quanto riguarda il rapporto con la chiesa istituzionale vi sono all’interno delle due teologie posizioni e relazioni differenziate. In generale si può dire che, la maggior parte delle teologhe femministe cristiane, pur continuando in parte ad apprezzare i valori e le comunità che si sviluppano all’interno delle chiese, manifestano un atteggiamento critico nei confronti della chiesa istituzionale nelle varie forme in cui si presenta; esse vivono con estremo disagio e sofferenza la marginalità e l’esclusione delle donne dal potere decisionale e dai ruoli ministeriali e la scarsa considerazione prestata ai loro scritti e alla  possibilità di avviare un dialogo creativo ed un dibattito stimolante.

I teologi della liberazione sono, in molti casi, membri del clero, sono quindi parte integrante della struttura ecclesiastica anche in termini di potere istituzionale. Questa posizione ha consentito di portare alla discussione interna i temi caratteristici di questa teologia (ad esempio la metodologia che si sviluppa dalla base e alla base ritorna) e di influire, in qualche modo, sulla politica della chiesa in America latina. In quella terra non è comunque evidentemente facile la convivenza tra spinte verso la liberazione e verso la conservazione e gli scontri e le contrapposizioni tra teologi della liberazione e il magistero sono presenti e talvolta drammatici. Tuttavia, in molte situazioni, la chiesa è l’unica istituzione che ha la forza di opporsi a governi locali autoritari e ciò rende importante, per i teologi della liberazione, mantenere contatti con essa.

            Un’altra differenza significativa riguarda il concetto della divinità. “Nella teologia femminista …va dall’immagine di Dio Padre (accettata con grosse riserve) fino a quella della Dea, mentre nella teologia della liberazione generalmente si accetta l’immagine tradizionale di Dio Padre, dominatore, signore o re”[20][20] affermando in questo modo l’esigenza, da parte di quest’ultima, di mantenere una continuità col passato. La ricerca e lo sviluppo di nuovi simboli, al di là dell’ambito tradizionale, che meglio rispondano ai tempi, alle diverse culture e ai contesti di vita attuali è una sfida ed uno stimolo per entrambe le teologie.

            La teologia femminista e la teologia della liberazione, le loro risorse ed i loro limiti: l’analisi di questi aspetti ha portato alcune teologhe, ed in particolare la citata Mary E. Hunt, a suggerire, quale migliore soluzione, l’elaborazione di un metodo nuovo che viene definito “teologia femminista della liberazione”. Esso, insistendo su un ampliamento di orizzonti che includa persone, problemi e simboli nuovi si propone di offrire garanzie contro il rischio che le necessità contingenti diventino il termine ultimo di analisi ed azione e di favorire il superamento dei limiti che ciascuno di questi metodi non può oltrepassare da solo.

            Negli anni ’80 nelle teologie della liberazione, altre all’impegno per la giustizia sociale ed economica, si inizia a prendere in considerazione la discriminazione in base al genere mentre la voce femminile, sempre più forte, delle minoranze negli Stati Uniti e la presenza di teologhe afroamericane e ispaniche inducono la teologia femminista a prestare maggiore attenzione alle differenze di classe, razza, etnia tra donne. In questo modo l’apporto sempre più significativo di culture ed esperienze differenti accentuava ancora di più il carattere pluralista evidenziando chiaramente che non esiste un’unica teologia femminista ma molte espressioni di essa.

 

Alcuni modelli di interpretazione biblica

           

Di fronte alla Bibbia, non solo libro storico ma anche testo portatore di significati ed autorità per i cristiani di oggi, i teologi hanno individuato metodologie e modelli “per rendere giustizia a questa tensione teorica tra le affermazioni teologiche e quelle storiche della Bibbia.”[21][21]

La breve esposizione dei quattro metodi più significativi elaborati dalla scienza biblico-storica consente di presentare un quadro generale di riferimento che permetterà di affrontare successivamente, nello specifico, le metodologie di interpretazione (ermeneutica) femminista ed in particolare l’ermeneutica critica femminista di liberazione proposta dalla teologa cattolica tedesco-americana Elisabeth Schüssler Fiorenza.

 

 

 

Modelli di interpretazione biblica

 

Metodo dottrinale: il testo biblico è inteso non come espressione storica della rivelazione, ma come rivelazione stessa, non è la comunicazione della Parola di Dio, ma è la Parola di Dio. La rivelazione e l’autorità della Bibbia vengono pertanto intese in termini dogmatici e non storici. In questa visione il testo biblico dà voce a verità assolute, buone per tutti i tempi, che danno risposte chiare e puntuali alle domande e ai problemi di sempre.

 

Esegesi storica positivista: in contrapposizione col metodo precedente, si occupa dei fatti e rincorre la possibilità di effettuare un’interpretazione neutrale e distaccata rispetto ai valori. Tale interpretazione tenta di effettuare una lettura dei testi oggettiva ed una presentazione di fatti storici in modo scientifico.

 

Interpretazione ermeneutica dialogica: partendo dalla considerazione che un’interpretazione neutrale è impossibile, critica rispetto al modello precedente, tiene conto della relazione e dell’interdipendenza fra testo e comunità che l’ha prodotto o fra testo e interprete, salvaguardando le procedure storiche sviluppate dal secondo metodo. “Lo studio del mondo sociale della Bibbia ha messo in rilievo che non basta ricostruire l’ambiente ecclesiale; la comunità cristiana e la sua vita, infatti, sono sempre intrecciate con il contesto culturale, politico e sociale.”[22][22]

 

Metodo della teologia della liberazione: il principio di riferimento è riconoscere che tutte le teologie della liberazione sono sempre impegnate a favore o contro gli oppressi e che la neutralità intellettuale, in un mondo in cui esiste lo sfruttamento e l’oppressione, è impossibile.

 

Modelli di interpretazione biblica femminista

 

Nell’opera di elaborazione di un modello di ermeneutica femminista, le teologhe hanno attraversato esperienze differenti e applicato metodologie che partono da presupposti diversi. Tutti i modelli condividono il pensiero che, poiché il messaggio biblico fu rivolto ad una società patriarcale, la sua forma è in relazione col contesto e con la sua cultura. La cornice patriarcale e il linguaggio androcentrico sono la forma ma non il contenuto del messaggio biblico che è rappresentato dalla vita di Gesù la cui opera, deve sottolineare la teologia femminista, “non fu prima di tutto quella di essere un maschio, ma quella di essere il nuovo essere umano.”[23][23]

La distinzione tra forma e contenuto consente di riconoscere il linguaggio patriarcale della Bibbia senza accettarne il contenuto patriarcale.

 

            Metodo femminista neo-ortodosso: tenta di isolare la Tradizione liberante dai testi patriarcali della Bibbia, di distinguere l’essenza dell’annuncio femminista dalle sue espressioni androcentriche condizionate culturalmente e di tenere separate le tradizioni profetiche di critica sociale della Bibbia da quelle patriarcali oppressive. (Ruether, Russel, Trible).

 

            Metodo femminista androcentrico: con l’aiuto della sociologia della conoscenza, cerca di allontanarsi dalla lettura di testi androcentrici e di definire un centro vitale che generi nuovi testi culturali, nuove tradizioni e mitologie. Vi è un rifiuto di tali testi poiché, se tutte le rappresentazioni della realtà sono androcentriche, non è possibile isolare una tradizione di testi femminista, o culturale femminile; il nuovo centro vitale femminista genererà nuove costruzioni della realtà e nuove visioni della vita. Mary Daly, che è la più significativa rappresentante di questa corrente, accetta la “costruzione teorica androcentrica del mondo, ma la capovolge, facendo della periferia il centro vitale di una costruzione femminista del mondo. Questo spostamento può essere fatto nel linguaggio, nel rituale e nella teoria, ma è, da un punto di vista sociale, situato ai confini di tutte le istituzioni socio-politiche e culturali.”[24][24] “Mentre questa concezione teorica è in grado di costruire un mondo vitale femminista ai confini della cultura patriarcale, non è però in grado di restituire la storia alle donne, dato che intende la storia patriarcale come ‘territorio del non – essere’, e non come l’arena della battaglia delle donne.”[25][25]

 

 

L’ermeneutica critica femminista di liberazione

 

            I metodi precedentemente e sinteticamente descritti sono centrati sul problema della legittimazione o del rifiuto teologici della Bibbia ma non prendono in considerazione la ricostruzione storica femminista. Secondo la teologa Elisabeth Schüssler Fiorenza non recuperare la storia, significa abbandonare le donne alla loro marginalità storica e culturale, condannarle a restare invisibili nelle rappresentazioni della realtà fatte da chi detiene il potere. Per questo, a suo parere, le teologhe femministe non possono proprio permettersi di non considerare i testi biblici androcentrici e la storia patriarcale anche come testi rivelatori della propria storia.

            L’ermeneutica critica femminista di liberazione, il metodo che ella propone, spostandosi da tali testi ma analizzandoli nell’ambito dei contesti storico-sociali da cui sorgono, vuole rivendicare quella storia androcentrica umana e biblica come storia appartenente anche alle donne. “…deve ricuperare le sue sorelle del passato come vittime e soggetti partecipanti alla cultura patriarcale. Non deve farlo creando un centro di vita ginecentrico ai margini della cultura e della storia…”[26][26] Il passato ricordato diventa “memoria sovversivaperché dà vita alle sofferenze e alle speranze delle donne del passato e richiama anche ad una solidarietà con tutte le donne di ieri, oggi e domani che condividono esperienze e visioni comuni.

            E’ opportuno che un’ermeneutica femminista di liberazione che desideri valutare criticamente la tradizione biblica, individui e respinga gli elementi che nei testi propongono, nel nome di Dio, violenza, alienazione e subordinazione patriarcali e recuperi e valorizzi tutti gli elementi che, invece, esprimono le esperienze e le immagini di liberazione del popolo di Dio. Tale metodo, che ha come valore la liberazione delle donne da istituzioni distruttive e strutture di oppressione, sostiene che solo le tradizioni e i testi che rompono la catena della cultura patriarcale hanno autorità teologica di rivelazione.

            Interessante è la proposta e la sfida che la Schüssler Fiorenza lancia al mondo teologico di abbandonare il paradigma che vede nel Secondo Testamento  un archetipo e di accogliere invece il modello del prototipo. Entrambi, spiega, sono modelli originali ma l’archetipo è una forma ideale immutabile e fuori dal tempo, mentre il prototipo è aperto alla possibilità di una propria trasformazione non essendo uno schema vincolante e fuori dal tempo. Pensare in termini di prototipo richiede la disponibilità verso il cambiamento dei modelli di fede e di comunità cristiane. Ancora una volta compare l’elemento della dinamicità, del processo di adattamento, della sfida, del rinnovamento delle strutture socio-ecclesiali e concettuali in relazione alle situazioni storiche e sociali in mutamento per meglio rispondere alle nuove domande e alle nuove prospettive.

Intendere la Bibbia come prototipo aiuta a superare l’approccio dogmatico, secondo il quale le “verità di fede” appaiono immutabili, pietrificate, provenienti dall’alto, estranee alla vita quotidiana delle persone ed al contesto storico e culturale nel quale esse sono inserite. Aiuta a comprendere che non è possibile identificare col linguaggio androcentrico la rivelazione biblica che invece vive nella vita di Gesù e nell’esperienza delle prime comunità cristiane che hanno continuato, con la loro specificità e creatività, il percorso da lui iniziato.

            Seguendo un pensiero analogo, le teologie della liberazione affermano con forza che il messaggio vero e l’autorità della Bibbia vanno ricercati nella vita dei poveri e degli oppressi a causa della loro emarginazione e che Dio ha guardato con tenerezza ed ha scelto come destinatari della sua opera di protezione e liberazione. “Un’ermeneutica critica femminista della liberazione condivide la presa di posizione a favore degli oppressi delle teologie della liberazione, ma, al tempo stesso, fa diventare terreno di liberazione delle donne non solo la loro oppressione, ma anche il loro potere… la Bibbia riflette la forza delle donne bibliche come pure la loro vittimizzazione…la fonte del nostro potere è anche la fonte della nostra oppressione.”[27][27]

            Secondo la Schüssler Fiorenza questa ermeneutica deve sviluppare un metodo critico di analisi che aiuti le donne ad andare oltre il testo biblico patriarcale fino ai suoi contesti storico-sociali e a creare nuovi modelli di ricostruzione storica che le riportino al centro della vita e della teologia cristiana, recuperandole dalle posizioni periferiche.

            Sebbene i testi tradizionali ammessi dal canone conservino solo dei residui del primitivo spirito cristiano non patriarcale, essi sono sufficienti per far intravedere che il processo di patriarcalizzazione non è proprio della rivelazione e delle prime comunità cristiane ma è avvenuto lentamente, nel corso del tempo. Per questo motivo l’ermeneutica biblica femminista può trovare gli elementi per affermare che la teologia e la storia cristiane delle origini sono anche teologia e storia delle donne. Donne che nel movimento cristiano primitivo occupavano posizioni di guida e assumevano funzioni importanti per la comunità e che la teologia femminista ha il “dovere” di riportare alla memoria di uomini e donne.


Capitolo 2

 

GESÙ’ E LE DONNE

 

 

            I primi testi cristiani, come si è già avuta occasione di scrivere, non sono descrizioni storiche del ministero di Gesù o della vita delle chiese primitive, non ci raccontano come sono andate veramente le cose, né ci forniscono un resoconto storicamente accurato della volontà di Dio, ma ci dicono quale significato religioso assunsero esperienze condivise da molte persone. Sono testi di impegno pastorale in cui gli autori cristiani delle origini hanno espresso le loro intenzioni teologiche, gli insegnamenti che desideravano trasmettere e le loro finalità pratiche ed “educative”, selezionando e riformulando le fonti ed i materiali tradizionali a loro disposizione. I testi intendono parlare dei problemi e della vita delle prime comunità cristiane offrendo a tali esperienze una luce ed una interpretazione teologiche. Gli autori non volevano semplicemente trascrivere ciò che Gesù aveva detto e compiuto ma cercavano di capire il significato che la sua vita aveva avuto per i suoi primi seguaci e le loro comunità.

            La comprensione storicistica delle origini cristiane, tuttavia, prevale ancora nei libri di testo e nel pensiero di molti cristiani e teologi e costituisce la base e la forza del fondamentalismo, tendenza biblico-teologica che offre una visione unica e immodificabile, una parola sola, la “verità” indiscutibile che non dà spazio alla pluralità delle esperienze ed alla ricchezza della loro molteplicità. Secondo questa visione Gesù istituì la chiesa, ne determinò le forme istituzionali e ordinò i dodici che continuarono l’opera del maestro portando il messaggio che è, a sua volta, codificato nel Secondo Testamento come sacra Scrittura. Secondo questa logica tutti gli sviluppi posteriori sono già previsti dai testi sacri, scritti, immutabili; la “vera” chiesa se ne fa garante e non ha deviato mai dalla tradizione apostolica. Tutto si svolge all’interno di confini prescritti, di formule ripetute che richiedono un permanente controllo sulla loro esatta espressione attraverso un processo che trasforma i problemi esistenziali in questioni di rituale e di dogmatica, come scrive Eugen Drewermann nel libro “C’e speranza per la fede?”.

Tale costruzione delle antiche origini non è però più scientificamente accettabile ed è distruttiva dell’identità delle donne cristiane che, secondo questa interpretazione, avrebbero fatto parte della chiesa senza assumere posizioni direttive. In realtà, la maggior parte degli esegeti sono concordi nell’affermare che Gesù non lasciò un “progetto completo” per l’organizzazione della chiesa e che le prime comunità cristiane non erano affatto unite da un pensiero solo, da una verità intoccabile; ogni gruppo rifletteva sulla propria esperienza che veniva valorizzata come tale e non come parola unica, adatta per ogni contesto ed ogni tempo (Franςois Vouga “Le origini del Cristianesimo”, Claudiana Editrice, Torino, 2002).

            La scarsità di informazioni sulle donne è dovuta probabilmente al fatto che le prime comunità ed i primi autori cristiani vivevano in un mondo patriarcale condividendone la mentalità ed i valori. Il lavoro di selezione e redazione, considerando le tradizioni e le informazioni sulle donne irrilevanti o, al contrario, pericolose per la stabilità dell’organizzazione sociale, le ha rese probabilmente in parte irrecuperabili. Questa considerazione è particolarmente vera per i Vangeli e gli Atti degli Apostoli che furono scritti verso la fine del I secolo quando il processo di patriarcalizzazione della chiesa primitiva era già ben avviato. Pertanto, sostiene Elisabeth Schüssler Fiorenza, la selezione e la trasmissione delle prime tradizioni cristiane hanno permesso la costruzione della marginalità storica delle donne ma non rispecchiano la realtà storica della funzione direttiva e dell’attiva partecipazione delle stesse al movimento cristiano delle origini.

Ciò che però appare molto interessante e particolarmente significativo è che, nonostante gli autori cercassero di adattare il ruolo delle donne all’interno delle comunità cristiane rendendolo simile a quello occupato nella famiglia e nella società, “non ci sia stato tramandato un solo racconto o una sola affermazione in cui Gesù chieda che le donne si adattino all’ambiente culturale patriarcale e vi si sottomettano.”[28][28]

 

Il movimento di Gesù’

 

“Discepolato di uguali”: inclusività ed uguaglianza

 

            Il movimento di Gesù fu un movimento radicale di controcultura che proponeva alla società valori ed esperienze di vita nuovi, contrapposti ai modelli gerarchici e patriarcali diffusi al tempo in cui si sviluppò. Fu un movimento rinnovatore interno al giudaismo che presentava un’opzione alternativa alle strutture dominanti, piuttosto che un movimento di opposizione che rifiutava i valori e la prassi del giudaismo stesso. Per questo motivo il cristianesimo aveva attratto persone di tutte le estrazioni sociali ed in particolare quelle che soffrivano di una sorta di privazione relativa; essa non si riferiva  necessariamente alla mancanza di beni materiali ed essenziali ma alla situazione di coloro che vivevano una condizione di discriminazione o che si sentivano scontenti, sfavoriti, alienati (intellettuali, donne, stranieri, ecc.). Seguire Gesù non significava solo condividerne la visione della vita ed i valori ma partecipare della sua prassi e del suo impegno sociale.

            L’immagine che il movimento di Gesù suggerisce alla nostra memoria è quello del pasto festoso di un banchetto o di una festa di nozze cui tutti sono invitati a prendere parte, condividendo cibi e bevande e assaporando la gioia di stare insieme e di sperimentare il regno di Dio già in questo tempo. La mensa è simbolo dell’accoglienza che caratterizza la comunità e dell’amore inclusivo di Dio per tutta l’umanità. Non esistono luoghi, regole sacre e inviolabili, pratiche cultuali che vengano prima delle persone; è il popolo che viene posto in posizione centrale e rappresenta il terreno in cui la presenza e l’amicizia di Dio si esprime. Amicizia che, avvicinando tutti gli esseri umani, anche quelli considerati menomati, impuri o peccatori, genera pienezza, libera dall’angoscia e dà significato all’esistenza. Quindi Gesù mangia con i poveri, i peccatori, i pubblicani e le prostitute, con tutti coloro che, nella mentalità giudaica, non appartengono al cosiddetto “popolo santo”, che sono, in qualche modo, carenti agli occhi dei “giusti”.

            E’ un orizzonte inclusivo: tutti sono chiamati per nome ed invitati, accolti al banchetto, donne e uomini, peccatori e “giusti”, prostitute, farisei. Nessuno viene rimandato da dove è venuto, escluso perché non risponde a canoni predefiniti. Per Gesù ciò che è centrale è la pienezza di tutti e non la sola santità degli “eletti”. “Perciò le sue parabole traggono immagini anche dal mondo delle donne. Le sue guarigioni e i suoi esorcismi assicurano la pienezza alle donne. Il suo annuncio di capovolgimento escatologico – molti che sono primi saranno ultimi e gli ultimi saranno primi – si applica anche alle donne e alla disuguaglianza prodotta dalle strutture patriarcali.”[29][29]

La proposta di Gesù intende rendere le persone complete, sane, pure, forti, riscattare l’umanità e la vita del popolo. La salvezza non è solo per l’anima ma per la totalità della persona, donna e uomo, nei suoi rapporti sociali. Nell’esercitare gli esorcismi Gesù, riconoscendo la presenza di poteri che sfuggono dal nostro controllo, è preoccupato non dell’impurità, ma degli effetti disumanizzanti e debilitanti provocati da quelle forze che oggi non chiameremmo più “satana” ma strutture oppressive e sistemi di potere non rispettosi della persona.

“In verità io vi dico, i pubblicani e le prostitute entrano prima di voi nel regno di Dio” (Mt 21,31). In una società patriarcale la prostituzione, sebbene sia una funzione essenziale del patriarcato, è la forma peggiore di peccato, di contaminazione per una donna ed è assolutamente provocatorio e scandaloso che esse entrino nel regno di Dio prima degli israeliti fedeli e giusti. L’insieme di pubblicani, peccatori e prostitute doveva indicare, non solo la gravità della situazione morale ma anche una classe sociale così povera da essere costretta a dedicarsi a professioni poco onorevoli per sopravvivere. Nella Palestina distrutta dalla guerra, dall’imposizione fiscale coloniale e dalla carestia, le donne che si dedicavano alla prostituzione erano probabilmente numerose; si trattava principalmente di donne senza un mestiere, cadute in miseria o che non potevano trarre sostentamento dalla loro posizione nella famiglia patriarcale.

I peccatori di tutte le categorie erano persone emarginate, pagate male e spesso anche maltrattate. Erano gli scarti della società palestinese che rappresentavano la maggioranza dei discepoli di Gesù, tra essi molte erano donne, e che, nella sua sequela, diventavano i primi, erano saziati nei loro bisogni di amore e riconoscimento, non scacciati ma invitati. Nel ministero di Gesù, Dio viene sperimentato come amore che non esclude nessuno; a chi ascolta egli lancia una sfida alla solidarietà e all’uguaglianza con l’ultimo in Israele.

            Il movimento di Gesù è dunque un “discepolato di uguali” dove i seguaci sono tutti invitati alla stessa prassi di inclusività e uguaglianza testimoniata dal maestro. In questo modo gli esclusi, coloro che erano senza futuro, tornavano a sperare, erano nuovamente accolti in una comunità, tornavano ad avere dignità e fiducia in sé in quanto figli amati da Dio.

            “Noi definiamo i migliori interessi delle donne come i migliori interessi della donna più povera, più offesa, più disprezzata, più maltrattata della terra… Nessuna donna sarà libera fino a quando non saranno libere tutte le donne.”[30][30] Una delle prime dichiarazioni dell’odierno movimento di liberazione delle donne esprime un concetto di uguaglianza molto simile a quello testimoniato da Gesù.

            Nel I secolo la maggior parte dei poveri, degli affamati e degli sfruttati erano donne, soprattutto quelle donne che non potevano contare su intermediari maschi che avrebbero potuto farle partecipare dei benefici della società patriarcale.

            La preoccupazione di Gesù per i poveri e gli esclusi non va pertanto contrapposta al superamento delle strutture patriarcali. Le tradizioni su Gesù ci raccontano che egli stava dalla parte dei poveri e si preoccupava anche per le donne ma senza mai esporre in modo esplicito una strategia volta ad un cambiamento delle strutture sociali. Egli sovverte implicitamente le strutture economiche e quelle patriarcali proponendo rapporti umani diversi e liberanti. Nel mondo di Dio donne e uomini non hanno più un rapporto di sottomissione e dominio, sono persone che entrano in una vita comune, in un reciproco rapporto sociale perché sono state create uguali nelle loro differenze individuali.

            La comunità del discepolato di uguali, secondo l’interpretazione maggioritaria delle teologie femministe, si contrappone alla tradizionale famiglia patriarcale “chiunque avrà fatto la volontà di Dio mi è fratello, sorella e madre” (Mc 3,35). Il movimento cristiano non si fondava sull’eredità razziale e nazionale o su linee di parentela ma su un nuovo vincolo familiare con Gesù che includeva persone provenienti da ambienti razziali, culturali e nazionali molto diversi. Questa è la vera famiglia di Gesù dove le donne sono chiaramente comprese fra i suoi seguaci. Non sono invece citati i padri: la nuova famiglia di Gesù sembra implicitamente respingere il loro potere ed ogni pretesa di dominio sugli altri; è un invito all’abolizione delle strutture patriarcali ed alla rottura netta con questo sistema basato sulla contrapposizione padrone/schiavo. “Il nuovo vincolo nel discepolato di uguali non ammette padri e in questo modo respinge il potere e la stima che la struttura patriarcale dava loro.”[31][31] Nella comunità la vera autorità ha le sue radici nella solidarietà “dal basso” e nel lavoro con coloro che sono servi all’interno di essa.

 Solo se i racconti di Gesù sulle donne vengono situati all’interno della narrazione complessiva della sua vicenda e del suo movimento in Palestina, si può adeguatamente comprendere il loro carattere sovversivo. Infatti, nella comunità del discepolato di uguali, il ruolo della donna non è periferico ma centrale per la prassi della “solidarietà a partire dal basso”.

Le donne che avevano sperimentato la bontà del Dio di Gesù favorirono la diffusione del suo movimento in Galilea e promossero la partecipazione ad esso anche da parte dei non giudei salvaguardando i valori di totale inclusività ed uguaglianza del discepolato di Gesù. Le donne galilee ebbero inoltre una funzione decisiva per la continuazione del movimento anche dopo l’arresto, l’esecuzione della condanna a morte del maestro e la sua sepoltura. Esse non fuggirono da Gerusalemme dopo la sua cattura come probabilmente fecero molti uomini tornando alla terra natia, ma furono le prime a descrivere la loro esperienza accanto alla tomba vuota e a testimoniare la notizia che la forza rivitalizzante di Dio si era manifestata in Gesù. Maria di Magdala fu la più significativa fra le discepole galilee, quella che viene indicata dalla tradizione come la prima a ricevere la visione di Gesù risorto.

I testi e le notizie storiche sul coinvolgimento delle donne, come si è già detto, sono la punta di un iceberg nella quale emergono le donne più importanti del movimento cristiano primitivo non come eccezioni ma come esempi rappresentativi, sopravvissuti al silenzio storico, delle donne del cristianesimo primitivo che consentiva ad esse di partecipare pienamente e di assumere posizioni direttive. Insegnavano, predicavano, testimoniavano, fondavano chiese domestiche; la loro autorità ed il loro ministero erano rivolti a tutti e non si esercitavano solo a servizio di donne e bambini e dentro ruoli e funzioni specificamente femminili.

 

La formula battesimale di Galati 3,26-28: la libertà

 

Il tema della libertà “è il concetto teologico centrale che riassume la situazione del cristiano davanti a Dio e in questo mondo.”[32][32] Nel I secolo, quindi, una donna schiava che diventava cristiana leggeva la formula battesimale espressa in Galati 3,26-28[33][33] non solo come espressione per dar forma, in modo simbolico, alla comunità cristiana, ma anche nella sua dimensione operativa, per il potere di incidere sulle relazioni sociali e sulle strutture della chiesa. Gli intrecci tra religione ed organizzazione sociale erano già evidenti nel I secolo ed il messaggio di Gesù alimentava le speranze di cambiamento dell’esistenza interiore, ma anche delle istituzioni sociali patriarcali. “Se il rito primario di iniziazione non era più la circoncisione ma il battesimo, le donne potevano allora diventare membri a pieno titolo del popolo di Dio, con gli stessi diritti e gli stessi doveri. Questo produceva un cambiamento fondamentale, non solo nella loro posizione davanti a Dio, ma anche nella loro situazione e funzione nella chiesa e nella società, perché nel giudaismo le differenze religiose sancite dalla legge trovavano la loro espressione anche nella condotta comunitaria e nella pratica sociale.”[34][34] L’espressione “Non c’è né maschio né femmina” può quindi significare che i rapporti tra sessi ed il matrimonio patriarcali non fanno più parte della nuova comunità di Gesù, che le donne e gli uomini non vengono più definiti sulla base dei loro ruoli femminili o maschili ma per il loro discepolato e per la forza che ricevono dalla Spirito. S’invoca quindi non solo l’abolizione delle divisioni culturali e religiose, del dominio e dello sfruttamento della schiavitù, ma anche di quello fondato sulle differenze di genere. Senza nessuna idealizzazione delle origini cristiane, le prime comunità del movimento di Gesù si muovono nella direzione del superamento di tutte le distinzioni di religione, razza, classe, nazionalità e sesso.

Questo orizzonte di riferimento poneva dunque il movimento cristiano in una condizione di forte tensione con gli istituti della schiavitù e della famiglia patriarcale di cui dà testimonianza Paolo di Tarso con i suoi scritti e le sue esortazioni. Il conflitto dunque si estendeva alla società più ampia, nell’ambito della quale la consapevolezza del privilegio sociale e religioso maschile era diffusa fra gli ebrei ma anche fra i greci ed i romani. Per gli uomini, pertanto, la conversione ed il battesimo comportavano una rottura con la propria identità sociale e religiosa ed una rinuncia più radicale rispetto alle donne ed agli schiavi che potevano invece intravedervi un’apertura alla speranza. I padroni dovevano abbandonare ogni potere sugli schiavi così come i mariti dovevano abbandonare il dominio su moglie e figli. E poiché i privilegi sociali degli uomini si accompagnavano a quelli religiosi, l’adesione al movimento di Gesù comportava anche la perdita delle proprie prerogative religiose, aprendo la strada all’esercizio di funzioni direttive anche da parte delle donne.

 

“Patriarcalismo d’amore”: il processo di istituzionalizzazione

 

La condizione di conflitto con le strutture sociali in cui viveva il movimento cristiano delle origini portò ad un processo di graduale istituzionalizzazione. Il consolidamento dei ministeri e delle strutture religiose si verificò nella seconda metà del I secolo anche se si scontrò con una vasta opposizione proveniente dalla base.

Il patriarcalismo d’amore, in contrapposizione col radicalismo provocatore di conflitti del movimento di Gesù, proponeva un diverso modello di integrazione che consentisse alle comunità cristiane di svilupparsi all’interno delle strutture sociali gerarchiche e patriarcali. L’uguaglianza proposta da Gesù diventava così una condizione tutta interiore che unisce le persone “in Cristo” mantenendo però in vita le fondamentali differenze sociali e le gerarchie dell’ordine politico ed ecclesiale. Secondo questo modello l’elemento religioso cristiano dell’amore (agàpe) è ciò che serve per ridurre le tensioni ed accettare, con spirito di sacrificio e nel nome di Gesù, le disparità esistenti e le situazioni di sfruttamento.

Il processo di graduale patriarcalizzazione della chiesa che ha comportato il passaggio dal carisma al ministero, dalle strutture egualitarie dei primi tempi all’ordine gerarchico, dal movimento radicale di Gesù al patriarcalismo d’amore, viene visto da alcuni studiosi come storicamente necessario e giustificato in base a fattori sociologici e politici e non teologici. Scrive G. Theissen: “L’esistenza di stabili istituzioni ecclesiastiche la dobbiamo al patriarcalismo d’amore cristiano, che ha talmente attenuato – con successo e non senza intelligenza – il radicalismo del cristianesimo primitivo, da consentire alla fede cristiana di presentarsi come una forma di vita traducibile in prassi collettiva.”[35][35] Una valutazione analoga viene espressa anche da E. Pagels che scrive “Se fosse rimasto multiforme, sarebbe molto probabilmente scomparso del tutto dalla storia,… La sopravvivenza della tradizione cristiana è dovuta, a mio parere, alla struttura organizzativa e teologica sviluppata dalla chiesa emergente.”[36][36]

Gli studiosi che riconoscono come validi i concetti sociologici di “necessità storica” e di “successo” sostengono che la progressiva patriarcalizzazione del movimento cristiano era inevitabile e che per crescere, svilupparsi e sopravvivere storicamente le comunità cristiane dovevano adattarsi ed assumere al loro interno le tradizionali strutture patriarcali della società nella quale erano inserite.

L’istituzionalizzazione del movimento cristiano primitivo portò di fatto alla patriarcalizzazione delle funzioni direttive ecclesiali e quindi all’esclusione delle donne dai ministeri della chiesa o alla loro riduzione a posizioni subalterne e marginali. Relegate in gruppi privi di potere, dovevano limitarsi al servizio alle donne e conformarsi agli stereotipi femminili della cultura patriarcale. Il processo di istituzionalizzazione delle strutture ecclesiastiche e la progressiva emarginazione delle donne procedono con progressione direttamente proporzionale. In questa prospettiva socio–politica l’eliminazione delle donne dalle funzioni ecclesiali e la loro emarginazione in una chiesa patriarcale viene presentata come necessità storica, come l’unica forma sociologica possibile e storicamente produttiva di chiesa.

Le chiese delle origini, quindi, cercarono di confrontarsi con un mondo ostile al loro messaggio e, nel tentativo di evitare che un comportamento femminile innovativo e controcorrente desse scandalo e compromettesse la sopravvivenza del movimento, sacrificarono le donne che furono invitate a ritirarsi nella sfera privata della casa.

Anche Paolo, nelle sue Lettere, per quanto affermi in modo inequivocabile l’uguaglianza di donne e uomini all’interno delle comunità cristiane, è preoccupato di ridurre le tensioni tra esse e la società più ampia e di non dare scandalo. Le donne, come gli uomini, afferma, esercitano la profezia, rivolgendo all’assemblea parole di guida, di consiglio e conforto, dirigono il culto della comunità, insegnano con autorità ed hanno gli stessi diritti e doveri all’interno dei rapporti matrimoniali. Tuttavia, a vantaggio della missione, egli introduce delle limitazioni circa il comportamento delle donne (e non degli uomini) che partecipano alle assemblee religiose; ad esempio formula l’invito ad avere delle acconciature “convenienti” o a non parlare durante le assemblee perché questo è contrario “alla legge e alla tradizione.” Pertanto Paolo, da un lato afferma l’uguaglianza e la libertà cristiane aprendo alle donne la possibilità di una vita indipendente ed attiva, dall’altro “egli subordina il comportamento delle donne nel matrimonio e nel culto agli interessi della missione cristiana e riduce i loro diritti non solo come ‘ispirate’ ma anche come ‘donne’.” La tradizione successiva “prolungherà queste restrizioni fino a trasformare l’uguaglianza in Cristo fra uomini e donne, fra schiavi e liberi, in un rapporto di subordinazione nella famiglia che, da un lato, elimina le donne dalla direzione del culto e della comunità e, dall’altro, limita il loro ministero all’ambito femminile.”[37][37]

Secondo gli studi di Elisabeth Schüssler Fiorenza il modello patriarcale di sottomissione permise quindi, soprattutto, di ridurre la tensione fra la comunità cristiana e la famiglia patriarcale pagana. In particolare la conversione di mogli e schiavi provocò tensioni politiche fra la società pagana e il movimento cristiano che venne accusato dagli scrittori pagani del II secolo di distruggere la famiglia. Tali conversioni sovversive e rivoluzionarie dei membri sottoposti al paterfamilias erano considerate anche minacce all’ordine politico poiché nell’antichità l’ordine patriarcale della casa era considerato modello per lo Stato. Se le mogli e gli schiavi cristiani permanevano sottomessi ai loro signori potevano dimostrare che le accuse rivolte contro i cristiani erano solo calunnie ingiustificate e che essi non erano nemici dell’ordine politico romano ma che, anzi, lo sostenevano.

Il messaggio di Gesù, liberatorio per le donne che si sentivano finalmente e pienamente accettate e valorizzate da Dio, rese capaci di vivere a pieno le loro possibilità, veniva così snaturato e “l’evangelo diventava un modo per bloccare un potenziamento in atto, che però non si è potuto fermare.”[38][38]

Anche se i “passaggi” avvengono in maniera differenziata da comunità a comunità e in tempi diversi, i valori supremi diventano l’obbedienza e la sottomissione a coloro che detengono l’autorità in famiglia e nella chiesa. Nelle comunità cristiane il ministero e le funzioni direttive non dipenderanno più dalle risorse e dai doni spirituali di una persona ma da caratteristiche di età e di genere. All’inizio prevaleva la pratica dell’uguaglianza, molti e molte insegnavano, battezzavano e presiedevano il culto e la comunità; più tardi si affermò un ordine diverso per governare la chiesa poiché sembrò, col passare del tempo, sempre più irrazionale e volgare pensare che tutti potessero alternarsi nell’animazione delle comunità e nell’interpretazione delle scritture. E così, nei secoli successivi, solo la gerarchia ufficiale poté sostenere di parlare con la “voce stessa di Dio” e tutto ciò che non rientrava nei canoni e nella dottrina veniva definito eresia.

La teologia femminista vuole mettere a nudo questa strumentalizzazione del Vangelo attraverso lo studio di quei passi in cui Gesù incontra personaggi femminili ed il suo messaggio ha un effetto liberante. Nella sua esperienza le donne non vengono mai emarginate o discriminate ma valorizzate in quanto soggetti autonomi, adulti, in grado di rispondere al suo invito. E’ di notevole rilievo ed importanza che i Vangeli, nati da una cultura in cui le donne sono limitate nel loro protagonismo e considerate pressoché minorenni, presentino la figura di Gesù in relazione di reciprocità con esse; il suo è un rapporto da persona a persona, senza alcuna discriminazione ed in atteggiamento di ascolto, attenzione e condivisione, in aperto contrasto con le regole di vita comunemente vigenti all’epoca. Gesù si accorge di ciascuno (ricordiamo la donna che lo tocca in mezzo alla folla) e partecipa delle vicende di ogni persona.

 

I vangeli di Marco e Giovanni: le donne come modelli del vero discepolato

 

Mentre gli altri Vangeli e testi del Secondo Testamento sono preoccupati di stabilizzare la condizione delle prime comunità cristiane e di ridurre il contrasto e la forte tensione con le strutture patriarcali della famiglia e della Chiesa del tempo in cui si svilupparono, gli evangelisti detti “Marco” e “Giovanni” mettono in evidenza il carattere alternativo delle comunità cristiane e insistono sul tema del servizio e dell’amore come nucleo centrale della vita di Gesù. Il comportamento altruistico come prassi e stile di vita cristiana viene indicato come appropriato alla dirigenza cristiana e la possibilità per le donne di rivestire ruoli di responsabilità è resa esplicita. “Gli autori dei Vangeli di Marco e di Giovanni hanno reso impossibile alla chiesa cristiana dimenticare l’invito di Gesù a seguirlo sulla via della croce. Perciò, dovunque l’evangelo sia predicato e ascoltato, promulgato e letto, ciò che le donne hanno fatto non è completamente dimenticato, perché il racconto evangelico ricorda che il discepolato e la guida apostolica delle donne sono parte integrante della prassi alternativa di Gesù, centrata sull’agape e sul servizio.”[39][39]

 

Il Vangelo di Marco

 

L’intento dell’autore è stato quello di rafforzare la prassi e la fede della comunità alla quale si rivolgeva (ultimi trent’anni del I secolo) facendo propria la tradizione e l’esperienza di Gesù e cercando di rispondere ai bisogni, alle ansietà, alle debolezze, ai conflitti che caratterizzavano la comunità stessa ed i discepoli descritti nella loro dimensione più umana, con le loro fragilità, reazioni ed insuccessi.

Egli, lontano dal sostenere la necessità di adeguarsi alle strutture sociali di dominio e sottomissione, afferma invece che non si deve aver timore di violarne le norme, di andare controcorrente e di sperimentare, di conseguenza, la persecuzione e la sofferenza.

Il tema della liberazione e della trasformazione è dominante nel Vangelo di Marco dove i racconti degli incontri con Gesù parlano di guarigioni dall’angoscia e dal senso di morte, di grandi cambiamenti, di aperture a nuove prospettive, di riconquista di benessere e identità. La sua morte è intesa come un riscatto, come denaro pagato per la liberazione degli schiavi; il testo non parla di liberazione dai peccati ma di trasformazione delle persone in cittadini liberi che non possono più tollerare relazioni di dominio e sottomissione.

Gli studiosi sembrano concordare sul fatto che la descrizione proposta da Marco dei più significativi discepoli di genere maschile sia particolarmente critica e con connotazioni negative. Essi non sempre comprendono Gesù e la sua missione, s’ingannano sulla sua identità, lo tradiscono e lo abbandonano proprio nei momenti più critici della sua esistenza, quando avrebbe avuto bisogno della vicinanza e del calore dei suoi amici. Nel racconto della passione nessuno dei discepoli maschi lo segue nel percorso drammatico che porta alla croce, essi lo abbandonano temendo che la vicinanza di Gesù, condannato per insurrezione politica, possa mettere in pericolo le loro vite. Nell’ampia cerchia dei discepoli di Gesù, vi sono però anche molte donne (alcune sono citate per nome) che sembrano invece offrire l’esempio del vero discepolato. Tra esse alcune lo hanno seguito dalla Galilea a Gerusalemme, lo hanno accompagnato nel cammino verso la morte, sono state viste ai piedi della croce nonostante fossero consapevoli che questa esposizione avrebbe messo a rischio la loro sicurezza e la vita stessa. Sono le donne che svolgono le azioni più significative in tutto il racconto della passione e mettono in evidenza la polemica verso i discepoli maschi: è una donna che unge Gesù per la sepoltura, è una serva che smaschera il tradimento di Pietro e lo provoca ad agire coerentemente con la sua promessa, sono due discepole, Maria di Magdala e Maria madre di Iose, che testimoniano del luogo in cui Gesù è sepolto e sono tre donne che ricevono la notizia della sua resurrezione.

Tre verbi sono usati per descrivere il discepolato delle donne: il verbo seguire racconta della chiamata e della decisione di diventare discepoli accettando di lasciare ogni sicurezza e di rischiare sofferenze e persecuzione; il verbo servire che riassume l’intero ministero di Gesù e sottolinea il fatto che le discepole hanno praticato il vero ministero. L’ultimo verbo, salire, si riferisce a tutte le discepole che avevano seguito Gesù dalla Galilea a Gerusalemme e fin sotto la croce e che sono descritte come testimoni della sua vita e della sua sofferenza.

“Malgrado il grandissimo timore per la loro vita, le donne discepole stettero con Gesù nella sua sofferenza, cercarono di onorarlo nella sua morte ed ora diventano proclamatrici della sua risurrezione. … Coloro che sono i più lontani dal centro del potere religioso e politico – gli schiavi, i bambini, i gentili, le donne – diventano i modelli del vero discepolato.”[40][40]

 

Il Vangelo di Giovanni

 

L’autore del Vangelo di Giovanni sottolinea in modo particolare i temi centrali dell’amore altruistico e del servizio reso agli altri. Gesù chiede ai discepoli di amarsi reciprocamente ed essi danno testimonianza al mondo in quanto vivono personalmente l’esperienza dell’amore. Agire l’amore nelle relazioni di ogni giorno è un atto pubblico di accusa contro le potenze distruttive dell’odio, della morte e del dominio che sono “di questo mondo”. Il quarto Vangelo non propone quindi un adeguamento alle strutture patriarcali greco – romane di potere ma racconta di una comunità alternativa nella quale l’amore raggiunge la sua massima espressione quando si rinuncia alla propria vita per gli amici.

I valori del servizio e dell’amore sono il riferimento centrale anche per l’esercizio di ruoli di guida e funzioni direttive nella comunità e nessuno ne è escluso a priori. L’autore del Vangelo di Giovanni non sottolinea la guida speciale dei dodici Apostoli ma la realtà che tutti coloro che hanno seguito Gesù, condividendo la sua esperienza, sono nati ad una vita nuova ed hanno ricevuto la forza della nuova creazione. Il Gesù giovanneo celebra l’ultima cena con tutti i discepoli e non solo con i Dodici, così come il Gesù risorto appare a tutti i discepoli e tutti sono destinatari della stessa missione ricevuta dal maestro.

Nella comunità di Giovanni il discepolato e le funzioni direttive interessano donne e uomini; all’inizio ed alla fine del ministero di Gesù è posto un racconto riguardante una donna e sono le donne che, nei momenti cruciali, emergono come discepole esemplari e fedeli e modelli per tutti coloro che appartengono alla comunità familiare di Gesù.

Il ministero pubblico di Gesù inizia col “segno” delle nozze di Cana durante le quali è Maria, sua madre, che gioca un ruolo importante per stimolare il figlio ad intervenire a favore dei suoi amici. La reazione di Gesù “Che v’è fra me e te o donna?”[41][41] allontana se stesso dalla madre biologica e la pone fra le discepole esemplari. Ed è in questa veste che Maria, con autorevolezza, esorta i servi a fare ciò che egli dirà.

E’ la donna Samaritana (Gv 4,1-42), incontrata presso il pozzo di Giacobbe della città di Sichar in Samaria, che dialoga con Gesù, lo riconosce, racconta poi a tutti la sua esperienza profonda e, attraverso la sua personale testimonianza, stimola molti ad avvicinarsi a lui ed a conoscerlo direttamente. La donna è descritta nel Vangelo di Giovanni come la rappresentante della missione fra i samaritani che però, attraverso l’incontro con Gesù, arrivano a fondare la propria fede non più sul racconto dei missionari, ma sulla personale esperienza della sua presenza e rivelazione.

Marta, Maria e Lazzaro di Betania (Gv 11, 1-46) sono descritti come amici che Gesù amava. In Giovanni, Marta e Maria non sono descritte in contrapposizione l’una con l’altra come in Luca, ma come due “ministri” che svolgono funzioni diverse durante un pasto che ha luogo una domenica sera, giorno in cui la chiesa primitiva celebrava l’eucarestia. Mentre “Marta rappresenta la piena fede apostolica della comunità giovannea, …Maria di Betania dà forma alla giusta prassi del discepolato.”