Risposta ad un articolo di “Avvenire” 

Nei giovani preti una risposta matura

 

Se Milingo fa dell'ironia sui suoi settant'anni di castità

 

Di Marina Corradi in “Avvenire”

 

L'altra sera a "Matrix" Emmanuele Milingo ha parlato con visibile ironia della castità in cui ha vissuto fino a oltre i settant'anni di età. Un altro passaggio del dibattito sul celibato dei sacerdoti, che appassiona i media, pressoché unanimamente d'accordo sull'assurdità di questa norma a molti sempre più incomprensibile.

Per quanto può valere, vorremmo riportare qualcosa di quanto abbiamo ascoltato in una serie di interviste ai più diretti interessati all'argomento, dei giovani sacerdoti che abbiamo avuto occasione di incontrare. Sulla questione delle donne e del matrimonio, i ragazzi ordinati negli ultimi dieci anni ci hanno sorpreso. Per la franchezza con cui questi trentenni affrontano l'argomento, senza tabù o reticenze.

Quando già erano decisi a entrare in seminario, raccontano alcuni, si sono accorti di essere innamorati. E dunque? domandi un po' sconcertata, perché l'uomo che hai davanti adesso porta la tonaca nera. Rispondono tranquilli, con la serenità di chi ha fatto bene i conti con se stesso. "Innamorarsi - ti dicono - per un uomo è normale. La bellezza delle donne, la vedi anche se vuoi diventare prete. Ma Dio, se la tua vocazione è autentica, ti fa percepire un'attrazione per lui, che è più forte di una donna".

Qualcosa di ancora più bello dell'innamorarsi, a vent'anni, di una ragazza. La seduzione di un dono totale di sé, oltre l'ansia di possesso dell'altro, che quasi sempre rimane anche nel fondo degli amori più grandi. Un darsi senza limite, che potrebbe sembrare utopica generosità adolescenziale se lo stesso prete che ti parla non vivesse, ora, nella durezza di Paesi dell'Est scristianizzati, o nelle periferie brutali delle nostre metropoli.

Ascolti, e capisci, almeno, di non capire: che c'è qualcosa, in quel "sì" totale, che non è comprensibile a tutti. Avverti anche che non è, il rinunciare a una donna accanto, indolore, ma drammaticamente soppesato. "Ho capito tante cose - ci ha detto uno - quando da ragazzo mi sono innamorato. Ho capito di più cos'è amare Cristo, nell'essermi innamorato di una donna. Perché ho saputo in quel momento che la mia vocazione avrebbe comportato un sacrificio, che non avevo del tutto compreso prima".

E il momento di entrare in seminario, per qualcuno ha il sapore del coraggio di chi conta davvero su quella promessa del Vangelo, sul "centuplo quaggiù". Per altri, alla vigilia della scelta il volto di una ragazza a cui si è voluto bene si rivela alla fine "uno schermo, dietro al quale ho riconosciuto il volto di Cristo". Quel viso di donna come un'immagine esteriore, dietro cui si riconosce una bellezza più grande. E, la paternità, l'ansia umana di lasciare dietro di sé un figlio, non manca? abbiamo chiesto. "Ti accade il miracolo di persone che si riconoscono tuoi figli: e questo non ha niente di meno della paternità carnale", ha risposto uno dei più maturi negli anni.

E dunque la scelta del celibato è ben consapevole in quelli - pochi, è vero - che oggi diventano preti. Non ha, però, quel sapore di mesta sofferenza testimoniato da Milingo. E' sacrificio, ma per qualcosa di più grande. Per una bellezza che certo a chi non la vede può apparire illusoria - e assurda la rinuncia agli affetti familiari.

Questi ragazzi col colletto bianco, però, sembrano fortemente radicati nelle amicizie che li hanno accompagnati; forse più coscienti di un tempo del bisogno di umana compagnia che anche i sacerdoti hanno. In questo senso, forti.

Convinti di ciò che hanno voluto, e contenti - in un tempo che non capisce più la loro scelta - di quel darsi totale. Pochi, è vero, ma lieti del loro destino. E lieti noi, che questa misteriosa elezione continui ad accadere nella storia.

 

La mia versione

 

E’ vero, la norma celibataria sembra a non pochi assurda e incomprensibile. Segno chiaro di schemi mentali piegati ad un’antropologia che per semplificare possiamo chiamare materialista, in quanto non dà spazio alla trascendenza radicata nell’essere umano fin dalla creazione: “Facciamo l’uomo a nostra immagine e somiglianza”.

Quel che è limitativo nell’angolo visuale da cui vede le cose M. C., è a) il porre il Ministero presbiterale sullo stesso piano del celibato; b) l’avere posto al centro della “Chiamata” una sorta di estasi divina che rapisce la persona, la pervade e l’assorbe per ridonarla alla chiesa e al mondo come presenza dello stesso Dio.

Non uso il termine “limitativo” per rovesciare il fenomeno vocazionale dalla dimensione dell’infinito nel suo contrario, poiché, tralasciando - per evitare una facile coazione a ripetere - il fatto che la missione apostolica non implica l’opzione celibataria, questa esiste, eccome, in alcuni. Ben lo sanno i santi mistici che hanno sperimentato l’intima sponsalità dell’anima amante col proprio Dio. Il limite delle argomentazioni evidenziate dalla Corradi è nel fatto che l’attrazione per Dio, nel caso dei “chiamati alla continenza” non va paragonata in nessun modo a quella per la donna.

Le pagine appassionate dei santi non si misurano sul registro del fascino. Sarebbe complicato spiegare il senso del passaggio, in Sant’ Agostino, dalla predilezione della bellezza terrena rispetto a quella eterna, ma può bastare accennare ad una mistica ebrea laica, come Etty Hillesum, per centrare l’argomento vocazionale: Stava leggendo san Paolo al cap. 13, quando “sentii come se, come se che cosa? Non sono in grado di esprimerlo molto bene. Queste parole lavoravano in me come una bacchetta da rabdomante che venisse a colpire la superficie indurita del mio cuore e facesse improvvisamente sgorgare fonti nascoste in me. Eccomi improvvisamente inginocchiata vicino al tavolino bianco, mentre, come liberata, l’amore mi percorreva interamente, liberata dall’invidia, dalla gelosia, dalle antipatie…”. Ho spezzato il mio corpo come il pane e l’ho condiviso fra gli uomini. Perché no? erano affamati e ne mancavano da tanto tempo”.

E’ il viaggio verso l’interiorità a cui bisogna avviarsi se esplode la vocazione. Non ci sono parole, tanto meno confronti da fare. Il volto di Dio non sta (di soppiatto) dietro quello della donna. E’ questione di sguardo interiore da educare a vedere ‘dentro’ tutti e tutto. Non c’è niente di ‘PIù’, ma c’è ‘ALTRO’. Il “centuplo quaggiù” non è motivo ma conseguenza di una provata esperienza di Amore, che sarebbe meglio paragonare a quello di Cristo per un’umanità travagliata alla quale lui volle ‘sposarsi’. Non è la paternità spirituale che mette in secondo piano quella materiale, bensì la quintessenza in ogni valore umano. “Essere forti e contenti”! Certamente non più di chi segue la via laica, ma come chi, sa cogliere nelle comuni mansioni l’unum necessarium.

Chiudo con una frase scritta da mani tremolanti, trovata nell’archivio di un monastero: “Non ho avuto la possibilità di fare apostolato come le altre. Ma sono sicura di godere della porzione di bene fatto dalle mie consorelle perché le ho servite; e dico al mio Sposo, grazie di averlo riconosciuto in loro e in tutto”.

A. Riggi