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Da “Sulla strada”
E’ uscito nel novembre 2005 (ed. Frorias) questo libro autobiografico di Angelo Ledda, licenziato in teologia alla pontificia Università di Cagliari e laurea in pedagogia nella Facoltà di Cagliari con una tesi sull’Educazione nei Seminari per la formazione del clero. Parroco per quindici anni in Sardegna, poi si è dedicato all’insegnamento.
Dirlo a mia figlia
E’ un libro eccezionale, che spesso porta lacrime mentre lo si legge per la sua autentica sincerità e sensibilità umana.
Ultimo di otto figli, con padre pescatore che muore quando l’autore aveva cinque anni.
Sentiamo le sue parole a pg. 21:” La famiglia di mia madre apparteneva a quella numerosissima classe sociale di diseredati al limite della sussistenza, occupata solo saltuariamente in lavori stagionali legati ad un’agricoltura e ad una pastorizia arcaiche.
Quasi tutti abitavano in casette minuscole per lo più di uno o due ambienti che ospitavano i genitori,e, di solito, numerosissimi figli.
Mia madre aveva portato al mondo undici bambini, tre dei quali vissero solo alcuni mesi.
Le difficoltà di allevare la numerosa prole in modo adeguato aumentarono notevolmente durante la seconda guerra mondiale. Quando poi, alla fine degli anni quaranta, restò vedova, nutrire e vestire tutti diventava un’impresa quasi impossibile.
Dopo la morte di mio padre a casa, all’ora di pranzo e di cena, raramente compariva la tavola imbandita…”.
A pg. 35 scrive:” In parrocchia trovavo attrazioni che in altri ambienti non esistevano.
Nei locali parrocchiali si poteva praticare il tennis da tavolo e vari altri giochi. Un vice parroco aveva anche fondato una squadra di calcio con tutti i giovani dell’Azione Cattolica, che noi ragazzini seguivamo con tanto entusiasmo…Partecipavo agli incontri che la diocesi di Iglesias organizzava per i chierichetti di tutte le parrocchie, della durata di tre giorni…” A pg. 39 troviamo:”Avevo ormai quasi undici anni e successe qualcosa di nuovo che avrebbe cambiato la mia vita.
Frequentavo l’ultimo anno delle elementari. Mi trovavo insieme ad altri due o tre bambini, dietro l’altare della chiesa parrocchiale e cantavamo la Messa accompagnati dall’harmonium suonato da un seminarista di Teulada che già indossava la sottana. Si chiamava Pietrino Loi.
Durante un intervallo tra i canti questi mi chiese se avessi voluto anch’io andare in Seminario per studiare da prete…”
Nella PREFAZIONE a pg 11, parlando dei Seminari, l’autore fa questa riflessione:” Senza dubbio i superiori dei Seminari proposti alla formazione dei sacerdoti erano sospinti da ideali che ritenevano alti e nobili. Sento invece di affermare che le disposizioni che regolavano la formazione seminaristica erano finalizzate non alla costruzione di propagatori, liberi e maturi, del messaggio di liberazione e di salvezza, ma di strumenti passivi a vantaggio soprattutto della istituzione e del potere della Chiesa. (…)
Il contradditorio pontificato di Giovanni Paolo II , a distanza di secoli dai fatti, ha solennemente chiesto scusa per alcuni gravi errori della Chiesa: le guerre di religione, l’attribuzione al popolo ebraico della responsabilità della morte di Gesù (popolo deicida), l’utilizzo della tortura nei processi, la condanna a morte delle “streghe” e degli eretici.
Nessun ripensamento invece si è verificato intorno alla figura e al ruolo del prete, al quale non viene ancora riconosciuta la libertà dei figli di Dio e alcuni diritti umani fondamentali. (…)
Mi riterrei soddisfatto se queste pagine servissero anche soltanto a far comprendere domani a mia figlia, oggi in tenerissima età, che il padre, pur avendo commesso degli errori, non l’ha messa al mondo dopo aver tradito una promessa fatta da giovane, ma esercitando un diritto inalienabile che ha permesso la realizzazione di un disegno scritto nella mente di Colui che dona lo spirito di vita per amore”.
L’autore, a pg. 49, ci descrive alcuni principi su cui era fondata la formazione seminaristica:”Noi ci trovavamo in Seminario perché scelti dal Signore e grande era la nostra responsabilità. Era nostro dovere prepararci sin da piccoli…dovevamo considerarci dei privilegiati, destinati a tante soddisfazioni e gioie spirituali anche in questa vita.
In fondo avremmo ricevuto molto di più di quello a cui dovevamo rinunciare.
Il sacerdote rinunciava a farsi una famiglia? Ma le anime a lui affidate rappresentavano la sua grandissima famiglia, i parrocchiani sarebbero stati i suoi figli spirituali.
Non avrebbe potuto avere una sposa e una moglie terrena? La Chiesa, sposa di Cristo diventava la sua sposa. E poi quante persone si erano pentite di essersi sposate!”. (…)
Tenevo anche sempre presente ciò che stimati predicatori ci avevano insegnato: Dio dall’eternità ha un progetto per ciascuno di noi; se usciamo per nostra responsabilità da questo disegno, nel nuovo stato non ci concederà le grazie necessarie per la nostra salvezza eterna…”. (pg..100).
Nelle pagine 155-160, Ledda ci racconta che alcuni mesi prima dell’ordinazione sacerdotale scrive una lettera al vescovo per chiedere di posticipare di un anno la sua ordinazione per avere maggior tempo di riflessione. La sua lettera resterà senza risposta: un mese prima della scadenza normale della sua ordinazione, il rettore del Seminario lo chiama per un incontro e gli fa capire che se avesse qualche problema riguardo al celibato non si doveva preoccupare, “perché tra non molto sarà reso facoltativo”. (pg.159).
Nell’ultima parte del libro, l’autore racconta la sua posizione di viceparroco e poi di parroco. Siamo negli anni del dopo Concilio. I suoi punti di riferimento sono la “Cittadella” di Assisi, padre David Maria Turoldo, padre Balducci, Giancarlo Zizola, mons.Bettazzi ecc. Siamo anche nel tempo dei due referendum sul divorzio e sull’aborto in cui la gerarchia ecclesiastica uscì amaramente sconfitta. Molti preti abbandonano il ministero sacerdotale perché vedono la Chiesa istituzionale più al servizio della legge e del potere che al servizio dell’uomo.
A pg.191 Ledda fa questa riflessione:” Mi sono sempre chiesto quanto sia stato e sia decisivo per la perseveranza nello stato clericale il fatto che la stragrande maggioranza dei sacerdoti non abbia avuto e non abbia alternativa di introito finanziario…il pane quotidiano..
Questo aspetto, da parte della Centrale Romana, è stato appositamente programmato, non è scaturito automaticamente e logicamente da principi ascetici o teologici. In un passato remoto soprattutto, ma anche nel recente, si sono verificati casi penosi di sacerdoti che avevano lasciato per scelta personale o perché sospesi dall’autorità ecclesiastica: come conseguenza si erano ridotti a vivere di umilianti espedienti o addirittura, abbandonati da tutti, terminarono i loro giorni in ricoveri o in strutture per malati di mente”.
A pg 196 l’autore continua in questo tono:” Da Costantino in poi, intraprendere la carriera ecclesiastica ha sempre significato partecipare in qualche misura alla gestione di un potere temporale e raggiungere una sicurezza economico-finanziaria.
Nelle antiche e trascorse civiltà , come in quelle moderne e contemporanee, il “gestore” del sacro, che si è proposto quale intermediario tra l’uomo e la divinità, ha rivendicato a favore di questa una parte dei beni materiali, che poi ha gestito in proprio e per lo più a proprio vantaggio…
La Chiesa cattolica, per glorificare il suo Dio, ha ricuperato lo sfarzo, lo splendore e la magnificenza del tempio e della reggia degli antichi popoli e imperi, vanificando lo spirito della rivoluzione di Gesù nella sua rivelazione messianica alla Samaritana”.
Angelo Ledda a pg. 204 racconta che in qualche assemblea diocesana dei preti aveva proposto di mettere all’ordine del giorno la discussione di alcuni casi di confratelli che avevano abbandonato il ministero sacerdotale, ma il vescovo non aveva permesso la discussione.
A pg. 214 Ledda sottolinea il fatto che in Sardegna nel 1968 uscì un libro di don Salvatore Fiori in cui dimostrava, alla luce delle Scritture, della Tradizione e dei segni dei tempi, l’opportunità del celibato facoltativo per il clero cattolico.
Subito dopo sottolinea il fatto abbastanza grave che in occasione del questionario, promosso dalla CEI nel 1970, sul celibato obbligatorio presso tutti i preti della diocesi, i risultati presso la Curia vescovile erano stati manipolati . E questo fatto è avvenuto anche presso altre diocesi (n.d.r.).
Questo libro autobiografico termina con le pagine in cui l’autore racconta il suo matrimonio civile, poi quello religioso e con questa conclusione:” Ho capito che si può condividere nell’amore la vita con una persona e sentire aumentata la capacità di voler bene a tutti…
Ho scoperto che nel cuore dell’uomo un amore, pur immenso, non necessariamente è esclusivo.
Mi sono convinto che non esiste un amore sano che divide, perché per sua natura tende ad unire ed espandersi..
Dalla vita ho capito che appropriarsi di Dio per costituire e conservare una struttura di preminenza e di potere sugli altri, pretendere di essere i soli a parlare in Suo nome, vietare, punire e uccidere in Suo nome, in altre parole, impadronirsi di Dio e del sacro, ha portato e porterà solo a dominare sugli altri.
Una concezione di Dio di parte e un uso strumentale della religione può inaridire la capacità di amare e rendere sterile la vita”.
a cura di Lorenzo Maestri