Isabella
Una donna singolare
nella sua normalità
L’ho
intervistata amichevolmente e ne ho ricavato tratti che sono abbastanza comuni
nelle mogli dei preti. Eppure le spiccate doti di sensibilità e di equilibrio me
la fanno apparire singolare nella stessa normalità. Le sue espressioni sono
essenziali e incisive; vanno subito al cuore di ogni questione. E’ rilevante il
“giusto mezzo” che sa mantenere tra la sopportazione e l’indignazione di fronte
alle ingiustizie clericali. Mi incanta lo stridente contrasto tra l’immagine
negativa di una pretesa Eva provocatrice e quella del tutto positiva che ho
davanti di una persona riservata, signorilmente discreta, amabile.
Mi dice, candida: “ è sempre un prete”. Poi, estendendo lo sguardo a mio marito, presente insieme al suo Piero, aggiunge: “sì, sono preti, anche se non sono riconosciuti”.
Di primo acchito pare che ciò non costituisca un cruccio per lei. Intanto fa i distinguo: “con la Chiesa per me va tutto bene, con i preti no”. Vuole dire che la sua fede è rimasta intatta, anche se, a partire dal matrimonio, non riesce più a inserirsi nel vivo delle attività parrocchiali. L’amarezza affiora quando le limitazioni imposte riguardano lui. Il discorso risale ai tempi lontani, quando lui era in pieno esercizio del ministero. Brillano i suoi occhi quando lo descrive giovane viceparroco che “non aspettava la gente in sacrestia, ma andava a cercarla, a casa, in ospedale, nei luoghi della sofferenza”. “Praticando”, aggiunge lui, “la pastorale del grembiule, come diceva il vescovo Tonino Bello”; e poi ancora: “ero innamorato del sacerdozio e della gente”.
La storia del loro amore la raccontano senza un ordine cronologico, attraverso quadretti ricchi di immediatezza. Isabella: “abitavamo vicino, lui una sera venne da mia zia e lì giocammo a carte”. “A lui non mancavano donne accanto, ma non le vedeva”. “Tra noi corse uno sguardo, un colpo di fulmine, vicendevole”. Sente il bisogno di precisare con una data. Quand’ecco si presenta il ricordo di un’altra data precisa, 22.1.69. Si trovano in collina. Lei gli dice: “ma tu, se potessi, mi sposeresti?”. Lui la risposta gliel’avrebbe data dopo, con la dispensa in mano, perché “vede lei rispettosa e timorosa di influenzarlo”. “Sono stato io a cercarla e ricercarla”. Isabella scatta: “anche se ti avessi cercato io, che male ci sarebbe stato?”. E allora lui: “la cosa è maturata insieme”.
Eppure tentarono di lasciarsi. Isabella era contenta di andare lontana da lui per il periodo estivo. Diceva tra se e se: “meno male che vado via; però, se lui mi cerca io non lo respingo”. Rimase con questo proposito anche quando il confessore le negò l’assoluzione se lei non prometteva di pregare perché tutto finisse lì. Durante il mese di agosto gli mandò una cartolina con parole di semplice ricordo, mentre nella parte illustrata appose una B. Che non sapeva nemmeno lei cosa significasse, forse “bene”, forse “baci”.
A partire da questa grande provocazione (si fa per dire), lui si avvia deciso per la nuova strada che sente sua.
Sofferenze? Lui si riferisce a loro due quando afferma: “ne avremmo avute molte di più se non avessimo ottenuto la dispensa. Dunque il dolore più grande per entrambi sarebbe stato la privazione della benedizione sacramentale. Lui torna sul tasto della piena discolpa di Isabella; non c’è una sola ombra a rendere meno limpida la sua figura di innamorata: “conoscendo la sua delicatezza, era necessario non farla sentire responsabile”. A lei si vuol presentare con quel pezzo di carta che lo esonera dai suoi impegni ministeriali e gli permette di dirle con franchezza: “Ecco, vedi, ti posso sposare”.
Intanto non può non accennare al consiglio di un furbo prete: “ metti più cose che puoi per ottenere la dispensa!”. Confessa: “mi sono umiliato a dire cose non vere”.
“Esce”, quindi. Con un credito di lire 150.000, per spese fatte per la Parrocchia. “Per averle abbiamo dovuto fare la questua”. Poi otto mesi per trovare un posto di lavoro... Questa ed altre difficoltà secondo copione...
Con la Chiesa’ ?
Preferiscono dissimulare, o almeno non mettere il dito sulla piaga. E’ lo stile di Isabella che tacitamente si impone. Lui conduce (con la regìa magistrale e lo zelo di un tempo) opere caritative, le quali sono collaterali nella pastorale, non incidendo nella formazione e nella vita sacramentale dei fedeli. Ci giurerei che Isabella, la quale ha poco prima dichiarato di frequentare poco la Chiesa, non lavora insieme a lui per la San Vincenzo, per quella sottile acrimonia che le fa dire chiaro e tondo: “il parroco non lo vuole”. Sì, il risentimento c’è.
Non per nulla lui ha esitato ad invitarla alla frequentazione del gruppo di preti sposati, dove lei invece si inserisce con naturalezza e con tutta la sua grande carica umana. Di tutti i problemi che in gruppo si agitano, lei trae una conclusione tanto lapalissiana quanto simpaticamente contraddittoria: loro due “ormai sono donna e uomo; non c’è più il prete; io ho sposato un prete? Beh! un prete. Sono gli altri che lo impediscono. Non è vero che tutti i bravi se ne vanno?”
Ma l’espressione di gran lunga la più bella che ho sentito da Isabella, nella quale vedo sintetizzata la capacità di assumere in tutta la sua estensione, “nascondendolo nel proprio cuore”, il trauma della perdita di un ministero amato e della punizione di una Chiesa amata, non solo prima, ma tuttora, è questa: “mi dispiacerebbe se non l’amasse”.
Quanto è sublime questo desiderio di non vedere il suo Piero scollegato dalla motivazioni essenziali che facevano di lui un ministro della Chiesa!
Dal libro “Da donna a donne”