La vita di dieci suore per un vescovo
Nel libro di Camilleri la vita di mons. Peruzzo
di Egidio Lucchini
Nelle classifiche dei libri più venduti in queste ultime settimane in Italia si trova il recente volumetto di Andrea Camilleri "Le pecore e il pastore".
Il titolo
richiama, sia pure a ruoli invertiti, la parabola evangelica. La figura del
pastore è rappresentata dal vescovo piemontese Giovanni Battista Peruzzo (era
nato nel 1878 a Molare, in provincia di Alessandria), che subito dopo la sua
consacrazione, nel 1924, venne assegnato come ausiliare alla diocesi di Mantova,
dimostrandosi energico ed attivissimo, pur con qualche compiacenza verso il
regime fascista. Ma ne fu mal ripagato.
SAN LUIGI. Lo scrittore siciliano rammenta, "macari" con qualche imprecisione, i
gravi incidenti verificatisi nell'agosto 1926, al termine del pellegrinaggio
nazionale della Gioventù Cattolica per partecipare a Castiglione delle Stiviere
alle feste di celebrazione del secondo centenario della canonizzazione di san
Luigi Gonzaga. Come testimoniò Ottorino Momoli, "si scatenò la furia diabolica:
moltissimi giovani vennero affrontati e bastonati dai fascisti, molti vessilli
strappati e parecchi sacerdoti malmenati" (Giovanni Telò, "Chiesa e fascismo in
una provincia rossa. Mantova 1919-1928").
La violenza fascista si ripeté in modo più tragico il mese seguente, e precisamente la sera del 19 settembre a Castel Goffredo, quando fu ucciso l'insegnante Anselmo Cessi, figura di spicco del movimento cattolico democratico mantovano, tanto che la diocesi di Mantova lo ha poi inserito, su invito di Giovanni Paolo II, tra I "martiri del nostro tempo", accanto a don Eugenio Leoni (suo compagno di studi in seminario), padre Tullio Favali e don Maurizio Maraglio.
DAL PAPA E DAL DUCE. Il vescovo ausiliare Peruzzo, che di fatto sostituiva il
titolare ormai novantenne, si precipitò a Roma, incontrando prima Pio XI, e il
giorno successivo lo stesso Benito Mussolini, che s'impegnò a far luce su tutto.
In effetti non successe nulla.
Un generale dei
carabinieri, nel congedarsi da monsignor Peruzzo, gli confessò: "Dovrei far
arrestare almeno un migliaio di persone, cominciando dal segretario federale
Arrivabene".
Al processo i tre imputati fascisti furono ovviamente assolti (ancora Telò, in
"Con la lucerna accesa. Vita e assassinio del maestro mantovano Anselmo Cessi").
Il vescovo Peruzzo, dopo quattro anni di attività intensa, durante i quali si
era anche illuso di poter "conciliare" il fascismo con la ripresa della vita
religiosa, si sentì "così afflitto ed avvilito da non sapere come reggere", e
chiese espressamente a Pio XI di tornare in convento (era un passionista) e di
essere mandato "in qualche angolo della terra dove non senta più parlare di
Mantova" (Telò, "Chiesa e fascismo"). Così, senza alcuna nostalgia, il vescovo
Peruzzo si trovò dapprima trasferito nella piccola diocesi di Oppido Mamertino,
in Calabria; e poi assegnato definitivamente, nel 1932, ad Agrigento, dove morì
nel 1963, all'età di ottantadue anni.
STRUTTURA DI PECCATO. Nel 1945 il vescovo di Agrigento era sopravvissuto ad un
clamoroso attentato che, di là dalle apparenze, Camilleri ritiene organizzato
dai latifondisti siciliani, contro I quali monsignor Peruzzo si era apertamente
scontrato.
Ferito gravemente da colpi di moschetto, dopo l'immediato intervento chirurgico
e sei giorni di prognosi riservata, il vescovo fu dichiarato fuori pericolo.
Camilleri, fattosi anche un po' storico, recupera tali notizie da un libro che ha dichiarato di essergli stato assolutamente indispensabile: "L'attentato contro il Vescovo dei contadini" di Enzo Di Natali, docente di religione e licenziato in teologia morale. Tale studioso ha esaminato gli scritti "sociali" del vescovo di Agrigento, e li ha riassunti in quattro parole, collocate come sottotitolo del volume stesso: il latifondo era "una struttura di peccato".
Monsignor
Peruzzo, infatti, non aveva esitato ad affermare che "una vera grazia di Dio è
lo spezzettamento del latifondo in mano alla nobililtà"; e non metteva
minimamente in dubbio che quelle terre dovevano andare ai contadini, pur
ammonendo di evitare lo scontro frontale. Per gli agrari il vescovo di Agrigento
rappresentava un vero e proprio pericolo. Da qui, secondo Camilleri, ha avuto
origine l'attentato. Ovviamente tutto è stato poi deviato, coperto ed
insabbiato. Un giallo non risolto, con la sparizione delle carte processuali,
che "non si trovano cchiù in qualsiasi altro posto supra la faccia
di sta terra".
IL SACRIFICIO. Nei giorni immediatamente seguenti l'attentato del vescovo di
Agrigento, si era consumato un fatto decisamente straordinario, che costituisce
la chiave drammatica dell'inchiesta e del turbamento del libro di Camilleri.
La cosa venne segnalata al vescovo, non si sa per quale motivo, soltanto undici anni dopo l'attentato; ma restò ignorata o trascurata. Camilleri ne venne a conoscenza recentemente e quasi per caso, ponendo attenzione alla nota nº 181 comparsa nel citato libro del Di Natali, che a sua volta l'aveva ripresa letteralmente dalla nota nº 10 riportata a pagina 491 della vasta biografia di monsignor Peruzzo a cura del canonico Domenico De Gregorio.
LA LETTERA. Si tratta di una lettera sconvolgente, inviata al vescovo stesso in
data 16 agosto 1956 dalla badessa del monastero benedettino di Palma di
Montechiaro. Questo il testo, su cui Camilleri ha condotto un'analisi lucida e
turbata ad un tempo. "Quando V.E. ricevette quella
fucilata e stava in fin di vita, questa comunità offrì la vita di dieci monache
per salvare la vita del pastore. Il Signore accettò l'offerta e il cambio: dieci
monache, le più giovani, lasciarono la vita per prolungare quella del loro
beneamato pastore".
In tal caso, è stata rovesciata la parabola evangelica del buon pastore che dà
la vita per le sue pecore. Dieci di esse, invece si sono sacrificate, ovvero,
secondo l'ipotesi dello scrittore siciliano, si sono lasciate morire senza
assumere cibo e senza bere.
Un olocausto rimasto sconosciuto, e per molti versi ancora misterioso e
tormentante. Da laico Camilleri indaga e riflette con sofferenza e con rispetto.
Pone domande piuttosto che esprimere giudizi. La questione è troppo delicata sul
piano umano e, insieme, troppo inquietante sul piano religioso, rispetto al
sacrificio che "Dio accetta in cambio". Ma quale Dio?
IL DIO BIFRONTE. Nelle settimane scorse è morto l'insigne teologo e biblista
lombardo Giuseppe Barbaglio. Era uscito pochi mesi fa un suo limpido libretto,
che potrebbe essere considerato come la sintesi delle sue lunghe ricerche sulle
scritture ebraiche e cristiane in ordine al "Dio bifronte"; dove "violenza e
amore sono le due facce di un unico Dio", costruito però secondo schemi
culturali e religiosi prettamente umani. Bisogna infatti distinguere tra la
realtà di Dio (che si coglie con la fede) e l'immagine di Dio, frutto delle mere
e diverse proiezioni esistenziali e sociali.
Anche Gesù viene spesso "immaginato" come "agnello" offerto in sacrificio a Dio, similmente a quanto compiuto dalle giovani "pecore" siciliane. Ma è accettabile e credibile un Dio che gradisce tali sacrifici umani, a partire da quello del suo Unico Figlio? Qual è il confine e quale la differenza tra il mistero della fede e le sue colorite sovrapposizioni letterali e mitologiche?
* scrittore, esperto di scienza delle comunicazioni