don Michele Do, solitario e instancabile cercatore di Dio


Premetto a questo articolo pubblicato in Adista, un episodio vissuto. Mio marito ed io facevamo allora parte del gruppo Equipe de Notre Dame, assetati com’eravamo di punti di riferimenti comunitari in cui essere accettati per quello che eravamo. Lungo il percorso per prendere il mezzo di trasporto incontrammo un ex-parrocchiano di Giacomo. In via generale quando capitavano tali incontri si manifestava la gioia di rivedersi da entrambe le parti. Quella volta fu dura. Non ricordo le precise parole, ma solo il loro effetto: lui era il traditore ed io la sua complice o istigatrice. Volere o no, le parole sono pietre e talvolta feriscono mortalmente.

Col cuore stretto da una morsa proseguimmo la via per giungere a destinazione. In silenzio.

Arrivammo a prima conferenza iniziata. Parlava don Do, a noi allora sconosciuto

Il contenuto sembrava rispondesse alle nostre angosce, ci sollevava, ci faceva sentire normali, ci assicurava la predilezione divina. Le parole scaturivano da un profeta oltre che da un amico.
In seguito ricordavamo quel giorno come uno dei più belli della nostra ripresa spirituale per progettare un futuro diverso per noi e per gli altri. A. R.
 

 

È morto il 12 novembre 2006, ad Aosta, don Michele Do, sacerdote e teologo, ma soprattutto "uomo autentico e testimone dell'umana sete di Dio", come ha detto di lui Enrico Peyretti, direttore de Il Foglio di Torino e suo amico fraterno. Nato a Canale, presso Alba (Cuneo), il 13 aprile 1918, fu ordinato prete nel 1941 ed abbandonò l'insegnamento in seminario nel 1945, ritirandosi nella frazione di St. Jacques di Champoluc (Aosta), villaggio di alta montagna senza strada percorribile in auto, nel quale don Michele cercava la vita ritirata, pensosa. È stato rettore di quella piccola chiesa fino a quando, nella vecchiaia, si è ritirato nella Casa Favre, sulla pendice del monte, sopra il villaggio, una pensione-fraternità, divenuta luogo di amicizia e spiritualità aperta.


Il suo maggiore riferimento, nella linea del modernismo più spirituale - il cuore umano come primo luogo della
sete religiosa e dell'evangelo universale - fu don Primo Mazzolari. I suoi maggiori amici e fratelli di cammino furono David Maria Turoldo, Umberto Vivarelli, padre Acchiappati, Ernesto Balducci, sorella Maria di Spello e, tramite lei, Ernesto Buonaiuti e molti altri: "non solo credenti, ma tutti assetati e commensali di verità e autenticità vissuta", ha detto Peyretti.

Il piccolo centro di spiritualità, appartato, ma senza polemiche superficiali rispetto alle strutture ecclesiastiche, è stato un centro vivissimo di amicizie e accoglienze, che ha attirato una quantità di persone in ricerca, da tutte le condizioni umane: "È stato una grande anima, uno spirito acceso dal fuoco vivo dello Spirito. Un cercatore instancabile di Dio", continua Peyretti. "Fremeva e cercava, in ogni colloquio e incontro, l'aiuto e l'ascolto nostro per una rilettura essenziale del cristianesimo e di tutta la ricerca spirituale umana, e comunicava tracce preziose di luce".

Don Michele Do non ha mai pubblicato le sue riflessioni; di seguito riportiamo però alcuni stralci di una conversazione tenuta nel 1968 alle Equipes Notre Dame di Torino, conservata grazie ad una trascrizione fedele di chi vi partecipò, nonché il testo del "Credo di Saint Jacques", una sua rivisitazione del Credo.

LA CHIESA È L'UMANITÀ

"Oggi, dopo il Concilio, si ha un'impressione di relativismo sulla Chiesa. La Chiesa si interroga, dunque non sa bene che cosa è. Con quale diritto si propone alla coscienza dell'uomo e del cristiano? Eppure vivere precede il conoscere. Infatti, chi conosce se stesso? chi conosce la vita? Siamo nella vita. Essa è la cosa più nostra, anche se è la meno nostra. Ma non sappiamo dire che cosa è. È una percezione per approssimazione. Così, anche la Chiesa è in noi, noi siamo la Chiesa, ma non sappiamo dire che cosa è la Chiesa. Gesù dice: "certe cose le capirete poi". Non respingiamo quello che non conosciamo perché è più grande di noi. Le realtà religiose sono più grandi di noi, non è possibile "capirle". Il Cristianesimo non è capire tutto: esso è, come Maria che rimeditava in cuore, portare dentro alcune grandi parole, è attesa paziente, e sotto l'urto degli avvenimenti quelle parole si illumineranno e saranno la luce e la risposta. Questa è la mia attuale esperienza gioiosa. Questo dovrebbe essere il catechismo: seminare negli uomini le grandi certezze e le grandi parole di Gesù".

"(...) La Chiesa è cercare di avere una piccola luce dentro di noi e di metterla in comune per far nascere una ricchezza maggiore. Non è una soluzione ma una ricerca. Romano Guardini aveva detto che il nostro è il secolo della riscoperta della Chiesa. C'è oggi in molti un positivo sconcerto di fronte alla nuova immagine della Chiesa che emerge dal dopo-Concilio. Dobbiamo non sostituire alla Chiesa delle sicurezze, che non rimpiangiamo, la sicurezza dell'incoscienza, dell'ignoranza dei problemi e del mistero. C'è un disagio: come sentirci disarcionati, relativizzati. Bisogna che questa perplessità e ricerca non concluda in una emorragia, in un allontanamento, ma in un approfondimento del mistero. Il primo ecumenismo non è la riconciliazione tra le chiese, ma con la Chiesa. Perché oggi il problema tocca la Chiesa in se stessa, come istituzione, e non solo le sue sbavature ed errori".

 

"(...) Non possiamo uscirne (dalla Chiesa, ndr), ma starci e realizzarla, come uomini liberi e innamorati, con gioia e con passione, fedeli e pazienti. Dobbiamo stare attaccati alla Chiesa come Dio l'ha sognata e ce l'ha data, esservi annodati come un nodo nella fune. Perché la Chiesa è il cosmo"