Dal libro “Oltre il Nulla”: una pagina di diario
La gita al chiaro di luna
……….
Un'altra estate mi trovo in un posto di impareggiabile bellezza, in collina, tra i monti e il mare, in una Casa circondata da molti spazi esterni che si prolungano in un vasto appezzamento di terra pieno di ombrosi alberi secolari. Questa volta mi trovo nella posizione felice, anche se provvisoria, di formare una comunità distinta - anche materialmente - dalla grande, assieme ad un gruppetto di poche unità: un embrione di juniorato, cioè di giovani professe da aiutare nello studio e da curare spiritualmente. Con le suore della Casa condividiamo solo i momenti comunitari della preghiera e della tavola.
Tutto va a meraviglia nel piccolo ambito tra le giovani dalla cui fresca età mi distanzio per non più di una decina di anni. E così un bel giorno tutte, beatamente d'accordo, decidiamo di avventurarci in un'impresa che ci proponiamo di tenere segreta; nella quale - ne siamo convinte - non c'è nulla di male, anzi potremo servircene per sollevare lo spirito nella contemplazione delle cose belle.
La luna piena sarebbe apparsa verso mezzanotte. Andiamo a letto a fare il primo sonno, e ci leviamo all’ora giusta in punta di piedi, sfilando inosservate per uscire: la notte è rischiarata da una luna splendente. Ci inerpichiamo verso l'alto, del tutto vestite dei nostri lunghi pesanti abiti e con le scarpe di cuoio quanto mai scivolose. Abbiamo deciso di fare la nostra gita notturna in silenzio, oltre che per non disturbare la pace dei dormienti, per meglio contemplare la natura e meditare. Cammineremo finché non vedremo l'albeggiare del sole; vogliamo osservare come si introdurrà questo gigante a inondare tutto di luce, sì da far impallidire la luna.
I sentieri ad un tratto si sperdono in zone non battute, ma ci orientiamo puntando sempre nella direzione della cima del monte vicino. Lassù vogliamo incontrarci col sole.
Davanti a noi si apre uno scenario cangiante, nella penombra che tutto avvolge in una pacata carezza. E la luna sempre a precederci... Quand'ecco, dopo ore di cammino, tra cadute e rialzate, una vivo raggio di luce balena dalla parte del mare; fasci luminosi in fretta seguono al primo, sempre da laggiù tra cielo e mare. Lo scenario cambia istante per istante. La natura tutta è partecipe, silenziosa, avvolgente. Ma il sole non arriva. Intanto prende forma la diversità tra un mare tutto arrossato e un cielo dorato luccicante a strisce multiformi. Quanto si prolunga l'alba! La luna ci accompagna ancora, fingendo di non accorgersi del cambiamento: finché anch'essa si arrossa e attende.
Decidiamo di fermarci perché sicuramente ormai è questione di attimi per il solenne ingresso.
Pensavamo di doverlo vedere affacciare, il grande Atteso, fettina per fettina, in maniera analoga al suo morbido scomparire al tramonto. Invece, balza improvviso e impetuoso quasi fosse scagliato da una mano invisibile: dobbiamo difenderci dal fulgore accecante con cui ci assale. Un "oh" unisono traduce lo stupore che ci inebria e atterrisce. Non vediamo né il sole né altro, perché tutto è luce. Ci ritroviamo raccolte, senza sapere come, a mucchio, quasi a sorreggerci: siamo sospese tra visibile e invisibile, ai confini dell'immenso.
Quando ci riprendiamo dall'attimo che sarebbe prosaico definire suggestivo, stendiamo lo sguardo verso il punto lontano, dove i bagliori si mitigano in linguaggio pittorico, dalle pennellature in movimento e sfuggenti. Solo il mare ha possibilità e voglia e tempo per continuare a scherzare con la luce, rimbalzandola a sua volta contro il cielo. Le montagne invece non perdono più di tanto la propria quiete e dignità: prolungano ancora ombre sparse a chiazze lungo i lati e lasciano sfumare le punte nell'indefinito, orgogliose di potere guardare anche di là, dove noi non possiamo.
Resteremmo a contemplare a lungo, senza spezzare l'incanto; a vedere senza pensare.
Eppure dobbiamo girare i tacchi perché si avvicina l'ora che ci dovrà mostrare regolarmente in chiesa, tra le altre.
Quando la notizia giungerà all'orecchio della superiora, comincerà la litania dei rimbrotti: pazze! come capre… e via di seguito. E non finisce lì. Ad ogni grande raduno in congregazione, la superiora non farà che raccontare la nostra impresa folle, fingendo bonomia nel ripetere la solita frase, addolcita da un vezzeggiativo come caprette. Fino a che non risponderò picche e la farò smettere di malignare su un fatto tanto innocente. Mi meraviglio di me stessa: quando perdo le staffe, so essere dura ed impormi.