Dopo la trasmissione "Anno Zero"
del 31 Maggio
a) Informazione - b) Nostro commento - c) Un commento di E. Miragoli - d) L’altra campana
a) Informazione sul documento di cui si è discusso
Da Wikipedia, l'enciclopedia libera. Il documento sul "Crimen sollicitationis" è di per sé destinato a regolare lo svolgimento dei processi canonici nel caso di “sollicitatio ad turpia”; esso stabilisce le procedure da seguire in tutte le fasi del procedimento, iniziando dalla maniera di ricevere la denuncia, disciplinando le modalità di svolgimento delle indagini, la maniera di citare il presunto colpevole, di emettere la sentenza, di fare ricorso…
Il segreto non può essere violato in alcun modo dai membri del tribunale, «né direttamente né indirettamente», «nemmeno per un bene maggiore o per causa urgente e grave», «salvo dispensa esplicita del sommo pontefice», sotto pena di scomunica “latae sententiae”. L'accusato, che viola il segreto con persona diversa dal suo difensore, è semplicemente sospeso "a divinis". Per gli accusatori e i testimoni, invece, non è prevista alcuna pena, a meno che gliene sia esplicitamente minacciata una nel corso dell'accusa, della deposizione o dell'escussione. L'interpretazione di questo punto è controversa: i detrattori del documento sostengono che il vincolo di segretezza fosse stato imposto al fine di occultare eventuali scandali; secondo l'interpretazione della Chiesa invece la segretezza sulle fasi del processo era necessaria per tutelare le parti (imputato, vittima e testimoni) prima della sentenza definitiva…..
«...Nonostante una certa cultura del segreto abbia pervaso queste materie nella Chiesa cattolica, non è questo documento [il Crimen sollicitationis, NdT] la causa. [...]. Gli esperti di diritto canonico ritengono ci siano buone ragioni per mantenere la massima riservatezza nei casi di abusi sessuali. Essa permette ai testimoni di parlare liberamente, ai preti accusati di proteggere il loro buon nome fino a che non sia accertata la colpevolezza e alle vittime che non vogliono pubblicità di farsi avanti.»
Secondo alcuni osservatori l'interpretazione data dai detrattori del documento è in parte conseguenza di una lunga catena di abusi sessuali e scandali avvenuti soprattutto negli Stati Uniti, spesso non gestita in maniera accorta dai rappresentanti della Chiesa, i quali hanno perlopiù preferito gestire tali situazioni restando esclusivamente nell'ambito del diritto canonico, senza coinvolgere le autorità civili.
I legali coinvolti nei casi di abusi da parte di preti negli Stati Uniti hanno sostenuto inoltre che il documento, laddove imponeva il segreto, fosse prova di "ostruzione alla giustizia". I difensori della condotta della Chiesa hanno sottolineato invece che l'obbligo alla segretezza previsto dal Crimen sollicitationis riguarda solo il diritto canonico (la cui conseguenza estrema alla violazione è la scomunica) e che ciò non impedisce ad alcuno di denunciare alle autorità civili i casi di pedofilia. Essi hanno inoltre sostenuto che, dato che il documento era riservato, difficilmente esso avrebbe potuto influenzare le azioni dei funzionari della Chiesa, eccetto quelle di coloro che erano a conoscenza della sua esistenza.
In ogni caso nella Chiesa è stato autorevolmente sostenuto che un Vescovo non deve denunciare penalmente un sacerdote che gli ha confidato, al di fuori del segreto confessionale, di aver commesso il delitto di pedofilia, in virtù di un più ampio "segreto professionale", come viene riferito da Mons. Tarcisio Bertone in un'intervista al mensile cattolico "30 giorni" a pochi mesi dall'emanazione della lettera “De delictis gravioribus”, di cui era cofirmatario:
«...Giornalista: A
queste nuove Norme, soprattutto da parte laica, è stata fatta una obiezione.
Perché un vescovo che viene a conoscenza del comportamento di un proprio
sacerdote, delittuoso per
Bertone: Le Norme di cui stiamo parlando si trovano all’interno di un ordinamento giuridico proprio, che ha un’autonomia garantita, e non solo nei Paesi concordatari. Non escludo che in particolari casi ci possa essere una forma di collaborazione, qualche scambio di informazioni, tra autorità ecclesiastiche e magistratura. Ma, a mio parere, non ha fondamento la pretesa che un vescovo, ad esempio, sia obbligato a rivolgersi alla magistratura civile per denunciare il sacerdote che gli ha confidato di aver commesso il delitto di pedofilia. Naturalmente la società civile ha l’obbligo di difendere i propri cittadini. Ma deve rispettare anche il “segreto professionale” dei sacerdoti, come si rispetta il segreto professionale di ogni categoria, rispetto che non può essere ridotto al sigillo confessionale, che è inviolabile.
Giornalista: Eppure si può pensare che tutto ciò che viene detto al di fuori della confessione non rientri nel “segreto professionale” di un sacerdote...
Bertone: È ovvio che si tratta di due livelli differenti. Ma la questione è stata ben spiegata dal cardinale Ersilio Tonini durante una trasmissione televisiva: se un fedele, un uomo o una donna, non ha più nemmeno la possibilità di confidarsi liberamente, al di fuori della confessione, con un sacerdote per avere dei consigli perché ha paura che questo sacerdote lo possa denunciare; se un sacerdote non può fare lo stesso con il suo vescovo perché ha paura anche lui di essere denunciato... allora vuol dire che non c’è più libertà di coscienza».
Il 29 settembre 2006 il network inglese BBC trasmise un documentario nel quale venivano intervistate alcune vittime di abusi da parte di preti cattolici, ormai adulte, e veniva aspramente criticato il Crimen sollicitationis. Tale documentario ha assunto una certa popolarità anche in Italia, in seguito alla pubblicazione sul web, nel maggio del 2007, di una versione sottotitolata in italiano, ripresa anche da uno dei più frequentati blog italiani. La circolazione del video ha creato scandalo, tanto nel mondo laico che in quello ecclesiale; esponenti vicini a quest'ultimo hanno chiesto scuse formali da parte dei giornalisti della BBC, tacciandoli di calunnia ed invitandoli a «chinare il capo e chiedere scusa».
Michele Santoro ha
chiesto e ottenuto dalla RAI di acquisire il documentario per poterlo
trasmettere durante la puntata del 31 maggio 2007 di Anno Zero,
suscitando la ferma opposizione – fra gli altri – del presidente della
Commissione parlamentare di vigilanza sulla RAI Mario Landolfi, il quale,
tramite una nota, aveva chiesto al direttore generale della RAI, Claudio
Cappon, di non permettere che la transazione andasse a buon fine. Peraltro il
segretario della Conferenza Episcopale Italiana, mons. Giuseppe Betori, nel
sottolineare che «
b) Nostro commento dopo aver visto la trasmissione del 31 maggio
Vogliamo essere schematici per amore di essenzialità.
Tacere sul male terribile della pedofilia nella chiesa sarebbe connivenza. Ma bisogna mettere in chiaro quale è il vero peccato delle autorità ecclesiali. Perciò affermiamo:
· E’ inutile voler sostenere alcunché sui preti pedofili, se non ciò che li accomuna agli omologhi mascalzoni, con aggravanti per il loro ruolo vocazionale.
·
E’ vero che
· Solo un “mea culpa” pubblico può rigenerare la chiesa. “Mea culpa” che riguarda, non le colpe dei mascalzoni, ma il suo atteggiamento di tutela verso di loro. E riguarda soprattutto la mancata assistenza, difesa, com-passione su tutti gli aspetti, delle vittime.
· Non è ammissibile che in uno stato laico esista un’altra giustizia esercitata all’interno della Chiesa. Altro che parlare di laicità!!!!
· Dire la verità non fa mai male. Senza linciaggi e senza (impliciti) compiacimenti scandalistici nella denunzia. Ma anche con coraggio.
c) Un commento di E. Miragoli
Ho visto il talk show "ANNOZERO" condotto da Michele Santoro, l'ho rivisto, ho seguito anche il dibattito su Rai2 nella rubrica di approfondimento "Confronti" di Gigi Moncalvo con Gianni Vattimo ed Alessandro Meluzzi.
Il mio parere è il seguente: tanto tuonò che... piovve.
La trasmissione AnnoZero a mio avviso è stata seria, ben condotta, ma non coraggiosa. Oggi non ci vuole coraggio a mandare in onda trasmissioni di questo genere (ce ne vuole di più a fare trasmissioni come Report), ci vuole la furbizia di saperle gestire prima e dopo infilando fra le righe la possibilità di censure da parte di questo o di quel potente ecclesisatico o politico in modo da provocare una sacra aura di Verità oscurata perchè scomoda ai Potenti (che poi non si sa mai chi siano).
Non ci vuole coraggio, dicevo, perchè il film girava da tempo.
Io, che non sono nessuno, l'ho ricevuto da un mio corrispondente scozzese (un diacono che ha lasciato il ministero) forse un anno fa e, siccome non conosco l'inglese, l'ho visto e l'ho messo da parte. Poi l'ho ricevuto due mesi dopo, sempre dallo stesso corrispondente, che per farmi piacere l'aveva sottotitolato in italiano. L'ho rivisto e non gli ho dato molta importanza. Non ci vuole coraggio perchè il tema della pedofilia (unito a quello dell'efebofilia) è un tema che scotta.
Ciò detto, va dato atto a Santoro di aver preso in considerazione il problema e d'averlo saputo gestire molto bene al punto da provocare scissioni nel CdA della Rai.
Da pedante analizzatore vorrei dare un giudizio.
1. Michele Santoro è uomo di comunicazione nato. Affinate le tecniche in anni di esperienza, ha magistralmente condotto il programma interrompendo quando s'accorgeva che quel che voleva comunicare non prendeva il binario giusto. Forse un po' di servilismo nei confronti di mons. Fisichella.
2. Mons.Fisichella all'inizio era un po' teso. Poi s'è sciolto perchè s'è accorto che, tutto sommato, non avrebbe trovato ostacoli. E' un buon opportunista perchè ha detto quel che la gente vuole sentir dire da un vescovo: "Preti del genere non debbono neppure essere ordinati, vescovi che risolvono il problema spostando i preti sbagliano la soluzione...; noi della Congregazione della Dottrina della Fede ci occupiamo seriamente di questi fatti e quindi non è vero che li passiamo sotto silenzio..." E' stato anche un po' arrogante quando ha ripetuto due o tre volte che non accettava addebiti o critiche sul comportamento delle gerarchie ecclesiastiche. Qui...beh...qui mi sarei aspettato un Santoro un po' diverso. Mi sarebbe piaciuto il Santoro che a Samarcanda attaccava senza pietà il Presidente della Regione Sicilia Nicolosi o che, a “Il Rosso e il Nero” ha messo in croce Formigoni ecc. per i rifiuti in Lombardia. Ma... forse... forse...
3. Don Di Noto ha cercato di passare dove l'acqua è bassa.
4. Marchese ha fatto un brutta figura. Ha detto che aveva scritto a don Di Noto e che questi non gli aveva risposto. Quando don Di Noto ha detto che aveva risposto... ha glissato.
5. Coraggio da vendere il gruppo perseguitato da don Canclini. Qui Fisichella non si è pronunciato. Un pastore zelante avrebbe usato quella trasmissione per fare pubblico appello affinché quel prete fosse esemplarmente punito.
6. Magrissima figura il giornalista della BBC. Non ha avuto molto spazio e quel poco l'ha usato facendo trasparire malcelata animosità.
Tutto sommato è passato un messaggio. Quale?
1. Il clero ha devianze sessuali che spesso sono messe a tacere e, quando vengono forzatamente alla luce, non sono adeguatamente giudicate e punite.
2. La chiesa è una società e il clero è casta di questa società. Quindi non può essere giudicato per reati che lo stato in cui questa societas opera giudicherebbe senza pietà con lo stesso metro dei cittadini di quello stato. A me non sta bene. Ma me lo faccio andar bene ugualmente, a patto che il clero non pretenda di interferire nella gestione dello stato in cui opera (vedi PACS, DICO, tanto per citare gli ultimi casi). Due pesi e due misure non vanno bene. E' il capo della società cristiana che dice: "Sia il vostro linguaggio sì, se è sì, no, se è no. Il resto viene dal maligno".
3. I preti sono tutti un po' pericolosi. Ha avuto un bel dire mons. Fisichella che per un don Canclini ci sono 100 don Nessuno che operano seriamente. Mi sono messo nei panni di un genitore che ha visto AnnoZero e ha sentito testimonianze diverse da Firenze, da Napoli e Roma. E' legittimo chiedersi: "MA... il prete del mio oratorio, dell'oratorio dove vanno i miei figli sarà a posto?"
4. Ci sarebbe un quarto messaggio, più larvato. Se tuo figlio va all'oratorio o è in un collegio gestito da religiosi, sta' attento. Può darsi che finisca in qualche soggetto pedofilo o efebofilo. E può darsi che tu non riesca a scoprirlo. Può anche darsi che se lo scopri, poi non avrai giustizia.
Mi auguro che la trasmissione sia servita a far capire a chi ha il timone della navicella di Cristo che
- nessun privilegio debbono avere gli annunziatori del Vangelo
- la sessualità è un dono di Dio e mortificarla consustanziandola al sacramento dell'Ordine può provocare devianze sessuali che non fanno male solo al soggetto frustrato, ma provocano frustrazioni e gravi problemi psicologici a molte persone affidate alle cure di un educatore frustrato
- rifiutare di confrontarsi con chi cristiano o
cattolico non è in nome di sicurezze e di poteri propri, è un pessimo modo per
annunciare
- il tema della sessualità (ma non solo) necessita di una profonda riflessione ecclesiale che porti a CAMBIARE un'istituzione sclerotizzata su posizioni e schemi che sanno di vecchio. Non di antico.
Ernesto Miragoli, www.webalice.it/miragoli
d) L’altra campana
Ci pare che, anche sentendo l’altra campana con onesta attenzione,
resti il dato di fatto incontrovertibile or ora segnalato.
Potrebbe esserci “molto rumore per nulla” solo se non esistessero le vittime che hanno “assorbito”
il senso di inconfessabilità della colpa, che è nell’atmosfera clericale, estesa al mondo laico.
Molto rumore per nulla. Il Papa, la pedofilia e il
documentario “Sex Crimes and the Vatican”
Di Massimo Introvigne
Da zenit.org, 27/05/07
Solo la rabbia laicista dopo il Family Day spiega
perché, subito dopo la grande manifestazione romana, all’improvviso il
documentario dell’ottobre 2006 della BBC “Sex Crimes and the Vatican” abbia
cominciato a circolare su Internet con sottotitoli italiani, e i vari Santoro
abbiano cominciato ad agitarsi. Il documentario, infatti, è merce avariata:
quando uscì fu subito fatto a pezzi dagli specialisti di diritto canonico, in
quanto confonde diritto della Chiesa e diritto dello Stato.
Il 30 aprile 2001 Papa Giovanni Paolo II (1920-2005) pubblica la
lettera apostolica Sacramentorum sanctitatis tutela, con una serie di
norme su quali processi penali canonici siano riservati alla giurisdizione della
Congregazione per la dottrina della fede e quali ad altri tribunali vaticani o
diocesani. La
lettera De delictis gravioribus, firmata dal cardinale Joseph
Ratzinger come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede il 18
maggio 2001 – quella presentata dalla BBC come un documento segreto, mentre fu
subito pubblicata sul bollettino ufficiale della Santa Sede e figura sul sito
Internet del Vaticano – costituisce il regolamento di esecuzione delle norme
fissate da Giovanni Paolo II. Il documentario al riguardo afferma tre volte il
falso:
(a) presenta come segreto un documento del tutto pubblico e palese:
(b) dal momento che il “cattivo” del documentario dev’essere l’attuale
Pontefice, Benedetto XVI (per i laicisti il Papa “buono” è sempre quello morto),
non spiega che
(c) lascia intendere al telespettatore sprovveduto che quando
Nella nota 3 della lettera della Congregazione per la dottrina della fede – ma
per la verità anche nel testo della precedente lettera di Giovanni Paolo II – si
cita l’istruzione Crimen sollicitationis emanata dalla Congregazione per
la dottrina della fede, che allora si chiamava Sant’Uffizio, il 16 marzo 1962,
durante il pontificato del Beato Giovanni XXIII (1881-1963) ben prima che alla
Congregazione arrivasse lo stesso Ratzinger (che quindi, com’è ovvio, con
l’istruzione non c’entra nulla: all’epoca faceva il professore di teologia in
Germania). Questa istruzione dimenticata, “scoperta” nel 2001 solo in grazia dei
nuovi documenti e oggi non più in vigore, non nasce per occuparsi della
pedofilia ma del vecchio problema dei sacerdoti che abusano del sacramento della
confessione per intessere relazioni sessuali con le loro penitenti.
È vero che dopo essersi occupata per i primi settanta paragrafi del caso di
penitenti donne che hanno una relazione sessuale con il confessore in quattro
paragrafi, dal 70 al 74,
L’istruzione dispone pure che i relativi processi si svolgano a porte chiuse, a
tutela della riservatezza delle vittime, dei testimoni e anche degli imputati,
tanto più se eventualmente innocenti. Non si tratta evidentemente dell’unico
caso di processi a porte chiuse, né nell’ordinamento ecclesiastico né in quelli
statuali. Quanto al carattere “segreto” del documento, menzionato nel testo, si
tratta di un “segreto” giustificato dalla delicatezza della materia ma molto
relativo, dal momento che fu trasmesso ai vescovi di tutto il mondo. Comunque
sia, oggi il documento non è più segreto, dal momento che – stimolati dalla
lettura dei documenti del 2001 – avvocati in cause contro sacerdoti accusati di
pedofilia negli Stati Uniti ne chiesero alle diocesi il deposito negli atti di
processi che sono diventati pubblici. Quegli avvocati speravano di trovare nella
Crimen sollicitationis materiale per ampliare le loro già milionarie
richieste di risarcimento dei danni: ma non trovarono nulla. Infatti, anche
l’istruzione Crimen sollicitationis non riguarda in alcun modo la
questione se eventuali attività illecite messe in atto da sacerdoti tramite
l’abuso del sacramento della confessione debbano essere segnalate da chi ne
venga a conoscenza alle autorità civili. Riguarda solo le questioni di procedura
per il perseguimento di questi delitti all’interno dell’ordinamento canonico, e
al fine di irrogare sanzioni canoniche ai sacerdoti colpevoli. Perfino Tom Doyle,
un ex-cappellano militare che appare nel documentario, ha affermato in una
lettera del 13 ottobre 2006 a John L. Allen, che è forse il più noto
vaticanista degli Stati Uniti, che “benché abbia lavorato come consulente per i
produttori del documentario, temo proprio che alcune distinzioni che ho fatto a
proposito del documento del 1962 siano andate perdute. Non credo né ho mai
creduto che quel documento sia la prova di un complotto esplicito, nel senso
convenzionale, orchestrato dai più alti responsabili del Vaticano per tenere
nascosti casi di abusi sessuali perpetrati dal clero”. Tom Doyle rimane del
tutto ostile alla “cultura radicalmente sbagliata” che vede nella Chiesa di
Giovanni Paolo II e Benedetto XVI: ma anche lui si rende conto che le tesi del
documentario sulla Crimen sollicitationis non sono sostenibili e cerca
prudentemente, sia pure con un linguaggio che resta ambiguo, di prendere le
distanze.
Un altro inganno del documentario consiste nel sostenere, a proposito della
lettera De delictis gravioribus del 2001 sottoscritta dal cardinale
Ratzinger, che si tratti del “seguito” della Crimen sollicitationis, che
“ribadiva con enfasi la segretezza, pena la scomunica”. In realtà nella lettera
del 2001 non si trova neppure una volta la parola “scomunica”. Si ribadisce,
certo, che le procedure per i delicta graviora sono “sottoposte al
segreto pontificio”, cioè devono svolgersi a porte chiuse e in modo riservato.
Ma in questo non vi è nulla di nuovo, né il segreto si applica solo ai casi di
abusi sessuali. Il documentario, al riguardo, confonde maliziosamente sia a
proposito della De delictis gravioribus sia a proposito della Crimen
sollicitationis segretezza del processo e segretezza del delitto.
Il delitto non è affatto destinato a rimanere segreto, anzi se ne chiede la
denuncia sotto pena di scomunica; il processo è invece destinato a svolgersi in
modo riservato, a tutela – come accennato – di tutte le parti in causa. È questa
segretezza del processo che è tutelata con la minaccia di scomunica ai
giudici, ai funzionari e allo stesso accusato nei paragrafi 12 e 13 della
Crimen sollicitationis (quanto alle vittime e ai testi, prestano giuramento
di segretezza ma si prevede che “non siano sottoposti ad alcuna sanzione” salvo
provvedimenti specifici da parte dei giudici nei singoli casi). Se c’è qualche
cosa di nuovo nella De delictis gravioribus rispetto alla disciplina
precedente in tema di abusi sessuali, è il fatto che la lettera crea una
disciplina più severa per il caso di abuso di minori, rendendolo
perseguibile oltre i normali termini di prescrizione, fino a quando chi dichiara
di avere subito abusi quando era minorenne abbia compiuto i ventotto anni
(e non i diciotto, come alcuni hanno scritto: infatti il termine è di dieci anni
ma nel delitto perpetrato da un clericus con un minore “decurrere incipit
a die quo minor duodevicesimum aetatis annum explevit”, cioè “inizia a
decorrere nel giorno in cui il minore compie il diciottesimo anno di età”, e da
questa data decorre per dieci anni, arrivando così ai ventotto anni di età della
vittima).
Questo significa – per fare un esempio molto concreto – che se un bambino di
quattro anni è vittima di abusi nel 2007, la prescrizione non scatterà fino al
2031, il che mostra bene la volontà della Chiesa di perseguire questi delitti
anche molti anni dopo che si sono verificati e ben al di là dei termini di
prescrizione consueti. Con questa nuova disciplina la durezza della Chiesa verso
i sacerdoti accusati di pedofilia è molto cresciuta con Benedetto XVI, come
dimostrano casi dove, nel dubbio, Roma ha preferito prendere provvedimenti
cautelativi anche dove non c’erano prove di presunti abusi che si asserivano
avvenuti molti anni fa, e la stessa nomina del cardinale americano William
Joseph Levada, noto per la sua severità nei confronti dei preti pedofili, a
prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Tutte queste norme
riguardano, ancora una volta, il diritto canonico, cioè le sospensioni e le
scomuniche per i sacerdoti colpevoli di abusi sessuali. Non c’entrano nulla con
il diritto civile, o con il principio generale secondo cui – fatto salvo il solo
segreto della confessione – chi nella Chiesa venga a conoscenza di un reato
giustamente punito dalle leggi dello Stato ha il dovere di denunciarlo alle
autorità competenti. Secondo il Catechismo della Chiesa Cattolica le
autorità civili hanno diritto alla "leale collaborazione dei cittadini" (n.
2238): "la frode e altri sotterfugi mediante i quali alcuni si sottraggono alle
imposizioni della legge e alle prescrizioni del dovere sociale, vanno condannati
con fermezza, perché incompatibili con le esigenze della giustizia" (n. 1916).
L'obbligo di "leale collaborazione" con i poteri civili viene meno solo quando i
loro "precetti sono contrari alle esigenze dell'ordine morale, ai diritti
fondamentali delle persone o agli insegnamenti del Vangelo" (n. 2242): se questo
limite non esistesse, se ne concluderebbe che il cittadino cattolico doveva
offrire la sua "leale collaborazione" anche al Terzo Reich e denunciare alla
Gestapo le violazioni delle leggi razziali di cui fosse venuto a conoscenza. Dal
momento, invece, che le leggi che tutelano i minori dagli abusi non sono affatto
contrarie alle "esigenze dell'ordine morale", nei loro confronti vige l'obbligo
di "leale collaborazione" prescritto dal Catechismo, e le "frodi e altri
sotterfugi" con cui si cercasse di sottrarsi a tali leggi sono "condannate con
fermezza". Certo, in passato queste indicazioni non sono sempre state rispettate
(ma abusus non tollit usum). Il legittimo desiderio di proteggere
sacerdoti innocenti ingiustamente calunniati (ce ne sono stati, e ce ne sono,
molti) qualche volta è stato confuso con un “buonismo” che ha ostacolato
indagini legittime degli Stati. Benedetto XVI ha più volte stigmatizzato ogni
forma di buonismo sul tema (si veda per esempio il
discorso ai vescovi dell’Irlanda in visita ad Limina Apostolorum, del
28 ottobre 2006): e in realtà il trasferimento della competenza dalle diocesi,
dove i giudici spesso possono avere rapporti di amicizia con gli accusati, a
Roma mirava fin dall’inizio a garantire maggiore rigore e severità.
A margine – ma non troppo – di questa controversia si devono menzionare due
luoghi comuni. Il primo è quello secondo cui la “colpa” della Chiesa è quella di
mantenere il celibato tra i sacerdoti di rito latino: sarebbe appunto il
celibato la causa almeno remota degli episodi di pedofilia. Il secondo fa
credere a molti che i preti pedofili siano “decine di migliaia”. Prima di
discutere le statistiche sul punto, e le relative esagerazioni, si deve essere
chiari: anche un solo caso di pedofilia nel clero sarebbe un caso di troppo, nei
confronti del quale le autorità civili e religiose hanno non solo il diritto ma
il dovere di intervenire energicamente. Tuttavia stabilire quanti sono i preti e
religiosi cattolici pedofili non è irrilevante. Le tragedie individuali sono
difficilmente descritte dalle statistiche, ma il quadro statistico può aiutare a
capire se si tratta di casi isolati o di epidemie, e se c’è qualche cosa nello
stile di vita del clero cattolico che rende questi episodi più facili a
verificarsi di quanto non avvenga, per esempio, fra i pastori protestanti o fra
i maestri di scuola laici debitamente sposati.
È proprio vero che si tratta di un’epidemia dalle proporzioni ormai
incontrollabili? Si legge spesso che
Negli ultimi trent’anni i casi di sacerdoti cattolici o religiosi condannati per
abusi sessuali su bambini negli Stati Uniti e in Canada sono di poco superiori
al centinaio. Un autore molto critico sul punto nei confronti della Chiesa
cattolica, il sociologo Anson D. Shupe (di cui cfr. In the Name of All That’s
Holy. A Theory of Clergy Malfeasance,
Praeger,
Sulla base dei pochi dati certi e, molto di più, di quelli ipotetici si e
diffusa l’idea secondo cui responsabile del problema sia il celibato (o il voto
di castità dei religiosi), non più tollerabile nella società contemporanea.
Attivisti contro il celibato, a una riunione della Conferenza Episcopale degli
Stati Uniti, protestavano per la presunta esplosione della pedofilia in
clergyman con slogan come “È
Jenkins nota poi un dato forse non politicamente corretto ma fondamentale: oltre
il novanta per cento delle condanne di sacerdoti cattolici pedofili riguarda
abusi su bambini (si noti la “i” finale) e non su bambine. Dal momento
dunque che si tratta, piaccia o no, di omosessuali e che l’alternativa al
celibato – salvo nuovi significati del termine, in clima di Dico e di matrimoni
omosessuali – consiste nello sposare una donna, permettere ai sacerdoti di rito
latino il matrimonio (eterosessuale) non risolverebbe i loro casi. È vero,
sottolinea ancora la letteratura scientifica, che comunità religiose più piccole
o che non hanno una struttura gerarchica organizzata su base nazionale – per
esempio le denominazioni pentecostali – sono state percentualmente meno
coinvolte nel problema della pedofilia dei ministri e pastori, anche se non sono
mancati singoli incidenti clamorosi. Questo dato fa riflettere sul fatto che
decisivo non è il celibato: sono piuttosto aspetti strutturali e economici. Da
una parte, è possibile che un vero pedofilo si “nasconda” meglio ed eluda più
facilmente la vigilanza all’interno di una grande struttura. Ma è anche vera che
gli studi legali specializzati in questo campo – che negli Stati Uniti non
mancano – e le grandi società di assicurazioni che spesso determinano l’esito
delle cause (talora preferendo pagare e alzare il premio della polizza, anche
quando l’accusato e presumibilmente innocente) attaccano più volentieri lo
Stato, nel caso dei maestri delle scuole pubbliche, ovvero
II fatto che fare causa alla Chiesa cattolica chiedendo risarcimenti per le
presunte molestie di preti “pedofili” sia anche un potenziale buon affare nulla
toglie, evidentemente alla gravità dei casi di pedofilia reali e accertati. Ma
deve rendere vigilanti nei confronti di casi montati ad arte o fasulli, tutt’altro
che infrequenti negli Stati Uniti e di cui qualche segnale fa temere
l’“importazione” anche in Italia. Un anticattolicesimo latente in settori
importanti della società, ambienti di assistenti sociali e terapisti convinti
che tutto quanto i loro pazienti o assistiti raccontano, specie se sono bambini,
sia sempre e necessariamente vero – molti episodi decisi dai tribunali mostrano
che non sempre è così: i bambini assorbono facilmente le idee dei loro
terapisti, o questi ultimi li incalzano e li confondono con domande suggestive –
e una mentalità per cui il celibato o i voti non sono politicamente corretti
fanno sì che accuse poi dimostrate come false in tribunale siano prese
inizialmente sul serio.
Tutto questo ripetiamolo ancora una volta non nega certamente la presenza di
casi dolorosi, sulle cui cause
La vigilanza in questo delicatissimo campo deve certamente continuare: ma non
può essere disgiunta da una parallela vigilanza contro forme di disinformazione
laicista e dall’esame attento di ogni singolo caso. Se per i colpevoli in un
campo come questo è giusto parlare di “tolleranza zero”, la severità non può
essere disgiunta dalla ferma difesa di chi è ingiustamente accusato, ricordando
che ogni accusa, tanto più quando è grave e infamante, deve essere adeguatamente
provata. In ogni caso, le misure prese nell’ambito del diritto canonico per
perseguire i crimini di natura sessuale commessi dal clero, e la denuncia dei
responsabili alle autorità dello Stato, costituiscono due vicende del tutto
diverse. La confusione, intrattenuta ad arte per gettare fango sul Papa, è solo
frutto del pregiudizio e dell’ignoranza.
Intellettuali e
parlamentari chiedono di fermare il documentario della BBC sulla pedofilia
“È contro il Papa, sensazionalistico e falso”
Venti parlamentari italiani hanno sottoscritto un appello indirizzato ai
dirigenti della RAI e alla Commissione Parlamentare di Vigilanza affinché il
documentario della BBC “Sex Crimes and the Vatican” non sia trasmesso “da una
rete pubblica sostenuta dal canone di tutti gli italiani”.
L’appello ha come primo firmatario il sociologo torinese Massimo Introvigne,
Direttore del CESNUR (Centro Studi sulle Nuove Religioni), da anni impegnato
nello studio delle polemiche statunitensi sui casi di pedofilia in cui sono
coinvolti sacerdoti cattolici, ed è firmato da oltre ottanta intellettuali e
docenti universitari cattolici e laici, seguiti da centinaia di professionisti,
insegnanti ed esponenti di associazioni e circoli culturali.
Si va da storici come il cattolico Franco Cardini e il laico Aldo Mola a
psicologi come Claudio Risé, da giuristi come Mauro Ronco (professore a Padova e
Presidente dell’Ordine degli Avvocati di Torino) a sociologi come Pietro De
Marco.
I firmatari affermano di non essere affatto contrari a trasmissioni televisive
dove si parli con serietà del “problema reale e doloroso” dei preti pedofili. Ma
chiedono che non sia trasmesso un documentario “sensazionalistico e falso” di
cui elencano puntigliosamente gli errori materiali.
“Per esempio – spiega Introvigne – si afferma che l’istruzione vaticana del 1962
‘Crimen sollicitationis’ prevede la scomunica per le vittime che denuncino gli
abusi, mentre è esattamente il contrario: la scomunica è minacciata da quel
documento alle vittime e a chiunque altro, venuto a conoscenza di abusi, non si
affretti a denunciarli”.
“Gravissime”, secondo i firmatari, sono le falsità relative alla persona di Papa
Benedetto XVI, una cui lettera firmata da Cardinale nel 2001, la “De delictis
gravioribus”, è presentata dal documentario come se favorisse i preti pedofili
mentre al contrario promuove una maggiore severità, e allunga il termine di
prescrizione fino alla data in cui la vittima, abusata quando era minorenne,
compie ventotto anni.
Insomma, solo “fango”, “affermazioni clamorosamente false” e “ignoranza”,
denunciano.
“Si può, anzi si deve affrontare il problema – concludono i promotori – e lo ha
raccomandato lo stesso Benedetto XVI in un discorso ai Vescovi irlandesi del 28
ottobre 2006. Ma davvero non è opportuno farlo sbattendo in faccia al
telespettatore un documentario spazzatura”.
[Per il testo completo dell’appello e l’elenco dei firmatari:
http://www.cesnur.org/2007/appello.htm]