
Cari amici di “Donne contro il silenzio”.
Da
un po’ mi chiedo se anch’io non esiti a rompere il silenzio per qualche fatto
della mia vita che non giudico di secondaria importanza. Ce ne ho uno che mi è
rimasto inciso ‘dentro’ ferendomi molto.
Sarò breve perché il linguaggio delle cose è più vivido di quello delle parole.
Con tutto l’impegno a vivere ed a comunicare la mia serenità nei riguardi dell’ Istituzione-chiesa, poco prima di partire da Torino mi sono imbattuta in uno dei tanti fatti di cui finora non ho parlato: non c’è che fare, l’istituzione ha le sue pesantezze.
Per decenni assieme al mio Giacomo abbiamo frequentato a Torino un gruppo di preti sposati “accompagnato” (ma sarebbe meglio dire “diretto”) da un monsignore designato dalla curia. In ogni riunione un filo sottile faceva da filtro di quanto in esso si diceva e si operava: bisognava smorzare ogni motivo di sofferenza nel rapporto con la Chiesa, placare gli animi, essere buoni, fedelissimi figli dei Pastori della chiesa, senza spirito di critica, eccetera.
Quando nel gruppo faceva il suo ingresso una persona o una coppia nuova, iniziava la tecnica di omologazione (o come la si voglia chiamare), il cui risultato si può trovare sintetizzato nella frase pronunciata da uno dei “ribelli” arrivati da poco contro me e Giacomo: “voi ormai siete stati ammansiti”. Non potevo rispondere con un’altra frase ad effetto, perché quel che avrei dovuto spiegare era ben profondo, non riducibile ad un addomesticamento: Giacomo ed io eravamo avviati ad un processo di trasformazione interiore, tale che ci permetteva di guardare alla nostra situazione come ad una possibilità ricca di futuro, e cioè di profezia (cosa che negli ambienti ecclesiali non poche volte viene tacciata di megalomania e/o di… altro).
Dopo la morte di Giacomo, e dopo pochi anni di allontanamento dal gruppo degli “addomesticati”, avendo chiesto ad uno degli “amici”: “Vi riunite ancora?”, questi ha fatto finta di non sentire; ma, alla reiterazione della domanda, la moglie ha biascicato un “no”. Passati alcuni giorni mi incontro con un altro di loro. Mi parlano spontaneamente dell’ultima riunione, fatta pochi giorni prima di quel “no”. Ne sento delle stranissime, come ad esempio, che non si debbono invitare nel gruppo gli “usciti” se non dopo cinque anni…; che ormai tutti stanno bene e non hanno bisogno di aiuto… [nemmeno di darlo?]. Dulcis in fundo: la moglie di…. (cognome, non nome), e cioè io, non doveva essere invitata.
Non ho parole.
Alla rabbia, succede l’esplosione di sentimenti in positivo: dopo tutto è un’opportunità evangelica essere tra gli esclusi, tra coloro che… “non hanno la veste nuziale”; non possono andare al banchetto in via ufficiale, ma sono voluti da Gesù in persona.
“Signore, aiutaci ad essere chiesa anche se esclusi. Aiutaci ad amare coloro che non ci amano. Non vogliamo barricarci-contro, ma tendere ancora la mano. Se moriremo nell’atto di compiere questo gesto, ce la stringerai Tu stesso…”.
Ausilia Riggi