Anche la musica può farci attraversare
un mondo laido
con un linguaggio che parla all’anima
e la scuote dal torpore di una vita “facile”
Non
è del tutto vero che Genova si vede solo dal mare. Si vede anche dalla
"sopraelevata", quel rullo di calcestruzzo e bitume, incerto tra il toboga e la
superstrada, che taglia orizzontalmente come una cicatrice la faccia rugosa e
strana della città vecchia. O meglio: come in un camera-car iperreale si vedono
le case del suo centro storico dirupate verso il porto, quasi rattrapite davanti
al mare, e le colline ormai strattonate dalle spirali del cemento. Così le
percepisce alla sua sinistra chi viene in macchina dal Ponente, o dalle
autostrade del nord, e attraversa la città verso la Foce, e si trova alla sua
destra il porto e qualche squarcio di mare verde, e in lontananza intravede la
costa che taglia giù verso il Tigullio e le Cinque Terre, cento chilometri a
Levante.
Attraversamenti di Genova su macchine veloci, luccicanti puttane di regime irresistibilmente attratte dal baluginio dell'acqua. Quarant'anni fa - e passa - non si sapeva, venendo da settentrione, che là, dietro quelle case irte e sbrecciate che sfilavano sotto il nastro d'asfalto, ci fosse una Via del Campo, e vicoli sprofondati, dove il sole del buon dio non da i suoi raggi. Noi, che eravamo d'altri paraggi, abbiamo "scoperto" Genova da lontano. Cioè, l'abbiamo ascoltata. Respirava cupo. Rideva e piangeva come una baldracca malinconica e ubriaca. Ballava, una gamba qua, una gamba là, gonfia di vino. Malediva le donne, il tempo ed il governo. Parevano venire dall'universo, e invece venivano da Genova quei suoni e quelle voci che stravolgevano le svampite canzonette da Juke-Box. Soprattutto quella voce, e quelle parole trapassanti, e quelle immagini lancinanti, taglienti come rasoiate, che scatenavano emozioni nell'anima e sconcerti nell'intelletto.
Eh sì, lo sapevamo che Fabrizio De Andrè era un "cantore", e un poeta, fin da quando avevamo sentito la storia di Piero, che dormiva sepolto in un campo di grano e che all'inferno avrebbe preferito andarci in inverno. Poco prima che Fabrizio se ne andasse, proprio alla fine del Novecento, lo aveva scoperto anche Mario Luzi, che di poesia se ne intendeva. E lo aveva scritto, in una sorta di "epistola" al cantautore, dichiarando senza reticenze di essere "invecchiato nella quasi totale ignoranza del suo talento". E scusandosene. Due paginette, incastonate, a mo’ di prefazione in un libro che merita di essere ricordato: Fabrizio De Andrè - Accordi Eretici, curato da Bruno Bigoni e Romano Giuffrida, apparso subito dopo la pubblicazione di “Anime Salve”, l’ultima opera del cantautore (firmata a quattro mani con Ivano Fossati). Parole dense, sinceramente stupite, e anche po' spiazzate: "Lei è davvero uno chansonnier, vale a dire un artista della chanson. La sua poesia, poiché la sua poesia c'è, si manifesta nei modi del canto e non in altro".
Queste parole, così essenziali, siglate da un poeta “laureato”, suonano oggi quasi emblematiche, e forse anche un po’ riduttive, perché Fabrizio De Andrè è stato non solo un poeta “nei modi del canto e della chanson” (appunto), non solo un grande alchimista della parola, ma anche un’ipersensibile rivelatore dei mondi invisibili – invisibili in quanto reietti - del suo (nostro) tempo, dotato com’era di uno sguardo testardo, ficcante e spesso lacerante, indirizzato su uno scenario liricamente trasfigurato (e perciò stesso più che reale).
Certamente Fabrizio De Andrè è da considerare una (grande) figura del Novecento italiano. La sua voce ha scandito la giovinezza di più generazioni, e continua ad accompagnarne il correre degli anni, "profonda, calda, solenne". Una voce che ha sconvolto lo spazio della musica leggera sottraendolo “alla platealità, agli urli e ai sospiri, per portarlo a una concentrazione, a un raccoglimento e a un'interiorizzazione estrema". Eppure era (è) una voce così lontana dal solipsismo e dagli eremi turriti dove sembrava essersi relegato Mario Luzi, e dove stava rinchiuso solitamente De Andrè stesso, e da dove, però, il suo sguardo si dirigeva sui precipizi del mondo per vederli e cantarli. Il mondo degli "altri". Il mondo dei reietti, dei maledetti, dei disperati, umiliati, subalterni, diversi, sbandati, vagabondi, insofferenti, indocili, ribelli, suicidi, assassinati, impiccati, e tutti i morti ammazzati tirando calci al vento.
Erano solo canzoni, quelle che arrivavano dal ventre di Genova nei lontani - e così vicini - anni Sessanta. Ma erano qualcosa di emozionante, di impudente, di eretico - appunto - che frugava dentro le viscere e scuoteva il cervello. Qualcosa di liberatorio e insieme lancinante, che scardinava il senso comune opponendo un "senso comune contrario e controcorrente". Era la vita dei drop-out del mondo che veniva allo scoperto, quando il mondo cominciava appena a sentirsi arrabbiato con se stesso. Erano i canti dell'amore dilaniato, dell' esistenza schiaffeggiata, della morte offesa, del tempo rotolante, anzi, dei passaggi e passaggi di tempo. E continuano ad esserlo. Perchè lui, De Andrè, guardando se stesso non aveva mai cessato di guardare lontano. E si era visto di spalle, che partiva.