Sono tanti gli articoli (e tutto quel che si agita in ogni dove) sui fatti attuali che pongono al centro dell’attenzione il tema delle coppie di fatto. In un sito che propone il dialogo con la chiesa istituzionale non possiamo interessarci unicamente del nostro “particulare”, quasi che l’essenziale della nostra tematica fosse il celibato dei preti in tutti i suoi nessi e connessi FEMMINILI. Come trascurare il tema della famiglia tradizionale in rapporto ai nuovi modelli che si fanno sempre più strada ovunque? Non è bello liquidare l’argomento schierandosi da una parte o dal suo opposto. E’ assolutamente necessario contattare dal vivo le persone in questione. Se poi il contatto è frutto di una GRANDE AMICIZIA, come quella con una transgender, Darianna Saccomanni, e con uno stupendo giovanissimo omosessuale, Pasquale Quaranta, si possono esporre dubbi e perplessità, e soprattutto chiedere aiuto per CAPIRE. E’ quello che ho fatto. E sono lieta di riportarvi le loro risposte alla mie domande.
1. Il dialogo con Darianna
Carissima Ausilia,
per prima cosa è bene chiarire che io non essendo omosessuale non posso rispondere a questioni propriamente inerenti a questo tipo di questioni [Pacs, Di.CO]. Per rispondere in modo compiuto dovresti interpellare una persona omosessuale.
Io posso riflettere su quanto attiene la realtà di persone che sono collocate socialmente nella diversità, posso riflettere ed argomentare sulla necessità di un accoglimento ed un riconoscimento di diritti che, attualmente, sono non riconosciuti o assolutamente negati dall'attuale configurazione delle norme e delle leggi.
Se mi si chiede di fare una valutazione sui DI.CO. o su quello che questi rappresentano, allora posso anche pormi in una situazione di relativa tranquillità nel rispondere.
La mia prima domanda è di carattere generale. Come mai tra gli omosessuali c’è questo grande desiderio di matrimonio e di famiglia che sento, vedo, leggo ovunque? In un tempo in cui è accentuata la presa di distanza da tutto ciò che «puzza» di istituzione, di valori «oggettivi», come mai si vuole trasformare il sentimento d’amore tra due omo in una realtà legalmente riconosciuta, per giunta, per alcuni, benedetta pseudo-sacralmente?
Il motivo per cui molti omosessuali ricerchino il matrimonio è cosa a me sconosciuta. Quello che so è che, come ogni cosa nella vita e nella società, cambia, quindi appare logico che le posizioni degli omosessuali (gay e lesbiche) di una decina d'anni fa siano completamente diverse ora.
Oggi ciò che traspare, e non sempre in senso positivo, è una richiesta di “normalizzazione” dalla quale non sfuggono gli ambienti che sono collocati socialmente nella diversità, si, perché sia chiaro che non sono io che mi pongo nella diversità, ma è la società, le leggi, le etiche e le morali che mi pongono nella diversità e nella marginalità. Per spiegarmi porto ad esempio me stessa, ovvero per quanto mi riguarda io sono una persona normale e che quindi con tutto diritto posso aspirare ad essere considerata anche socialmente e dal punto di vista del Codice Civile e Penale come ogni altro cittadino e cittadina, quindi a buon diritto aspiro quindi ad avere gli stessi diritti che hanno gli altri, visto che i doveri li ho tutti.
Il voler riconosciuto il proprio amore non è solo questione di forma, ma è questione di poter vivere tranquillamente, senza vessazioni, senza insulti, senza discriminazioni sul lavoro, nel condominio, nella realtà quotidiana, la quale – contrariamente a quanto si dice e dici – non è affatto così legalmente riconosciuta. Dove tale realtà è riconosciuta?
In altre parole: perché tanti problemi a riconoscere qualcosa che non è altro che la richiesta di rientrare nei fatti in una situazione di piena integrazione sociale?
C’è di fatto un’esibizione dei matrimoni gay, e si corre perfino a raggiungere i paesi dove c’è la legalizzazione dell’unione tra i due, pur di poter dire: “Ecco, io sono come tutti gli altri”. Che controsenso con la vantata diversità! Ho l’idea che la diversità dovrebbe essere «custodita» come un valore: diverso, appunto, e perciò creativo.
Cara, questa tua affermazione poteva essere vera qualche anno fa, quando c'era un orgoglio della diversità, quando si riteneva una questione di vanto assumere l'insulto come proprio elemento indicativo. Come gli antichi cristiani, assunsero questo nome ad Antiochia, ma questo nome era un appellativo dispregiativo. Loro lo assunsero come orgoglio di essere quello che erano. Cosa c'è di sbagliato o di non logico nel chiedere di essere esattamente come tutti gli altri? Sempre portando me stessa come esempio, io non sono uguale a tutti gli altri? Oppure devo essere sempre considerata diversa e semmai prostituta anche se non lo sono? Semmai considerata pedofila o altro? É così sbagliato ritenersi come gli altri e voler vivere serenamente senza pregiudizi e senza essere oggetto di diffamazioni o vessazioni?
Se io pago le tasse, e le pago, perché poi non devo avere gli stessi servizi che altri hanno? Perché io per le tasse sono cittadina di serie A e per i diritti di serie Z? Questo me lo dovete spiegare! Qui non è questione di logica teoretica o di opinioni, ma di quotidianità, di quello che si vive quotidianamente, dei rifiuti, delle impossibilità, del vedersi chiuse le porte in faccia solo perché la società ti ha relegata in una posizione di diversità. Tutto logico? Sai cosa mi importa della “creatività” quando io se non ho firme di avvallo non riesco ad accedere al credito, o quando non ho chi mi fa da sponda non posso affittare un appartamento. La quotidianità è pane quotidiano, e le cose non sono come teoreticamente si dice. Voglio essere come tutti gli altri, si! Ricevere sovvenzioni se né ho diritto, poter accedere alle case popolari se né ho diritto, poter andare in una piscina, poter andare in una palestra eccetera.
Il diritto di essere riconosciuta nella mia normale diversità, dove la mia diversità non è un valore in sé, perché la società lo considera un disvalore e me lo fa pagare salato in ogni contesto.
Perché questo volere famiglia, e con figli, a tutti i costi? per soddisfare il proprio desiderio? Quel che ripugna a non pochi nasce soltanto dal disprezzo della realtà gay o dalla (giusta ) paura che il bambino cresciuto nella possibile "nuova famiglia" corra dei pericoli nella individuazione della propria diversità sessuale. O si pretende espandere se stessi, la propria gioia di vivere, a nuovi esseri, da tirare-su attraverso un nuovo paradigma umano?
Cara Ausilia, tu sai bene cosa sia il desiderio di maternità e di genitorialità! Sai cosa vuol dire per una persona come me, che sono transessuale, ma che comunque rientro nella categoria delle diversità, avere questo desiderio e non poterlo soddisfare in alcun modo? E poi, vogliamo uscire da un vizio di pensiero? Avere un figlio non è forse espressione chiara di un proprio desiderio? Qual è il motivo che spinge una coppia fatta da un uomo ed una donna ad adottare un bambino? Non è forse il desiderio di genitorialità, e cioè di dare amore, di educare, di far crescere? Perché per una coppia fatta da un uomo e una donna questo è accettato mentre per una coppia omosessuale no? Il desiderio in una coppia fatta da uomo e donna il desiderio è legittimo mentre per una coppia omosessuale questo stesso desiderio non è legittimo? E perché questo? Perché ad una coppia etero il figlio a tutti i costi è giustificato, anzi si glorifica anche la mamma che rischia consapevolmente la vita per mettere al mondo un figlio, e per una coppia omosessuale questo deve essere negato?
Non ti sembra anche a te che il pregiudizio è proprio profondo, che tale pregiudizio relega la persona nella diversità e nella marginalità?
Ciò che ripugna è la dimensione di vita di una coppia diversa, questo è ciò che ripugna e che crea discriminazione, marginalità, violenza, offese, esclusione, mobbing sul lavoro, eccetera. Il resto delle argomentazioni sono generalmente un modo ipocrita per mascherare il proprio pregiudizio e la non voglia di affrontare logicamente che la diversità non è un fatto di scelta!
L’incoraggiamento in questa direzione c'è pure in quella parte di società che ama fregiarsi dell’attributo di «illuminata». L’orizzonte del permissivismo si dilata sempre più: la famiglia sarebbe un optional a cui ciascuno/a può dare la forma che vuole in nome dei sentimenti personali. Allora io non sono illuminata, non capisco e ti prego di aiutarmi....
Ausilia mi dici dove, al di là delle demagogie, questa società incoraggia? E poi cosa dovrebbe incoraggiare? Allora chiariamo che una persona non diventa omosessuale, è una bufala quando dicono che l'omosessualità è una scelta. Omosessuali si nasce e non lo dico io, ma lo dicono i protocolli medici a livello internazionale. Allora in cosa si dovrebbe avvantaggiare? Ma pensi veramente che la società avvantaggia il mio essere transessuale? E come? Semmai oggi mi consente di non uccidermi e di darmi una possibilità di essere pienamente me stessa senza essere messa in prigione o uccisa (cosa solo di 30 anni fa circa). Solo nel 1982 viene fatta la legge sul cambiamento di sesso, ed ancora nel 1985 abbiamo l'ultima transessuale che viene mandata al confino come pericolosa socialmente. Le altre prima? Se venivano prese, andavano a riempire i famigerati manicomi.
Ora la società avvantaggia? Direi semplicemente evita che io sia messa in un manicomio o mandata al confino, ma la discriminazione istituzionale è cosa che comunque ogni giorno si vive pesantemente.
Ma pensi sul serio che la famiglia venga messa in crisi dal dare i diritti a chi ora non ha diritti? Chi si vuole sposare si sposa, chi non vuole sposarsi non si sposa. Quello che si deve fare è normare coloro che già oggi non si sposano. Bisogna uscire dalla demagogia generale che sta gridando per spaventare e valutare con attenzione la cosa. Ma pensi sul serio che una legge che regolamenti e dia diritti chiari alle coppie di fatto danneggi la famiglia tradizionale? In tutti i paesi dove questo è stato fatto c'è stato un aumento dei matrimoni.
Credo che qui dobbiamo mettere qualche puntino sulle i. Altro è far maturare la società civile nell’accettazione dell’altro, del suo modo di essere e delle sue scelte; altro è il riconoscimento dei diritti di cui ciascuno deve godere anche nell’associarsi in convivenza con un compagno o compagna. Per non dire che sarebbe anticristiano negare l’amore (ma va sviluppato in altra sede il discorso sull’amore e sulla sua degradazione in uno stato di fragilità emotiva che porta a viverlo sull’onda di fascinazioni temporanee, molto temporanee). Si tratta davvero solo di «normare» quello che di fatto si realizza nel campo della sopravvivenza dignitosamente tutelata, o si vogliono abbattere tutti i muri che ostacolano il diritto a vivere in maniera normale ogni tipo di diversità, tanto che la diversità viene interpretata (talvolta purtroppo a ragione) con la perversione? Non riesco ad accettare che sia indifferente che l’unione tra uomo e donna che vogliono far famiglia e quella di due che vogliono la stessa cosa pur essendo dello stesso sesso. Secondo me quest’ultima ha la stessa dignità della prima se si fa della propria diversità un valore, cosa che tu, mia cara dici sia roba superata. Ed è certo che la famiglia tradizionale da una tale «indifferenza» è danneggiata. E poi è ambiguo voler camminare sull’onda dei sentimenti e del rigetto di ogni intrusione del «pubblico» dal punto dei vista dei doveri, e chiedere nello stesso tempo diritti in quanto coppie che cercano l'auto-appagamento.
Usciamo da un pregiudizio? Intanto si parla di coppie che si amano, e quando si ama c'è sicuramente l'auto-appagamento, ma non solo. Allora ragioniamo che l'amore è amore in ogni caso ed è amore fra due persone indipendentemente dal loro orientamento sessuale. Spiegami se una coppia etero non cerca comunque il proprio appagamento? Certo che si! Stare insieme non è mica un fatto punitivo!
La legalizzazione del proprio status è una opportunità e non un obbligo. La legge non obbliga tutti a fare qualcosa, ma ciò che viene chiesto è che vi sia la possibilità per chi vuole di farlo e di essere nella piena legittimità di poterlo fare. Cosa toglie e cosa aggiunge? Permette a chi vuole, non obbliga chi non vuole!
Cosa c'è di ambiguo? Non vedo ambiguità nella possibilità data ai cittadini di vivere nella legalità e nella chiarezza. Chi si ama davvero si ama, e nessuno può definire quale sia il vero amore. Fra me e la mia amica c'è vero amore? E chi lo definisce? Noi fra l'altro non siamo lesbiche, quindi? Qualcuno si permette di dire che non è amore perché non c'è sesso… Ma stiamo scherzando? La richiesta di regolamentazione è il chiaro e semplice dichiarare che ci si vuole assumere tutti i diritti che sono contemplati dalla legge.
Chiariamo anche una cosa. La legge si fonda sul “diritto”; la questione dei doveri è una stortura tutta italiana (come le doppie strisce continue). Pagare le tasse è un diritto perché è l'affermazione del diritto ad avere conseguenti servizi. Allora si parla di diritti perché è logico e giusto parlare dei diritti. Una società che ha doveri è una società di sudditi e non di cittadini.
Si afferma che i riconoscimenti legali contano soltanto per la tutela dei diritti… economici, i quali accompagnano i bisogni esistenziali; che non bastano i diritti delle singole persone; che bisogna tutelare la coppia in quanto tale; che si dovrebbe trovare il modo per riconoscere una nuova formazione sociale con i diritti propri della famiglia. Qui le cose si complicano, perché a che cosa dovrebbe ispirarsi tale formazione sociale se è orientata all'appagamento di aspirazioni individuali, a cui nessuno può apporre dei paletti?
Sinceramente non ho capito la questione! La richiesta di diritti è nella logica su esposta. Tutelare i diritti ed i bisogni essenziali mi pare il minimo, e questo si deve fare tenendo presente che ci sono nuove forme in cui le persone si associano. I diritti della forma associativa di tipo famigliare devono essere propri di quello di una famiglia. Ma cosa rende una associazione di due o più persone una famiglia? La sessualità delle persone o la progettualità comune, il compartecipare insieme all'economia di quella realtà, la dimensione affettiva? Chiariamo questo! É il sesso la questione discriminante o è la volontà di due persone di vivere insieme? E questa aspirazione sociale di mettere su famiglia è legittima solo per le persone eterosessuali? Mentre quelle non-etero non hanno diritto di poter avere questa aspirazione individuale? Pregiudizio nei confronti di chi non è omologato, questo è!
A me risulta che i diritti ci sono; il compagno può perfino decidere per l’altro in fin di vita in quanto affidatario della sua volontà. In questo campo c’è poca chiarezza da tutte le parti. Puoi aiutarmi a capire?
Peccato che non è così. Se io vado in ospedale, l'assistenza mi deve essere data da un famigliare certificato. La possibilità che altri possano accedere alla cura è alla discrezionalità dell'ente sanitario. La possibilità è prevista, ma è a discrezione della direzione sanitaria, la quale può negarla.
Insieme al mio compagno o compagna io metto su una attività. Entrambe ci mettiamo il “sangue”, sacrifici, privazioni, preoccupazioni eccetera. Incidente, ed io muoio. Al mio compagno per legge, se ho lasciato testamento con indicazione chiara, spetta solo una percentuale di tutto fino al 50%, l'altro 50% va alla mia famiglia d’origine, che di me se né è fregata altamente, che semmai mi ha sbattuta fuori di casa, che mi ha disconosciuta e disprezzata. Io, allo stato attuale delle cose, non posso lasciare tutto alla mia compagna o compagno. Ti sembra giusto?
Altro esempio. Una donna si mette con un uomo che ha dei figli piccoli, li cura, li cresce, ci perde notti e gli dà amore come una madre, sacrifici, e tutto quello che comporta essere una coppia, poi si separano. Questa attualmente si trova con una mano davanti ed una di dietro. Ti sembra giusto?
Se io vado in carcere, il mio compagno può non essere autorizzato ad entrare, perché è cosa discrezionale. Ti sembra giusto?
Ho mandato le stesse domande al mio grande amico
Pasquale Quaranta che così mi ha risposto:
Carissimo Pasquale, ecco il dialogo fatto con una transgender (prima pastore valdese teologo): non mi appaga del tutto, ma siccome voglio convertirmi completamente, rifaccio a te le stesse domande. Grazie per la tua disponibilità Ci tengo moltissimo.
Cara Ausilia, trovo solo ora il tempo per scriverti. Scusami per il ritardo.
Come faccio a rispondere ai tanti stimoli e agli spunti interessanti contenuti nel tuo dialogo con Anna? Ci sarebbe bisogno di così tanto tempo per approfondire, per discutere, per argomentare…
Intanto credo che Piergiorgio Paterlini, nel suo “Matrimoni” (Einaudi) abbia spiegato molto bene le ragioni per cui gli omosessuali moderni chiedano pari diritti e pari dignità, cioè medesime tutele al loro amore rispetto alle coppie eterosessuali (soprattutto nel saggio da p. 175 a 194 intitolato ironicamente, ma neanche troppo, "I promessi sposi").
Come contributo al dialogo tra te e Anna, mi permetto di segnalarti una mia recensione a questo libro (link http://www.p40.it/matrimoni ) e un’intervista all’autore (link http://www.p40.it/intervista-a-piergiorgio-paterlini ).
Con Gianni De Martino, abbiamo ragionato in passato intorno ai tuoi stessi interrogativi (ho raccolto l’intervista qui: http://www.p40.it/matrimonio-gay-e-la-cosa-giusta ).
Per quanto riguarda la tua “paura che il bambino cresciuto nella possibile nuova famiglia corra dei pericoli nella individuazione della propria diversità sessuale” sento il bisogno di dissentire. L’orientamento sessuale non si sceglie, e i genitori non lo influenzano con il loro stile di vita e i loro divieti (o approvazioni nel caso di coppie omo). Lo spiega bene Paolo Rigliano che, insieme a Margherita Graglia, ha scritto “Gay e lesbiche in psicoterapia” (Raffaello Cortina Editore). Questo libro, molto rigoroso da un punto di vista scientifico e metodologico, smantella i pregiudizi intorno a questi temi. Io credo che dovremmo leggerli questi libri prima di affermare frasi del tipo (si sentono sempre più spesso): “Un bambino ha bisogno per crescere in modo sano di una figura maschile e femminile, o di una madre e di un padre”, oppure “I tempi non sono ancora maturi in Italia”, ecc. Per aprire gli occhi alla gente su questi temi è attiva dal 2005 in Italia un’associazione che si chiama “Famiglie Arcobaleno” composta da “donne e uomini che hanno accettato la propria omosessualità dopo avere già avuto dei figli all'interno di una relazione eterosessuale” e “coppie o single omosessuali che hanno realizzato il proprio progetto di genitorialità, o che aspirano a farlo” (link http://www.famigliearcobaleno.org ). Personalmente ho avuto modo di conoscere alcune famiglie di questa associazione, coppie di uomini e di donne con figli. Ho ascoltato le ragioni della presidente di questa associazione, che si chiama Giuseppina La Delfa (link http://www.p40.it/quando-lamore-crea-la-famiglia ), ho visto i sorrisi di bambini felici e mi sono convinto del fatto che una famiglia nasce dall'amore, dalla responsabilità e dal rispetto, piuttosto che da esclusivi legami biologici.
Cara Ausilia, grazie per avermi cercato. La tua voglia di conoscere il mondo e le persone che ne fanno parte mi fanno credere che sei davvero una donna speciale.
Ti
abbraccio forte, Pasquale Quaranta
Ho seguito le indicazioni di Pasquale ed ho trovato questa documentazione:
Una piacevole chiacchierata sui ruoli che ricopre il matrimonio gay.
di Pasquale Quaranta, Gay.tv, 21 dicembre 2004
Piergiorgio Paterlini è autore della raccolta di racconti di coppie omosessuale Matrimoni (Einaudi).
Piergiorgio,
perché hai scelto di intitolare “Matrimoni” questi microromanzi di coppie
omosessuali?
Perché non ho scritto un libro sociologico, no. Ogni cosa viene vista dagli
occhi dei protagonisti, in soggettiva. Mi sembrava che il tratto dominante, il
tratto che ha fatto poi da discrimine a queste storie, è che le coppie si
consideravano sposate a tutti gli effetti! Così
Matrimoni era la parola
più sintetica, più efficace a rappresentare questa sensazione soggettiva
prevalente del libro. Nella scelta del termine c’è una forzatura, consapevole,
se vuoi un po’ polemica, implicita in qualche misura…
Perché scrivi
che il “matrimonio” omosessuale esiste da quando esiste l’omosessualità? Mi
sembra che questo termine sia
improprio
se applicato anche a realtà storiche, riti e istituzioni le più diverse che nel
corso della storia – anzi delle molte storie possibili o anche impossibili –
davano forma, significato sociale e simbolico alle unioni fra persone del
medesimo genere.
Qui la forzatura è ancora più evidente ma sempre consapevole. Se vogliamo essere
rigorosi, il matrimonio come lo pensiamo noi oggi non equivaleva, in passato, a
unione d’amore. Questa è un’invenzione letteraria molto recente. Pensa che
nell’Ottocento la passione non aveva niente a che fare con il matrimonio! C’era
una distinzione molto netta tra grande passione e matrimonio. Il mio libro, alla
fine, racconta storie d’amore. Ho fatto questa scelta. Trovo che aggrapparsi
alla fedeltà storica o antropologica fino all’estremo, perfino all’etimologia,
sia il più sottile degli alibi per rifiutare questa realtà, l’ultima barriera da
demolire. La lingua è una realtà viva, che si muove, che cambia, tutti i
linguisti la pensano così. Se poi bisogna cambiare lo Zingarelli ogni anno… La
lingua si muove con noi. Può darsi che anche la parola matrimonio cambierà in
futuro, sperimentando nuove forme di famiglia, di convivenza e chiarendo in noi
stessi cosa cerchiamo, cosa stiamo costruendo, uscirà qualcosa di nuovo. Ma al
di là del rigore, quindi, la parola che più si avvicina alle realtà che ho
descritto era ed è proprio
Matrimoni.
Mettiamo che non
sia un alibi. Te la sentiresti di avanzare una proposta alternativa di uguale
dignità che tuteli i diritti specifici del caso e sia al contempo
rappresentativa e simbolicamente significativa per le coppie omosessuali?
Magari! Il saggio finale che ho inserito nel libro è proprio un augurio per
trovare davvero nuove forme di famiglia, nuove forme di coniugazione di questo
grande mistero che è l’amore e il sesso. Penso che ci sia proprio il bisogno di
mettersi lì, gay ed etero, a trovare nuove forme. Ma non si potrà mai fare
questo passaggio se, prima, non sarà riconosciuto il matrimonio omosessuale. Mi
riferisco sia al matrimonio religioso che civile.
Dove si
collocano le differenze significative tra le persone, le coppie, gli amori… ?
Ho sempre pensato che le differenze vere tra le persone, e parlo di differenze
sessuali e affettive, non generiche, non siano nell’essere gay o etero anche se
siamo stati abituati a pensare che il mondo è diviso in gay ed etero! Non che
questa differenza non ci sia, ci mancherebbe, il problema che sembra la più
rilevante, anzi l’unica. Mentre non solo non è l’unica ma forse è la meno
rilevante di tutte. Quella che meno ci dice su come siamo fatti sessualmente
psicologicamente, su cosa desideriamo per essere felici.
Nuovi
schematismi, nuove gabbie?
Sì, perché no? Non ho paura delle categorie, delle
gabbie. Bisogna sapere chi sei e i gruppi sono significativi per capire chi
siamo. Ho paura delle gabbie “sbagliate”, così come delle domande sbagliate o
peggio spesso mai poste.
Il mondo – questo è rilevante e sicuro – è diviso in maschi e femmine. Poi le
altre differenze riguardano aspetti della sessualità e dell’affettività che non
consideriamo mai: chi si innamora a prima vista e chi no, chi è monogamo (nel
senso psicologico del termine non ideologico o di scelta di vita) e chi non lo
è… e via di questo passo. Rispetto a questi grandi temi e grandi misteri, ognuno
dei quali va a definire un “gruppo sessuale-affettivo” non sappiamo nulla ma di
sicuro essere gay o etero non significa niente. Rispetto alle coppie-famiglie,
allora, la vera differenza non sta fra coppie gay e coppie etero, ma fra chi si
vuole sposare e chi no, chi crede a una qualche forma di matrimonio e chi non ci
crede, chi sceglie di sposarsi e chi di essere single…
Ma non si potrà mai arrivare a questa affascinante ricerca – che mette sullo
stesso piano ancora una volta gay ed etero, senza qualcuno più avanti o qualcuno
più indietro, senza specificità particolari – fino a che ci saranno persone
discriminate.
Matrimoni
Continua l’inchiesta sui matrimoni omosessuali. Un libro di Piergiorgio Paterlini, ne racconta storia e dinamica.
di Pasquale Quaranta, Gay.tv, 20 dicembre 2004
Ma le persone omosessuali, oggi, vogliono il matrimonio?
Alcune sì, “per principio”, ma non si sposano. Vogliono avere anche loro, esattamente come le persone eterosessuali, il diritto a non usare una legge. E non di essere obbligate a non poterne usufruire.
Altre persone omosex, invece, sognano il matrimonio. E si sposano. “Con un rito laico fra amici, con un rito religioso benedetto da un prete (magari da una suora), o senza rito alcuno. Ma si sposano. Mettono su casa insieme”.
Per Piergiorgio Paterlini, autore di Matrimoni per Einaudi (2004), gli omosessuali “si sono sempre sposati, in realtà […] Il matrimonio omosessuale esiste da quando esiste l’omosessualità, dalle origini del mondo” (dall’introduzione al testo).
“La ricerca della stabilità dei rapporti, della costruzione di una famiglia, di una coppia, di un matrimonio, di una sessualità non disgiunta dall’affettività, tutte queste cose sono sempre esistite tra gli omosessuali” (dal saggio I promessi sposi, pp. 176-194).
Secondo Paterlini “quello a cui stiamo assistendo è un vero e proprio passaggio epocale, della cui portata non solo fatichiamo a renderci conto, ma dagli esiti difficilmente prevedibili, non solo per gli omosessuali. Parlo di mutamento culturale, del costume, di mutamento sociologico, antropologico, etico. Di un passaggio paragonabile – ma dalle conseguenze ancora più dirompenti e imprevedibili – a quello degli anni Sessanta, con la nascita e l’esplosione, in tutto il mondo occidentale, del ‘movimento omosessuale’. Che chiedeva visibilità, diritto a esistere alla luce del sole, e rivendicava con orgoglio la propria diversità, la propria non omologazione al modello eterosessuale. Non normalità, non tolleranza, non integrazione. Ostentazione fiera di alterità” (p. 180).
Cosa desiderano, oggi, gli “omosessuali moderni”?
Natalia Aspesi, su la Repubblica del 9 novembre 2001, scriveva: “Hanno voglia di attaccarsi, di avere figli, sognano il grande amore, non sono libertini, spesso sono cattolici praticanti, hanno ruoli paritari, sia nel sesso che nella vita di coppia, non sono effeminati, se uomini, o mascolini, se donne. Sono gli uomini gay, le donne lesbiche di oggi”.
Per Paterlini “hanno un fondamento… – comunque le si valuti e da qualunque parte provengano – le accuse agli ‘omosessuali moderni’, di ‘resa’, di appiattimento sul modello eterosessuale, di voler riprodurre proprio quella famiglia che li ha repressi, di aver rinunciato a inventare forme nuove, originali di unioni, amore, sessualità. Hanno un fondamento, ma con due precisazioni:
1) è difficile far sembrare vecchio, invece di rivoluzionario e liberatorio, ciò che è stato impedito per millenni; insomma, una giovane coppia eterosessuale che si tiene per mano e si bacia al supermercato non rappresenta sicuramente la rivoluzione; ma se a baciarsi e a tenersi per mano nello stesso supermercato sono due ragazzi di diciotto anni, la cosa assume un altro aspetto e prende decisamente un altro significato;
2) lottare per ottenere pari diritti, o – che è cosa diversa, naturalmente – aspirare a sposarsi per due persone dello stesso sesso non significa automaticamente o necessariamente riprodurre il modello di famiglia tradizionale. Il desiderio di sposarsi e la sperimentazione di modelli nuovi (ruoli, sessualità, fedeltà-infedeltà…) non sono affatto in contraddizione” (p. 183).
Perché le coppie omosessuali sono costrette a partire da zero e “puntano a incassare, oggi, prima di tutto, alcuni diritti basilari. Impelagarsi in una disputa sul ‘diritto al matrimonio’ quando non si ha nemmeno il diritto di andare a trovare il proprio partner in ospedale sembra a molti una scelta suicida. Ma oggi. Domani è un altro giorno” (p. 192).
Ma dopo? Una volta che le persone omosessuali avranno ottenuto diritti specifici e medesima dignità?
“Ci saranno coppie eterosessuali – scrive Paterlini – che credono nel matrimonio religioso, o in quello civile, o nella convivenza pura e semplice o nemmeno in quella. E coppie omosessuali che credono nel matrimonio religioso, o in quello civile, o nella semplice convivenza o nemmeno in quella. Nei primi due casi, quelle coppie omosessuali saranno riconosciute nel loro desiderio di sposarsi? A quel punto verrà il bello. Sarà in quel momento che esploderà la richiesta di matrimonio. E ci si chiederà se si tratterà di voglia di rivincita rispetto a una millenaria esclusione o di legittimo desiderio e scelta di valore. In ogni caso sarà allora che si noterà in tutta la sua rilevanza questo almeno apparente paradosso: omosessuali e lesbiche che chiedono con forza il matrimonio proprio nel momento in cui il matrimonio eterosessuale sembra all’apice della propria crisi” (p. 193).
Matrimoni contiene dieci “microromanzi”.
Nel primo, Francesco e Roberto non si promettono amore “finché morte non ci separi”, no. Dicono l’un all’altro, raccontandosi in quotidianità, semplicemente: “Lui mi protegge anche dalla morte” (p. 20).
Nel secondo, troviamo Edda e Ada. Sono cresciute col fascismo, con la guerra (agli inizi del 1943 erano due ragazze di 17 e 18 anni). Parlano della loro partecipazione al Pride, il World Gay Pride, nell’Anno Santo: “Il Paradiso. Ci è venuto un po’ da piangere per la commozione, poi ci siamo guardate in faccia e siamo scoppiate a ridere. Solo un po’. Era una cosa seria. A un certo punto, facendo finta di niente, stando in mezzo alla calca, ci siamo anche tenute per mano. Per cinque minuti. Che emozione! Un Paradiso” (p. 34).
Nel terzo, Patrizio e Filippo testimoniano la propria infedeltà: “Non c’è nessuno che sostenga davvero la monogamia. Cioè un solo partner tutta la vita. Si dice: un solo partner alla volta […] Insomma, a me, a noi, sembra incredibile. A sentirli parlare sono tutti fedeli, poi guardi meglio […] Noi siamo due infedeli. Apertamente infedeli. Ce lo siamo detti. Funziona” (p. 45).
Nel quarto, Tiziana – pensando all’amore che Barbara nutre per lei – dice: “La gente in genere non capisce, giudica. Non ascolta e non ama le storie complicate. Forse perché ha paura delle voragini che si potrebbero aprire nelle loro fragilissime esistenze, nelle fragilissime costruzioni che hanno tirato su” (p. 68).
Nel quinto, Angelo si innamora di Tommaso, prete a Napoli. L’amore respinto. “Respinti – dice Tommaso – dalla comunità ecclesiale, respinti – con nostro stupore e rabbia – dalla comunità omosessuale, molto simile alla chiesa cattolica: analoghe gerarchie, analoga pretesa di decidere i buoni e i cattivi, chi ha diritto di stare dentro e chi deve stare fuori, chi ai posti d’onore e chi ai margini. Di chiese così a noi ne era bastata una. E ci siamo ritrovati soli” (p. 76).
Altre storie parlano d’amore, l’Amore in cui confidiamo. Noi che confidiamo nelle persone che amano, sappiamo che dell’amore e della sua accezione “spirituale” si possono dire tante cose.
Il libro di Piergiorgio Paterlini invita a non banalizzare e tenere elevato il livello delle domande che si pongono le persone omosessuali, fino a oggi private di ogni modello specifico.
In Matrimoni ci sono esperienze anche “difficili” e meno ovvie, come quella raccontata nell’ultimo capitolo intitolato Eclissi di sole (pp. 157-172).
Cosa davvero
pensano le persone dell’amore, cosa sacrificano per questo? A cosa, invece, non
rinunciano?
Siamo fatti di idee che trovano riscontro solo nel mondo dei “pensieri elevati”
oppure qualcuno, con coerenza e dedizione, si è incamminato verso questo pianeta
così diverso dal quotidiano?
* * *
Matrimonio gay: è la cosa giusta?
C’è davvero bisogno di avere il matrimonio etero anche per i gay?
di Pasquale Quaranta, Gay.tv, 19 novembre 2004
Per alcuni una legge sui matrimoni gay non apre alla differenza e a nuovi spazi di libertà, ma omologa il pur auspicabile e necessario riconoscimento legale e simbolico delle convivenze omosessuali a una “istituzione eterosessuale monogamica”.
Cosa c’entra il matri-monium con le persone omosessuali? Perché voler parassitare un’istituzione eterosessuale, invece di creare nuove forme di vita e nuove istituzioni? Un patto di amicizia e di convivenza, per esempio, che chi vuole può fare benedire nel nome di Venere Urania oppure da Gesù, se crede nell’Amore Eterno?
Ne abbiamo parlato con lo scrittore Gianni De Martino, autore – tra l’altro – di un blog e di un bel romanzo, Hotel Oasis (Mondadori 1988; Zoe 2001).
“Il matrimonio – spiega De Martino – è un’istituzione che storicamente lo stato laico deve alla Chiesa cattolica: nei primi secoli del cristianesimo si trattava di passare dal barbaro connubio dei guerrieri germanici al matri-monium – facendo tesoro anche delle istituzioni romane -, ovvero alla protezione della donna (che veniva rapita per il connubium) e alla tutela giuridica della maternità. Matri-monium segna, attraverso una cerimonia che è andata cambiando nel tempo, l’accesso giuridico della donna alla maternità legale. Più tardi, quando era importante per i signori feudali mantenere le proprietà all’interno delle famiglie, il matrimonio ha posto particolare attenzione specialmente alla tutela della filiazione legittima, alla educazione della prole, eccetera, fino al matrimonio borghese al quale acconciarsi, limitando in maniera più o meno ipocrita la propria libertà sessuale, in cambio di alcune compensazioni e una certa sicurezza”.
Ma anche nel matri-monium affetto e amore hanno la loro parte…
“Ma affetto e amore non costituiscono da soli il matrimonio, e inoltre affetto e amore si trovano anche in altri tipi di patti fra due o più persone che si amano e s’impegnano per la vita, o anche per realizzare insieme un bene provvisorio e lecito. L’affetto, l’amore, i piaceri condivisi e l’umana compagnia sfuggono, per fortuna, a quelle leggi prima ecclesiali e poi statali che hanno istituito il matri-monium. Non è una questione di termini, ma di storia, di leggi e di simboli. Come se duemila anni di storia, di filosofia, di progresso civile e di cure fossero passati invano. Come se tutto fosse uguale a tutto, come se fosse tutto lo stesso, nel regime dell’Identico. Una volta strappato il matrimonio a una presunta aristocrazia eterosessuale monogamica, questi perde il suo significato. E non sarà certo per aver introdotto il dato omosessuale nel matrimonio che i gay saranno uguali”.
Matrimoni gay in Italia: quale scenario si aprirebbe davanti agli occhi dei cittadini omosessuali?
“Ci si appiattirebbe, semplicemente, su una istituzione eterosessuale perbene, in osservanza al regime del re-coppia e l’esibizione di una vita virtuosa, prudente, informata, nemica del desiderio omosessuale, della sua specificità e differenza. Nel frattempo, si vivrà una relazione che è ancora tutta da inventare, dalla A alla Z. Cosa significa per due uomini vivere insieme, condividere la domesticità, i viaggi, le gioie, le confidenze, le tristezze, e scambiarsi dei piaceri? Significa amore, certo, e la convivenza di fatto comporta dei diritti e dei doveri che andrebbero riconosciuti e tutelati dalle leggi, ma non sarà certo l’appropriazione indebita dell’istituzione del matrimonio a dare una forma bella e civile a quella unione, contribuendo alla creazione di uno spazio più largo per tutti: sia per coloro che si vivono come eterosessuali, sia per coloro che si vivono come omosessuali o gay, sia per coloro che non si vivono come niente del genere, e magari si dicono queer, transgender, oppure onnisessuali”.
Restando in tema, Javier Marías1, scrittore spagnolo, commentava su la Repubblica delle Donne:
“Personalmente non capisco perché gli omosessuali s’incaponiscano a voler contrarre le nozze (a parte per questioni pratiche, come per esempio poter lasciare più facilmente l’eredità), ma tant’è. Ciò di cui non dubito è che, prima o poi, il fatto che una comunità finora esclusa (…) aspiri all’ordine, alla legalità, alla monogamia o monoandria, al compromesso, alla fedeltà, alla prescrizione, al contratto, alla struttura familiare che la Chiesa propugna, all’integrazione al lato conservatore del mondo, ad accettare le regole del gioco imposte dai benpensanti, presuppone per entrambe le istituzioni, matrimonio e famiglia, un’iniezione di vitamine senza paragoni. Se quelli che stanno fuori premono per stare dentro, significa che quel dentro è desiderabile, buono. Se i proscritti (…) anelano a rimanere iscritti, significa che iscriversi è raccomandabile e addirittura fashionable. Queste pretese imitative degli omosessuali, solo civili, non religiose né pertanto tendenti ad affossare la fede o i dogmi, danno l’esempio e favoriscono i propositi della Chiesa – non diciamo dello Stato – e rafforzano l’ordine da essa stabilito”.
“A questo punto – continua Gianni De Martino – bisognerebbe porre correttamente e sentitamente il problema alla Chiesa, ma senza ricorrere a banalità zapatere e dire che il matrimonio gay è la soluzione. Vorremmo un riconoscimento simbolico della bontà dei piaceri omosessuali e del nostro amore, e anche del fatto che una relazione affettiva stabile arricchisce la società dando una forma bella e civile al desiderio. In altre culture esistono istituzioni che valorizzavano le unioni omosessuali, senza peraltro mettere l’accento (come nella nostra cultura) sul sessuale. Il matrimonio, per sua formazione storica e il simbolismo che vi è connesso, è un’istituzione che occorrerebbe lasciare dove si trova, creandone altre che valorizzino le differenze, invece di confondere le cose e rendere demagogicamente tutto uguale a tutto, quando non lo è”.
1 Javier Marías, “Le nozze gay? Una benedizione”, la Repubblica delle Donne, 418, 18 settembre 2004, p. 40
Il pregiudizio popolare non ne prevede neppure la possibilità. Eppure le famiglie omosessuali cominciano ad essere una realtà concreta anche in Italia. Ne parliamo con la presidente dell’associazione “Famiglie Arcobaleno”, che insieme alla sua compagna sta vivendo le gioie della maternità.
di Pasquale Quaranta, Pride, ottobre 2006, pp. 15-16
Presidente dell’Associazione “Famiglie Arcobaleno” è una donna con la passione per il canto (è contralto in una corale salernitana) e per il web (è una delle sei owner della lista lesbica italiana: “Scrivo biografie di lesbiche famose” dice convinta, con un accento avellinese-salernitano mitigato dalla pronuncia francese).
Si guarda intorno circospetta, Giuseppina La Delfa, che vive in provincia di Avellino, in Campania, ma è nata nel nord della Francia nel 1963 da una famiglia siciliana emigrata. Lì ha studiato, ha incontrato Raffaella (sua coetanea e sua attuale compagna), si è laureata in lingua e letteratura italiana.
Dal 1990
entrambe si sono trasferite in Italia e da allora insegnano lingua francese
all’Università di Salerno.
Nel 2000 Giuseppina e Raffaella si sono
pacsate al
consolato francese a Napoli.
Nel 2003 Giuseppina ha messo al mondo Lisa Marie (3 anni ad aprile)
“grazie al semino di un signore
molto gentile”.
Solitamente i
figli fanno
coming out
con i propri genitori. In che modo farete coming out con vostra figlia?
Lisa Marie sa da sempre che noi abbiamo chiesto
“un semino a un signore molto
gentile che ci ha aiutate a farla nascere”. Una volta ci ha chiesto:
“E chi è? Come si chiama?”.
Le abbiamo risposto che non lo sappiamo perché non lo conosciamo.
“Sappiamo solo che è stato molto
gentile”.
Di solito anticipiamo le sue domande. Già adesso le spieghiamo:
“Hai una famiglia differente
rispetto alle altre perché hai due mamme”. In modo che non si
stupirà, un giorno, se qualcuno dovesse obiettarle l’assenza del padre o se
qualcuno si mostrerà stupito vedendola allevata da due mamme.
Qualcuno vi ha
mai chiesto se è giusto per una bimba avere genitori omosessuali?
Qualcuno che non sa niente delle nostre vite magari fa questo tipo di domande.
È come chiedere se è giusto, in astratto, avere genitori coi capelli rossi
oppure mancini. La trovo una domanda assurda. Una bambina dovrebbe crescere con
chi la ama e l’ha desiderata. È giusto che Lisa Marie abbia dei genitori che le
vogliono bene.
È l’amore che fa una famiglia, il resto ha poca importanza.
Ad ogni modo l’interrogativo è mal posto. La possibilità di procreare non è in
nessun caso concessa o imposta da terzi, ma è una scelta personale.
A vostra figlia
mancherà mai un padre?
Credo che si possa parlare di assenza di qualcuno se
l’hai avuto prima e poi non ce l’hai più. Ma se nostra figlia questo qualcuno
non l’hai mai avuto, credo che non le mancherà. Potrebbe avere, un giorno, la
curiosità di conoscere il donatore per scoprire, che so, delle somiglianze
somatiche. Ma non c’è sofferenza. Mia figlia soffrirebbe se una di noi
venisse a mancare, non per la privazione di questo ipotetico padre che non ha
mai avuto.
I bambini, piuttosto, soffrono se i genitori non si rispettano, o si separano.
Non lo dico io, ma studi autorevoli e soprattutto lo dicono i bambini allevati
da coppie omosessuali che, diventati adulti, raccontano le loro storie.
Quali sono le
difficoltà che incontra oggi una coppia lesbica con figli?
Innanzitutto il riconoscimento della co-madre nel sociale. Si dice sempre: “Di
madre ce n’è una sola”. Il ruolo della madre è talmente radicato nella nostra
cultura che la gente fa fatica a credere che una bambina possa avere due madri.
Solitamente si tende a sottovalutare l’importanza di colei che non l’ha
partorito. Io devo fare un grosso sforzo per spiegare a chi me lo chiede che
“Raffaella è la mia compagna ed è
lei l’altra mamma di Lisa Marie”. Altrimenti Raffaella si troverebbe
in una condizione non alla pari, non rispetto alla bimba ma nei confronti degli
altri, della società. Proprio come una madre dice:
“Lui è il padre di mia figlia”
(riferendosi al marito), allo stesso modo io, mamma biologica di Lisa Marie,
dico: “Lei è l’altra mamma di
mia figlia” (riferendomi a Raffaella).
Nella comunità
gay c’è chi rifiuta la parola “famiglia” per identificare questi nuovi rapporti
tra le persone. “La famiglia”, dicono queste persone, “fa acqua da tutte le
parti”, ed è spesso luogo di soprusi e di violenze”.
Secondo me la “famiglia” è questo ma è anche l’unione di persone che si amano e
condividono un cammino comune, volontariamente.
Non è la parola famiglia che dobbiamo combattere, ma la violenza e i soprusi che
possono minacciarla. Conosco famiglie etero pacifiche e serene.
Nostra figlia vivrà con me e Raffaella, con la nostra famiglia, fino al
compimento dei 18 anni. Poi sarà libera di scegliere cosa fare della sua vita.
Chiamiamoli triangoli, rettangoli, comunità, ma la sostanza resta sempre la
stessa.
Facciamo un
passo indietro. Da quanto tempo desideravi avere un figlio?
Dall’adolescenza. Ma essendo lesbica facevo questo ragionamento:
“Poiché non posso avere figli, non
li voglio”. È l’arte di reprimere se stessi. Quando non puoi avere
una cosa, è più facile dire che non la vuoi.
Come ha reagito
la tua famiglia di fronte alla scelta di avere un figlio con Raffaella?
All’inizio, quando c’era solo il progetto, era tutto più difficile. Non
volevano, dicevano che non era giusto privare la bimba di un padre. I miei
genitori sono siciliani tradizionalisti. Hanno fatto un grosso lavoro per
accettare questa situazione.
“Ma sei pazza”, obiettava mia madre,
“come ti viene in mente? Non sarà
mai mia nipote!”.
E tu cosa le
rispondevi?
Non le ho mai dato troppo peso. Dal momento in cui sono rimasta incinta, i miei
hanno cambiato atteggiamento. Adesso guai a chi tocca Lisa Marie! La bimba ha
semplificato tutto, anche i rapporti con i miei genitori. Mia madre telefona
alla mia compagna per chiederle come sta.
Ho avuto sempre paura che i miei non accettassero Raffaella come co-madre. Con
la nascita di Lisa Marie non hanno potuto far finta di non vedere, di non
capire. Perché se c’è una bambina che mi chiama “mamma”, e chiama così anche la
mia compagna, allora non puoi far finta che Raffaella sia la mia “coinquilina”.
Finché eravamo due in casa, senza figli, anche la gente faceva finta di non
riconoscere il nostro amore. Soprattutto qui al Sud dove molte donne, a causa
degli affitti costosi, condividono l’appartamento con un’amica.
Quando hai
capito che potevi realizzare il sogno di diventare madre?
A 35 anni ho cominciato a leggere un po’ ovunque. Storie di donne che hanno
fatto ricorso a tecniche di procreazione assistita e di cliniche dove le coppie
omosessuali sono accolte senza problemi come qualsiasi coppia sterile. Internet
mi ha aiutata molto, e a dire il vero anche qualche giornali scandalistico. Così
mi son detta: “Perché no, dopotutto?”. Da quel momento è iniziato a venir fuori
l’istinto materno che avevo represso, a venir fuori più forte che mai.
E Raffaella?
Come ha reagito la tua compagna?
La mia compagna, all’inizio, non se la sentiva di affrontare questa “battaglia”.
Dovevamo combattere due guerre. Quella personale e quella con il mondo. Era
troppo.
Ci ha aiutate l’Associazione
Apgl
(Association des parents et futurs parents gays et lesbiens).
Grazie a loro abbiamo visto con i nostri occhi tante coppie lesbiche che hanno
avuto bambini. Abbiamo visto bambine di 8-10 anni sorridere felici con o senza
padre. Questo ci ha sollevate.
Quali sono i
diritti negati ai figli di genitori omosex?
Attualmente, in caso di morte del genitore biologico, i figli nati all’interno
di una relazione omosessuale rischiano per legge di essere privati della
continuità affettiva con il co-genitore.
Negli eventuali ricoveri dei figli in ospedale, il co-genitore non può decidere
da solo in merito alla salute del bambino.
Una persona che ha avuto un figlio in una relazione eterosessuale e si scopre
omosessuale vive la forte paura che il figlio, nell’eventuale separazione, possa
esserle sottratto.
In caso di separazione, i figli nati all’interno di una relazione omosessuale
non hanno alcun diritto di avere contatti con il co-genitore. Di contro, il
co-genitore non è tenuto ad assolvere a nessun dovere circa il mantenimento dei
figli.
Come vi siete
accordate tu e Raffaella?
Siamo andate da un avvocato e abbiamo cercato di fare il possibile affinché, in
caso di morte della madre biologica, la bambina venga affidata all’altra madre.
Questa volontà deve essere espressa chiaramente nel proprio testamento. In caso
di separazione, invece, sta alla nostra buona volontà garantire questa
continuità affettiva ed economica.
Un consiglio
alle aspiranti madri lesbiche?
Siate visibili e chiare, altrimenti combinerete solo guai!
È una realtà nuova, non possiamo pretendere che la gente capisca subito qualcosa
che noi stessi abbiamo faticato a realizzare.
Se avete bisogno, non esitate a visitare
il nostro sito
e a contattarci.
Il punto è che qui non si tratta di riformulare il
concetto di “famiglia allargata”, ma di allargare il concetto di famiglia.