Ben vengano altri “vorrei”: scriveteci!

Quel che vorrei

 

E’ mio impegno di vita unirmi a coloro che fanno la richiesta di rendere opzionale il celibato dei preti. Se è vero che perplessità e dubbi mi attraversano mente e cuore, non sopporterei che la mia diversità nel modo di intendere tale richiesta mi allontanasse da compagne e compagni di viaggio, senza i quali mi sentirei sola. Perciò prendo il coraggio con entrambe le mani ed espongo alcune mie perplessità.

·        Vorrei fare una prima pressante domanda: a che pro chiedere il presbiterio uxorato, se questo resta innestato in una sfera sacrale la quale - si afferma con forza nella Chiesa - renderebbe il prete diverso dagli altri[1]? Sia chiaro, è mia intenzione fare di tale premessa, non motivo di contestazione, bensì  di ri-costruzione. Vorrei che aumentasse il numero di coloro che si preoccupano di trasferire il modello dottrinale attuale sul Ministero verso il piano generoso della sequela indicato da Cristo: Chi vuole essere il primo si faccia ultimo; e i preti assieme alle loro mogli potrebbero essere tra i primi, in questo, già da oggi.  

·        Vorrei che si promuovesse un'operazione culturale la quale liberi l'ascesi dal suo rapporto intrinseco con la sessualità. Il celibato obbligatorio per i preti, nonostante tutte le dichiarazioni ufficiali che enfatizzano la dignità sacramentale del matrimonio, mette confusione nelle menti della gente, perché induce ad identificarlo, di fatto, in una condizione di vita che permette l’appagamento sessuale! Quasi tutti subiscono l’abbaglio del giovane che sceglie resistendo alla via facile perché predomina in lui l’amore totale a Cristo. C’è bisogno di una nuova spiritualità, di una rigenerazione dell'umano, che sia disincagliato dalla ricerca dei beni esteriori e proteso alla crescita dell’interiorità, là dove si innesta l’incontro umano-divino. A ciò si oppone un cuore impuro, incapace, cioè di riflettere l’immagine e somiglianza divina.

·         Vorrei che il prete il quale si sposa per ponderati motivi riscoprisse in tutta la sua estensione ed intensità la chiamata universale, base di ogni specifica vocazione. L'emarginazione ecclesiale, anziché subita come un condanna (quale è), può trasformarsi in mezzo per essere davvero tra gli ultimi: anzichè lanciare da un pulpito proclami e professioni di umiltà, conta praticare il ministero del grembiule, come diceva e faceva il vescovo Tonino Bello. E' bene desiderare di ritornare nei ranghi? O non è meglio costruire una realtà di comunione in mezzo al Popolo di Dio, tanto da far scoprire alla gente (non necessariamente in maniera esplicita) qual è la vera essenza della missione cristiana? Stare attenti ad ogni parola e gesto che possano rivelare la corruzione della chiesa, e farne motivo di rimprovero ad essa, non la converte. Otterrebbe molto di più la sobrietà delle nostre parole e soprattutto della nostra vita.

·         Vorrei che ogni prete sposato impegnato non si costruisse la sua chiesuola…

·        Vorrei che le mogli non influenzassero i mariti a prendere il largo imborghesendosi, o a dimenticare il passato. Essere stati preti dovrebbe rafforzare l’impegno  a  vivere la ‘conquistata’ laicità nella ricchezza della nuda (leggi: non paludata) fede: tanto da contagiarne i preti in ministero. a volte alla ricerca di evasioni...

·        Vorrei che le donne travagliate pesantemente a causa di un rapporto con preti in ministero innamorati, sempre indecisi tra il lasciarle in pace e il permanere in maniera morigerata nell’esercizio del Ministero, cercassero vie di liberazione.

Ausilia Riggi



[1] Nella "Pastores dabo vobis". che è il documento più importante di Giovanni Paolo II sul "sacerdozio", non mancano nozioni di psicologia e di antropologia che indicano come integrare nella vita della persona eletta al "sacerdozio" aspetti naturali e soprannaturali, in vista di un difficile, ma non impossibile, equilibrio tra natura e Grazia. Ma perché Dio dovrebbe operare tale trasformazione spirituale (che rende più pienamente umane le persone) nel ‘sacerdote’ in modo tale da renderlo ontologicamente (= nel suo essere) diverso dai comuni cristiani? Se il ‘capo’ (leggi: la testa) è Cristo e tutti siamo sue membra, perché il ‘sacerdote’, non dico rappresenta o funge-da, ma è la testa del corpo-chiesa? E non si tratta di aspetti simbolici o funzionali! Il ‘sacerdote’ è sacro, oggettivamente, essenzialmente, impastato di divino … Ma ripeto anche in nota, preferisco non fare di ciò motivo di contestazione, bensì fare e proporre teologia CONCRETA