Commento e sviluppo epistolare al libro:
Giancarla Codrignani, l’Amore
ordinato, ed. com nuovi tempi, Roma 2005

Ausilia
Cara Carla, i tuoi abbondanti riferimenti alla tematica femminile sono più che opportuni, perché questa è l’anima di un sito di donne. Permettimi, però, di continuare a sollecitarti con le mie domande e riflessioni concentrando il discorso, questa volta, su uno degli argomenti che tocchi.
E’ quello del potere, col quale le donne debbono misurarsi, sia perché lo subiscono essendone tenute lontane, sia perché, quando vi accedono, difficilmente riescono a tradurlo in modalità davvero «differenti»
L’argomento non è un optional in questo contesto nel quale ci poniamo nel parlare di donne in rapporto con il mondo rigorosamente maschile e celibatario dei preti, che non per nulla sono insistentemente chiamati «sacerdoti». Pare che, anche quando esse vi si oppongono, non sempre esplicitamente, non sempre con strumenti di pensiero, ancora non ce la facciano a districarsi in piena libertà. Per lunga esperienza posso affermare che vi restano impigliate sia donne che non riescono a coronare col matrimonio il loro rapporto di amore col prete sia donne che sono riuscite a realizzare il loro sogno. Avvertono, a volte per semplice profondo intuito, che il «Popolo di Dio» è unico, pur nella diversità delle funzioni; si ribellano all’idea di un conclamato Servizio a Cristo e alla chiesa associato assolutamente ad un celibato obbligatorio, forse perché, esperte nel servizio non mistificatorio, toccano con mano di essere in gioco proprio loro per motivi di genere.
La maggior parte delle donne in questione accompagna il prete durante il periodo angoscioso del travagliato contrasto tra la propria coscienza e la legge. E aggiungiamo, limitandoci per ora a sfiorare l’argomento, che la loro tenacia nel resistere in situazioni difficili contorte mortificanti… sarebbe spezzata in radice se i preti «innamorati» non ricorressero a strategie tipicamente maschili di seduzione e di allontanamento, gelosie pretenziose ed oppressive. Quando l’amore viene travisato e deviato verso un legame clandestino, la porzione di sofferenza è onerosa per entrambi, ma quella delle donne è la più misconosciuta e acquista toni vittimali... E, aggiungo subito, certe tortuosità clericali permangono in maniera camuffata anche dopo il matrimonio, a meno che la donna non abbia un grado di maturità tale da aiutare il proprio compagno, senza pretendere che ogni traccia della prima parte della vita da prete venga relegata nel subconscio.
Ma che c’entra il potere?
Purtroppo sì, e molto. Perché il Ministero (usiamo la maiuscola per non ripetere l’attributo «presbiterale») è realtà forte, la più forte tra le categorie mentali umane: non si tratta di un ruolo qualsiasi, bensì della consapevolezza, indotta da una formazione pervasiva, di ricevere un «investimento dall’Alto», che cambia sostanzialmente, nobilitandola, l’identità della persona. Lo sappiamo, non c’è potere più forte di quello esercitato in nome di Dio sulle coscienze. Vittime dirette ne sono: a) il prete che non riesce a vivere l’elezione divina in modo da trascendere e sublimare ogni «peso» della natura umana; b) la donna sulla quale si scarica la crisi esistenziale del proprio compagno. La situazione vittimale trova nella donna il suo terreno fertile; ed infatti, anche quando lei è forte per carattere, lo è di meno di fronte al travolgimento dell’amore, che gioca le sue astuzie più raffinate nell’insidioso intreccio tra sacro e profano.
Certamente sarebbe ingiusto colpevolizzare i singoli soggetti maschili, tanto meno le donne più sprovvedute di fronte ad un mondo a sé, quale è quello presbiterale; ma – ancor oggi - tocca alle donne CAPIRE. E’ più difficile che siano gli uomini «investiti di sacra potestas» a sottrarsi al potere del sacro che aleggia con «spirar di venti impetuoso». Anche quando i preti sposati professano, dopo lunghi anni di vita laicale, piena laicità e superamento di ogni legame col passato, spesso arriva un giorno che quest’ultimo esploda; a meno che essi non possano farsi forti di vie alternative che convoglino le potenzialità del persistente carisma in forme di impegno sociale non meno valide di quelle espresse nel Ministero.
Nel nostro dialogo non possiamo fare approfondimenti teologici. Dobbiamo chiederci soltanto quello che tu metti al centro nel tuo libro: quel che tu chiami «amore ordinato», ben giocando sull’equivoco, esiste o no? E cioè il prete che si sposa riesce a coniugare nella sua vita, «ordinatamente», la vocazione presbiterale col matrimonio? Può confluire da quello che viene considerato dis-ordine istituzionale un amore-in-ordine? E perché la trasgressione di un canone (perfino quella «purificata» da regolare dispensa) deve continuare a pesare dal punto di vista ecclesiale, sociale, psicologico, addirittura spirituale?
Qui so di dover mettere in colluttazione ravvicinata ciò che invece è diluito nell’esistenza delle persone (tanto che i soggetti in causa potrebbero non riconoscersi in essa) e lievita nella mentalità e nella coscienza della gente, educata in maniera «permanente» da tutto l’armamentario pedagogico della chiesa. So di toccare note aspre, ma so anche di appellarmi alla chiarezza della verità. Rifiuto che le mie parole siano ridotte a rimprovero rivolto all’autorità ecclesiale competente. Voglio con tutte le mie forze il dialogo, senza piegarmi ad ottenerlo con la sottomissione, ma anche senza sconfinare nell’offesa e nella denigrazione di nessuno, nemmeno dell’istituzione che è asse portante umano indispensabile di ogni realtà che fa storia. Il vero ostacolo è nel consolidamento strutturale che travolge l’umanità di chi è dalla parte del potere. Attaccarlo con parole infuocate non serve. Bisogna trovare la via che apra al dialogo. Mi chiedo e ti chiedo se le donne sapranno farlo.
Voglio accennare a due esempi tratti dalla mia concreta esperienza. Il primo mi è capitato alcuni anni fa. Tramite una corrispondente del sito vengo a sapere che la figlia avuta da un prete rimasto in ministero era in cura da una rinomata psicanalista, la quale nientepopodimeno era stata moglie di un prete teologo e psicologo di fama (tanto che io lo conoscevo soltanto come esperto nella sua materia). Ero ben felice di poter contattare l’esperta, contando di poterla avere tutta dalla mia parte. La raggiungo per telefono. Sono ammonita in maniera drastica: nessuno doveva sapere la sua identità di moglie di un prete, anche se ormai defunto; lei si sarebbe rovinata nella carriera e nella fama qualora fosse stata riconosciuta come tale; insomma i due erano divenute «celebrità» in quanto esenti da quella terribile macchia. Accipicchia che liberazione offrono le competenze in campo psicologico!
Un altro caso. Spentasi una persona di rilievo nel mondo accademico, al tentativo di parlarne come di uno di noi, ciò è stato interpretato, da parte femminile, come «mancanza di rispetto»: il prete che si sposa non ha a che fare con la gentaglia (che siamo noi). Tale e tanta è tuttora l’accortezza delle mogli nel voler ridare alla persona del marito la dignità… persa! Zavoli diceva ad un suo amico giornalista: “se non la smetti di riferirti al tuo passato di prete, un posto alla RAI te lo puoi scordare”. Termini, questi, che, proferiti da un laico, mostrano a chiare lettere quale sia la mentalità perfino negli organi direttivi della RAI.
Detto ciò, prima di lasciare la penna a te, che giudico capace di individuare i misteri legati al sacro ordine… e di leggerli in chiave femminile, voglio sollecitare altre donne che come te hanno un ruolo importante nel panorama femminista.
Nell’orizzonte culturale intriso di miopia sacrale, dialogare con la chiesa-istituzione sul nostro argomento non sarebbe impossibile se il femminismo ci aiutasse a trovare la via giusta. Non ci vanno di mezzo né dogmi né esigenze apostoliche sostanziali. In questione è l’emarginazione della donna dal potere. Il celibato ha aspetti mistici fuori di ogni discussione e questi non vanno attaccati. La gente però dovrà essere educata a dissociarli da uno stato di vita esclusivo. I valori non sono zona proibita per nessuno/a.
Un abbraccio, Ausilia
GIANCARLA
Se le donne che subiscono violenza fisica dall'uomo, dal loro uomo, non solo
sono umiliate e fisicamente insudiciate ma qualcuna arriva a sentirsi non
insudiciata, ma sudicia, non meraviglia che la donna che ha sposato un prete si
senta "in colpa". Infatti le società condannano ancora, per
pregiudizi che possono diventare norma, la vittima dello stupro più del
violentatore. A mio avviso, è qui la radice profonda del potere patriarcale, che
"usa" e non riconosce come valore il corpo della donna.
In questi giorni
di delirio sulle libere convivenze e sulla "natura" della famiglia, ho ripreso
un mio antico ragionamento. A riprova che la famiglia è "cultura" e non "natura"
(da lasciare ai conigli, anche forse anche fra conigli "ci si sceglie"), credo
che si debba riflettere sulle origini, quando né la femmina né il maschio
conoscevano la relazione che intercorre tra rapporto sessuale e riproduzione. La
donna era venerata come sacra e la nascita appariva un prodigio da cui l'uomo si
sentiva estraneo, mentre per
la donna era, sia pure oscuramente, una realizzazione del sé. Quando fu chiara
la connessione, l'uomo inventò la famiglia e disse "questa donna è mia", "questi
bambini sono miei": alla donna non sarebbe mai venuto in mente.
Antropologicamente non fa una piega; in certo senso neppure
teologicamente: secondo la narrazione sacerdotale biblica, Dio crea Adamo dal
fango, Eva da un pezzo del corpo maschile e completa così il perfezionamento
progressivo del mondo. E' uno dei pochi casi in cui la teologia non giudica
sulla base della consueta impostazione gerarchica: perfino gli angeli seguono un
ordine progressivo nella fruizione della visione beatifica, mentre nella
creazione dall'inanimato all'animato, dall'animale all'umano non si sottolinea
il crescendo, perché a una donna
può non importare assolutamente nulla, ma il maschile non può accettare che
l'interpretazione coerente induca a concludere con la superiorità qualitativa
del femminile.
In epoca storica il potere è già un bisogno "naturale" e l'uomo lo riconosce come proprio del suo "ordine": ci sono uomini che valgono di più, altri meno, uomini servi e uomini liberi. Perfino i figli seguono l'ordine gerarchico: legittimi e illegittimi, primogeniti e cadetti, maschi e femmine. I più forti sono i soldati, che difendono, non senza competizione, gli uomini diversamente forti che governano; ma i più forti di tutti sono gli "uomini del sacro" che possono dare o negare a qualunque potere l'aiuto o la maledizione divina.
Stop: noi donne scartate per sempre.
L'organizzazione religiosa ha risvolti gerarchici e di potere perfino nel Buddismo; ovvio che li abbia anche in quella cristiano-cattolica nella quale viviamo. Se ne vediamo i limiti, rendiamoci conto che siamo solo nel 2007 d.C.
Il Vaticano II
ha chiarito che il popolo di Dio è uno solo e comprende laici e preti; tuttavia
non è un concetto così acquisito, anche se la maggioranza dei praticanti non ha
più pregiudizi (così dicono i sondaggi) nei confronti del matrimonio dei
ministri del culto, cioè del loro essere partecipi della responsabilità del
vivere, come tutti. Solo che il potere del sacro ha una caratteristica
specifica, che determina - più dell'altro potere totalizzante, quello militare –
deformazioni psicologiche dell'umano non facilmente reversibili. I "segni"della
presenza del divino nell'umano comportano elementi sacrificali, necessari perché
Dio si possa rivelare ad opera dei "sacerdoti" in mezzo al suo popolo.
Tralasciando i sacrifici umani, Artemide poteva accecare chi la vedeva nuda e
donargli la profezia, i Coribanti si eviravano e anche Origene risolse così i
suoi problemi, non sembrandogli sufficiente la circoncisione:
l'abominio - pensiamo all'etimologia - mirava al corpo e alla sessualità
genitale, ritenuti impuri. Nel profondo la donna non si sente impura, ma
subisce, a cominciare dalla madre di Gesù, di cui la chiesa commemora la
"purificazione" che la tenne, come ogni donna ebrea, per quaranta giorni dopo il
parto fuori dal Tempio.
Il ministro che è uscito dall'Ordine (nel doppio senso del termine), sia trasgredendo da clandestino, sia con una rinuncia che non lo libera dal “sacerdos in aeternum”, "ridotto" (ancora un verbo della degradazione gerarchica) allo stato laicale, non è quasi mai un uomo totalmente libero. La sua compagna, se laicamente evoluta, ne percepisce vibrazioni di sofferenza che si riflettono almeno in parte su di lei; ma se, come spesso accade, è stata educata all'osservanza ubbidiente, entra in un ingorgo psicologico in cui la radice libertaria femminile soffoca nelle contraddizioni tra la nuda vita, i principi, le convenzioni.
Non mi stupisce
che una psicanalista vedova di un prete nasconda davanti alla gente (che di
solito sa tutto e pettegola) l'imbarazzo di un matrimonio dis-ordinato: anche le
psicanaliste hanno una psiche S.
Il contrasto coscienza-legge è, tuttavia, del tutto artificiale, costruito
perché la gente si adegui, onori il potere e gli uomini "consacrati" paghino un
prezzo all'autorità terrena per diventare delegati di Dio. L'obbligo - non il
carisma volontario - del celibato è, infatti, tardivo e nasce senza alcun
fondamento scritturale o pastorale: serviva solo a conservare alla chiesa beni
che sarebbero potuti andare ad altri eredi.
Insomma, i sensi di colpa sono certamente un'invenzione e un abuso, ma pesano e
condizionano: sono anch'essi prezzi che si pagano al "potere", quello più forte
"in nome di Dio". Il prete è l'eletto, la donna è la tentazione che riporta alla
vita concreta anche i più umani, i meno lesi psicologicamente: l'amore può
salvare, ma fino a un certo punto. Perché l'amore non è mai "in ordine".
Detto questo, credo che il mio ragionamento sia diverso solo stilisticamente dal tuo. Non c'entrano né dogmi né esigenze apostoliche sostanziali, dici tu: d'accordo.
Ho qualche perplessità sul dialogo: se conserviamo, anche rimossi, sensi di colpa, l'argomentazione a favore di una "liberazione" della Chiesa dalle fobie sessiste avrà limiti difensivi: giustamente ritieni che il femminismo dovrebbe dare una mano, perché, più ancora dell'emarginazione della donna, sono in questione la sua DIGNITA'e la sua LIBERTA'. Non sarà facile, perché "questa" nostra chiesa che da tempo mostra la paura di una secolarizzazione che ha essa stessa in gran parte prodotto, ha portato alle risorgenza del rifiuto non solo di un sacro regressivo e alienante, ma anche di contenuti in gran parte già esplorati e, tuttavia, ancora inattuati della "buona novella" affidata alle nostre mani.
Vediamo di fare quello che possiamo. E molte altre ci aiutino.
Un abbraccio, Giancarla