DONNA, CELIBATO, INCULTURAZIONE: È URGENTE UNA DISCUSSIONE CORALE  NELLA CHIESA.
DICIAMO UN CONCILIO

Il dibattito intorno ad un "nuovo Concilio", suscitato dalla petizione diretta al papa nel 2002 (v. Adista 33 e 72/02), procede lentamente ma instancabilmente. Qui di seguito pubblichiamo, in una nostra traduzione dallo spagnolo, la breve riflessione che dom Demétrio Valentini, vescovo di Jales (Brasile), ha presentato a São Paulo intervenendo alla Conferenza 2003 sul Cristianesimo in America Latina e nei Caraibi, svoltasi nei giorni a cavallo fra luglio e agosto passati. A diffondere il testo di Valentini è ora il sito internet "verso un nuovo Concilio" www.proconcil.org (in lingua spagnola ed inglese). Il sito aggiorna periodicamente il numero delle sottoscrizioni alla petizione. Dall'ultimo, recentissimo aggiornamento si rileva che sono arrivate a 11.605 le firme raccolte. 38 sono di vescovi (due dei quali sono cardinali: Paulo Evaristo Arns, arcivescovo emerito di São Paulo, e Stephen Fumio Hamao, presidente del Pontificio Consiglio per la Pastorale dei migranti, fresco di nomina), 8.217 di laici, 1.651 di religiosi e religiose, 947 di sacerdoti e 410 sono di teologi. Il testo di dom Demétrio, anch'egli firmatario della petizione, sostiene la necessità di un nuovo Concilio perché è impellente discutere di questioni che per il Vaticano II non erano mature (vedi il celibato ecclesiastico obbligatorio) e questioni che solo dopo sono emerse con un'effettiva e giusta urgenza, come il tema della donna e quello dell'inculturazione. In questa prospettiva, il vescovo brasiliano concorda, seppure indirettamente, con il card. Carlo Maria Martini, già arcivescovo di Milano, che per un'assemblea di tipo conciliare si era già espresso durante il Sinodo per l'Europa (v. Adista n. 73/99), e che è tornato recentemente sull'argomento (l'11 settembre, al pontificio seminario Leoniano di Anagni, dove, su invito dell'Associazione Teologia italiana, ha parlato di "Esercizio dell'autorità nella Chiesa"). Secondo il cardinale, un eventuale e atteso Concilio non dovrebbe trattare tutti i temi, ché lo ha già fatto il Vaticano II. Dovrebbe invece essere ristretto a temi urgenti e particolari che sono emersi con forza in questi ultimi anni.

Di seguito la riflessione di dom Demétrio Valentini.

Molti si chiedono, oggi, se non sarebbe il caso di convocare un nuovo Concilio Ecumenico, data la quantità di problemi che pesano oggi sul futuro della Chiesa nella complessa realtà che segna questo inizio del nuovo millennio.

Ragioni per un nuovo Concilio non mancherebbero. A partire dal fatto che alcune questioni, per quanto già pendenti 40 anni fa, incontrarono forti ostacoli per una discussione nel Concilio, come fu il caso del celibato presbiterale, la cui trattazione conciliare venne proibita da papa Giovanni XXIII, certamente per un strategia che aveva motivo di essere.

Altre questioni sono successive al Concilio e hanno oggi un peso maggiore nella problematica ecclesiale, come, per esempio, il vasto campo dell'inculturazione della fede, che, all'epoca del Concilio, non era ancora emerso alla coscienza della Chiesa. Un altro tema che è apparso dopo e che assume attualmente una dimensione ecclesiale molto più significativa è quello della donna nella Chiesa e nella società. Pertanto non mancherebbe materia per un nuovo Concilio Ecumenico. Succede però che non basta fare un Concilio. La dimensione della "conciliarità" ha bisogno di trovare forme più permanenti di realizzazione, non solo come pratica eccezionale e sporadica. Man mano che rafforziamo la partecipazione e la circolazione delle riflessioni, dello scambio di esperienze di conoscenza reciproca degli avanzamenti che si fanno nelle diverse Chiese particolari, si va anche rafforzando la dimensione partecipativa, che trova ovviamente nel "Concilio" la sua espressione più solenne, più ampia e più decisiva.I primi dibattiti riguardo alla proposta di un nuovo Concilio Ecumenico, già molto validi per principio per la libertà che deve esistere nella Chiesa e per l'avvio di iniziative pertinenti e serie, stanno dimostrando che la questione è più ampia.

In primo luogo, un nuovo "Concilio" deve essere anche un "Concilio nuovo" nel modo di realizzarsi, soprattutto per le nuove possibilità di partecipazione che ci offre la comunicazione elettronica. Basta pensare, per esempio, che al tempo del Vaticano II non esisteva il computer e tutti gli emendamenti e le votazioni dovevano essere redatte a mano e trascritte poi a macchina per essere distribuiti a tutti i vescovi. È vero che non è la tecnica a fare un Concilio, e di fatto essa può addirittura intorbidire la percezione delle autentiche domande che i poveri potrebbero avanzare ad un Concilio. Con tutto ciò è evidente che fare oggi un Concilio Ecumenico è una grossa sfida, che mette in evidenza l'urgenza di aprire un cammino per accogliere la valanga di autentiche richieste di partecipazione che i nuovi soggetti ecclesiali, a ragione, cercheranno di far giungere al Concilio.

Tanto più importante è che, quanto prima, si scateni un processo conciliare che apra prospettive sicure; che, allo stesso tempo, solleciti la partecipazione di tutti e indichi strade adeguate perché questa partecipazione possa convergere, con armonia ed efficacia, verso l'ampio estuario delle questioni centrali che la Chiesa ha bisogno di ponderare oggi con attenzione speciale.

(doc-1429. Jales-ADISTA).