Una risposta a Clelia che rispecchia uno dei modi per liberarsi. Se mettiamo insieme i nostri patimenti di amore e certe soluzioni della crisi del prete celibe, potremo fare una specie di forum che, contrariamente a quelli programmati, scaturiscono dalla viva esperienza. La moglie di un prete scriveva giorni fa: Aiutiamoci! Io sono felice, ma so per esperienza che i problemi del prete sono, in altro modo, i nostri problemi di persone innamorate. C'è davvero da pensare su quale asse di equilibrio camminiamo, se perfino una persona, moglie di un prete da 10 anni, chiede aiuto. Allora il problema è nella situazione di un celibato obbligatorio, e…. Ne parleremo.

Cara Clelia,

a proposito del compatire dall'esterno cui tu alludi come se fosse cosa facile, vorrei dirti qualcosa che in precedenza avevo testimoniato all'inizio della mia collaborazione in Donne Così, e che forse è sfuggito.

Anch'io ho avuto la mia parte di problemi con un prete, e a me è stato molto utile per la mia vita, l'aiuto competente di uno psichiatra che mi aveva in terapia per problemi annosi di schizofrenia. Lui e non un altro prete, è stato la persona che più mi è venuta incontro nello "smontarmi" la figura del prete per farmi capire le difficoltà che aveva l'uomo, anche di ordine psicoaffettivo, poiché io ho passata un'esperienza inversa alla tua: un mio parroco si è presa una cotta potente per me, per cui io ero diventata facile bersaglio anche in pubblico di allusioni e di avances non di ordine fisico, ma che pesavano molto sulla mia sensibilità. A questo aggiungi la vita molto prevedibile che all'epoca conducevo e che quindi rendeva facile raggiungermi durante la giornata, e puoi intuire che la situazione è stata molto pesante da sopportare. Lo è stata per ben tre anni, e cioè fino a quando non ho piantata la comunità che servivo e che avevo privilegiata scegliendo di restare dov'ero, e non mi sono rivolta a un suo superiore per chiedere che lo aiutasse. Allora ho scoperto che non ne aveva mai parlato con nessuno, ma che altri suoi comportamenti avevano destato delle perplessità, e che il mio contributo è servito a fare chiarezza. Quindi non è che io sia digiuna da un "telefono che squilla" solo se io ero a casa da sola, magari per interrompersi col silenzio dall'altra parte fino a quando non telefonavo in canonica per chiedere "Come stai? Come va?" e molto più di quanto non possa esprimere per iscritto: quasi tutto di quanto ho letto in sito non mi è nuovo, purtroppo, e dal punto di vista sentimentale e da quello psicologico.

Quando ne ho parlato la prima volta a mio marito non mi ha creduta perché "era un prete", ma poi ha capito da solo e ci siamo messi in testa, insieme, di dargli una mano a venirne fuori. Ci faceva molta pena. Abbiamo però capito che non si può essere il "morbo" e la "medicina" contemporaneamente, e quindi la sola cosa da fare era prendere il coraggio a due mani e farne partecipe un altro prete, dopo avere valutato con prudenza a chi dirlo. Ho scelto di farlo da sola e di percorrere la strada della confessione sacramentale, innanzitutto per offrirgli ogni opportunità di chiedere per meglio capire. Poi ne ho parlato anche al di fuori dal sacramento, in modo da aprire un dialogo che consentisse di intervenire senza violare il segreto sacramentale.

E' un consiglio che io mi sento di dare a tutte coloro che non ce la fanno ad uscirne: rivolgetevi a un supporto esterno psicologicamente competente. So che non è facile prendere una decisione del genere, ma io, quando ho troncato ogni rapporto, sia pure vivendo in un piccolo centro, ho anche cambiato numero di telefono di casa. Sono sparita dopo avergli detto che... sarei sparita.

Ringrazio quindi sia la vicinanza di mio marito sia il mio psichiatra, che all'epoca aveva in terapia anche preti e religiosi per i più svariati disagi, per avere abbandonata la strada della "crocerossina" ed avere capito che avevo davanti una persona che aveva bisogno di ben altro aiuto che della mia com-passione.

Garantisco che, anche se non si è sentimentalmente coinvolte in un rapporto d'amore, e si tratta di semplice amicizia, non è cosa facile, e quindi capisco bene le difficoltà cui si va incontro. Purtroppo però, se si incancreniscono le situazioni, spesso si rischia di chiedersi da sole se si stia sognando oppure se esiste un vero coinvolgimento, stanti gli atteggiamenti contraddittori, sguscianti, di difficile interpretazione, cui spesso ci si trova davanti.

Non pretendo che la mia strada sia univoca, naturalmente, ma è quella che mi ha risolto il problema, e che spero lo abbia risolto anche a lui, anche se da qualche anno non ho notizie perché le vicende della vita mi hanno portata in un altro posto d'Italia.

Vorrei aggiungere che non sempre si tratta di sessualità repressa, quella è solo una componente, piuttosto si tratta della scoperta di un'affettività che è stata colpevolmente castrata e che esplode anche in uomini non più giovani come età ma immaturi affettivamente, come nel mio caso, ed anche nei confronti di donne non più giovani (io avevo quarantacinque anni più o meno) e con una vita lineare ed affettivamente serena.

Le attrazioni "di testa" sono spesso molto più difficili da superare delle semplici attrazioni fisiche.

Ornella (Fabio, mio marito, ha approvato ogni riga della mia puntualizzazione)