Basilio Petrà, Preti sposati. Per volontà di Dio? EDB, Bologna 2004 pp.247 22,00

  1. Due tesi messe a confronto in maniera stringente
  2. Ad una semplice lettura dei testi prodotti dal Magistero negli ultimi decenni scorsi circa il tema del rapporto tra sacerdozio e celibato, così come Basilio Petrà ce li presenta, l'atteggiamento della Chiesa occidentale nei riguardi di quella orientale appare contraddittorio: vi si coglie il tentativo di sostenere l'unicità della verità di due tesi opposte l'una all'altra.

    Lo studioso si astiene da commenti e da facili toni ironici. Puntando il dito sull'essenzialità dei contenuti, evidenziati in modo che non si possa equivocare, fa cadere la copertura del frasario letterario e mistico; fa vacillare il carattere probatorio di alcune citazioni bibliche e di assiomi a prima vista incontestabili; rende davvero stringente il confronto tra due formulazioni, irriducibili ad unum.

    La questione del sacerdozio celibatario si presta molto a farsi paradigma del metodo utilizzato dal Magistero anche in altri contesti; ma il nostro Autore non si propone di dare una maggiore estensione all'analisi che compie; o forse - è lecito supporre - gli basta che la questione celibataria possa servire, implicitamente, da cartina di tornasole per altre verità ecclesiali difficili da giustificare, anche se proclamate con forza.

    La Chiesa di Roma, interpellata sulla differente regolamentazione canonica tra Oriente ed Occidente, anziché fornire considerazioni circa la relatività del celibato rispetto all'essenza sacramentale dell'Ordine, esaspera le sue impostazioni dottrinali (teologiche e pastorali), fino a fare del celibato una verità intrinseca al sacerdozio, conseguenza diretta della sua valenza sacrale. Intanto resta elusa, o almeno ambigua, la risposta alla più elementare domanda: il matrimonio dei sacerdoti in Oriente esprime la stessa essenza sacramentale alla pari del celibato?

    Il nostro Autore, a differenza di tanti altri che non finiscono mai di dimostrare le incongruenze e le inopportunità di un celibato obbligatorio, fa un passo avanti in una direzione verso la quale dovremmo tutti indirizzarci, se davvero vogliamo sbloccare il dibattito da una sorta di petitio principii, secondo cui la conclusione è implicita nella premessa, la cui veridicità resta tutta da dimostrare. Accenneremo come.

  3. Una Chiesa a due polmoni
  4. La Chiesa universale respira a due polmoni, secondo l'immagine del poeta russo V. Ivanov (1866-1949); e proprio per questo suo essere "duale" essa acquisterebbe una "struttura di pienezza". Sennonché ciò esigerebbe la messa in questione del suo primato, il definirsi "mater et magistra", anziché sorella delle altre chiese, soprattutto le orientali, diramatesi a partire dallo stesso alveo.

    Essa, pur riconoscendo quanto le sia utile l'apporto rituale e mistico del polmone di Oriente, non rinunzia ai parametri universalistici della verità così come sono stati proclamati in Occidente. In sostanza dei due polmoni abilita solo il primo a caratterizzare l'unica verità, valida anche per l'Oriente.

    Chi legge attentamente i documenti pontifici, guidato dalla circospezione a cui avvia Petrà, ma con un minimo di esitazione a condannare la Chiesa per lo meno di semplificazione, è invitato ad imboccare un'altra via di ricerca, a chiedersi se non ci sia una motivazione di fondo non banale nell'insistenza a negare l'evidenza. E' mai possibile che persone altamente qualificate (quali sono molti teologi e pastori dell'Occidente) si prestino al gioco di metterla in ombra? A chi gioverebbe questo artificio?

  5. L'interessante proposta di Petrà
  6. Petrà, dopo laboriosa attentissima analisi dei vari documenti pontifici e dopo essersi avvalso dei risultati degli studi tra i più rilevanti finora condotti, induce a risalire ad una verità meno superficiale. O almeno egli assume la parte del bravo Virgilio che inoltra i lettori verso altre ipotesi, meno scontate, meno appariscenti, più di sostanza. Come il testo fa notare, citando Congar, bisognerebbe risalire ad una verità più profonda per giustificarne altre meno assolute: "l'opposto di un'affermazione vera è un'affermazione falsa, ma l'opposto di una verità profonda può essere un'altra verità profonda" (p. 21).

    Dopo avere messo a punto la considerazione che, se il celibato obbligatorio avesse la stessa essenzialità del sacramento dell'Ordine, la mancanza di tale requisito menomerebbe il sacerdozio non celibatario, come è in uso in Oriente e, per alcuni casi significativi, nello stesso Occidente, procede oltre, invocando un sussulto di coerenza da parte di tutti, e non solo della Chiesa: per ritrovare i sentieri smarriti di una spiritualità cristiana avulsa da moralismi (relativi soprattutto alla sessuofobia), più pura e più limpida, e perciò improntata ad una concezione complessiva dell'umano, che raggiunge la sua pienezza nel radicamento alla trascendenza.

    Il passo decisivo verso il nuovo consiste di un modo inedito di guardare al radicalismo nella scelta assoluta di Dio: ed infatti da un bel po' si fa strada la convinzione che nessuno stato di vita sia abilitato ad "esserne segno in maniera esclusiva".

    In uno dei punti più alti della sua analisi, Petrà si sofferma sull'uso del simbolismo del rapporto tra Cristo e la Chiesa, garantito dalla consacrazione celibataria, che farebbe del sacerdote un rappresentante di Cristo. Siamo ancora lontani dall'idea che anche il matrimonio possa assumere la stessa configurazione simbolica; ma è questa la via giusta per uscire dall'impasse.

  7. Conclusione a cui l'Autore avvia

Qui, nel commentare Petrà, ci piace mettere del nostro, ma sempre come sviluppo degli stimoli forniti da lui.

Oggi la teoria della sublimazione sembra cedere il posto ad una concezione dell'integralità della persona, ogni aspetto della quale va integrata nel tutto, che è la sua essenza profonda relazionata al divino. Suona perciò assurda una dichiarazione come questa: lo sposo laico è orientato alla generazione carnale, l'altro alla generazione spirituale (p. 152). Anche la frase: essi sono figli della resurrezione e "non prendono moglie né marito" (Lc 20,36) non va appesantita da un'interpretazione materialistica.

Detto sinteticamente, anche perché l'Autore non ci autorizza a trarre delle precise conclusioni, la realizzazione della persona ec-cede sempre l'orizzonte limitato dei vincoli del sangue, e il matrimonio può introdurre, anziché bloccarla, alla pienezza di senso della vita, che prepara l'evento del Regno. Fermarsi a difendere o ad accusare l'obbligatorietà del celibato è davvero operazione riduttiva rispetto ad una visione dell'umano più complessiva di quanto non possa garantire la messa a punto dell'uso da fare o non fare della sessualità.

A cura di Ausilia Riggi