Catherine Chalier, Le matriarche,

Sara, Rebecca, Rachele e Lea, trad. it. di Orietta Ombrosi, Giuntina, Euro 14


L'autrice nell'introduzione ricambia l'attenzione della sua traduttrice, riconoscendo il valore che una lettrice attenta dà ad un libro, perché ne rinnova la voce e soffia sulle sue lettere con l'effetto che lo spirito che lo ha animato continua a vivere. Nel testo Chalier presenta le prime quattro figure di matriarche della Bibbbia e ci invita a meditare sui loro comportamenti, sui gesti e gli atti compiuti. Il libro può essere visto come una successione di stazioni: di figure, di fronte alle quali fermarsi a ragionare. Non c'è una progressione dall' una all'altra ma l'articolarsi di un tessuto.

La prima matriarca è Sara, moglie di Abramo. La più gioiosa, segnata dalla presenza vicino a lei della Shekhinah, cioè del divino sulla terra, dell'infinito nell'immanenza. La Shekhinah si percepisce sensibilmente, eppure è invisibile. Dove c'è Sara essa c'è. Ora la Bibbia dice che Sara accetta la preghiera di Abramo in terra straniera a fare finta di essere sua sorella. Ne ascolta la paura, l'angoscia e ne accoglie l'invito senza pretendere una simmetria e un gesto reciproco da parte di Abramo. Chalier invita a meditare a partire da questa figura, su che cosa significhi patire la voce dell'altro, il suo invito, tanto da cambiare i propri comportamenti e rinunciare ai propri diritti. Senza compromettere tuttavia la fedeltà a qualche cosa di irrinunciabile, che è la propria vocazione.

È qui che si coglie il nucleo più importante del libro: è il comportamento di Sara a legare sè e gli altri religiosamente. Sono le sue scelte, le sue rinunce, le parole dette, i silenzi a mostrare l'instaurarsi di legami religiosi. È il qui e ora di ciò che io faccio a fondare la religione e non viceversa. Paradossale inversione rispetto all'abitudine a pensare che sia la religione con la sua tradizione ad indicare invece le azioni virtuose, prescrivendole come modelli da seguire.

Ed infatti il libro è sì un testo di meditazione sui comportamenti delle matriarche, ma non un libro che li indichi come modelli, come lo sono stati invece le storie dei santi e delle sante nella tradizione cattolica. Chalier lo dice: meditare sulle loro vite ci chiama piuttosto al senso non previsto delle nostre esistenze, ci risveglia ad esso. Il ricordo del passato - in questo caso delle figure femminili della Bibbia - è scoperta della propria vocazione nel presente. Singolare e non prescrivibile.

La vita di ogni matriarca è intrecciata a quella di un uomo: Sara ad Abramo, Rebecca ad Isacco, Rachele e Lea a Giacobbe. Chalier è particolarmente attenta a come la differenza dell'essere donna e uomo dia una impronta determinante a questa unione. È come se questa differenza attirasse le potenze che generano orientamenti nel vivere. Innanzitutto Dio. Dio si manifesta nella storia tra Rebecca e Isacco in modo diverso da come è presente nel legame tra Sara e Abramo. Cambiando i modi di rapportarsi tra loro dell'uomo e della donna si trasforma il modo di esserci del divino. Ma non si tratta soltanto di Dio: si modifica anche il rapporto con lo straniero, con l'altro, l'estraneo. Lo straniero ha un certo legame con l'uomo che dipende direttamente da come l'uomo intreccia la sua vita con la donna.
In questo modo prende a delinearsi un centro rappresentato dal legame tra la donna e l'uomo. Esso è la figura matrice del modo storico di presentarsi di Dio e dello straniero.
È sicuramente molto forte il gesto simbolico di indicare nelle forme dello scambio tra donna e uomo ciò che attrae il divino e orienta il rapporto con l'estraneo, tanto che più volte mi sono chiesta leggendo il libro: è questa la speranza oggi a cui affidarsi? Il parlarsi secondo verità tra uomini e donne? Il rimettere in moto rapporti in molti casi irrigiditi? E la violenza degli uomini sugli stranieri, che oggi si vede in tanti conflitti diffusi, ha questo come origine, la rottura di uno scambio vivo tra donne e uomini? E come conseguenza di essere posti di fronte ad un dio degli eserciti, piuttosto che ad un dio dei legami?
Certo in questo modo Chalier affida alle donne la funzione della mediazione simbolica: funzione non nuova, che però, secondo Chalier, verrebbe giocata come soggetto di un rapporto che ha effetti sul divino e sullo straniero. In una posizione determinante e creativa.
Chalier individua un legame diverso degli uomini e delle donne con il divino. Lo ricava dal fatto che il Dio della Bibbia parla direttamente ad Abramo, ad Isacco, a Giacobbe. Le donne sanno della voce di Dio da colui che è loro prossimo, e che gliene parla. Non direttamente dunque, ma nella relazione con l'altro. Quella che potrebbe essere vista come una lontananza, un dispregio, è letta invece da Chalier come la via propria che le donne hanno di accedere all'infinito. A quell'infinito che chiamiamo Dio. Non si tratta di un'esperienza solitaria ma l'evento centrale nel rapporto d'elezione con chi ci è vicino. Nell'esperienza femminile l'infinito si presenta in una relazione.

Ora, avendo letto testi di donne che hanno raccontato la loro esperienza del divino, ho presente che ci sono forme di esperienza di Dio diverse da quella descritta da Chalier: vissute in un rapporto diretto tra sé e Dio, nel silenzio di una stanza, nella percezione di una presenza vivente, nella voce udita, in una esperienza mistica. So dunque che le esperienze femminili di Dio sono molteplici e non riducibili ad una. Ciò che rimane costante è che nell'esperienza femminile l'infinito si presenta in una relazione, che però ovviamente prende forme simboliche diverse.

Orietta Ombrosi osserva che la Chalier si discosta dal suo maestro Emanuel Lévinas proprio sulla concezione del femminile. Chalier riprende in effetti da Lévinas la tessitura teorica che vede l'idea di etica e di infinito privilegiate in contrasto con la staticità dell'essere, che si ripeterebbe identico. Mentre però Lévinas afferma che il femminile è legato all'interiorità, alla casa e al raccoglimento che essa permette, le matriarche di Chalier sono invece donne esposte al fuori di sé, alla relazione con l'altro, di cui accolgono la presenza e ascoltano le parole, trasformando perciò la propria vita.

Finito di leggere il libro, mi rimane una questione aperta. È data, nel testo, dalla centralità della Alleanza tra Dio e il suo popolo, che è vista come la legge simbolica, che separa dalla naturalità della vita, accompagnata dal fatto, molto sottolineato nel testo, che le matriarche scelgono di entrare in questa legge. Porto come esempio la storia di Rebecca e Isacco. Rebecca acconsente di sposare Isacco, senza averlo mai conosciuto. Accetta così di allontanarsi dalla sua gente, dalla sua famiglia, da tutti i legami naturali già dati, dai suoi dei, per entrare nell'Alleanza tra Dio e il popolo ebraico. L'Alleanza è vista come l'impegno simbolico a meditare sul bene. Ciò crea un'inquietudine nelle nostre vite, che ci porta ad andare oltre l'essere che ci è già dato, immerso in una pienezza ripetitiva. L'ordine della legge simbolica allontana dall'ordine naturale.

Ora, quel che io ho colto nell'espressione migliore del pensiero femminile di questi anni è stata la capacità di dare un nuovo significato a ciò che ci è già dato, a quelle radici che ci fanno ciò che siamo: il corpo, i legami affettivi, il dono della vita. Il gesto simbolico non sta nell'oltrepassare tali radici, ma nel dare loro un significato nuovo rispetto a quello ovvio e immediato. In questo modo i nostri legami con il mondo, la vita, il corpo non vengono semplicemente oltrepassati, dimenticati, tagliati via come radici inutili, ma trovano un loro senso nelle nostre parole. Altrimenti si ricadrebbe in quella opposizione tra natura e cultura che ha caratterizzato gran parte del pensiero maschile.

Chiara Zamboni