In convento senza corpo

La ricercatrice francese Odile Arnold ricostruisce la vita dei conventi fra Settecento e Ottocento.

Come afferma la giornalista Maria Silva, l'autrice nella sua ricerca viene a contatto con "figure della malattia e della sofferenza, della punizione e della costrizione… piuttosto che, come lei vorrebbe, esseri che nel convento trovano possibilità di sentimento e di affermazione magari maggiori a quelle che il mondo esterno gli concede. Però, come certe piante bonsai che, alterate dalla cura costrittiva dei giardinieri, acquistano l'intensità delle perfette anomalie, queste monache - non le ribelli, ma le mansuete, le sottomesse - circoscrivono nei loro cerimoniali di controllo - del sonno e del risveglio, della traiettoria dello sguardo, dell'igiene sorvegliata, dei movimenti afoni e della diffidenza per il cibo… - lo spazio di una «passio», di un patire che porta nei territori del sacro.

Il loro corpo è costantemente l'attore di una sacra rappresentazione: «non corrugate né la fronte né il naso, non tenete le labbra troppo chiuse o troppo aperte…»«non girino la testa con leggerezza. Ma lo facciano con gravità quando è necessario; la tengano un poco inclinata, senza piegarla né da un lato né dall'altro. Di solito abbiano gli occhi bassi. Quando parlano non osservino fissamente i loro interlocutori».

La cosa più stupefacente che i contenuti sono tratti da un direttorio per suore del 1954, analoghi a quelli dei testi ottocenteschi.

"Anche la voce deve essere sottoposta a un regime di particolare sorveglianza, e di artificio: «Il compito di un buon religioso è piuttosto di gemere che di cantare». Anche scaldarsi (il freddo era uno dei mali più terribili del convento) era complicato… Quanto al pasto «è un'azione di tal fatta che richiede tutta la presenza del nostro spirito e tutto lo sforzo del nostro cuore per compierlo molto bene». Ma anche l'addormentarsi e il risvegliarsi devono essere innaturali: prima di dormire «conservino a letto una posizione decente quale l'assumerebbero se vedessero Dio presente in modo sensibile»; e al mattino: «A primo rintocco di campana, devono buttarsi subito dai loro letti come i morti usciranno dalla tomba appena saranno chiamati ».

Maria Silva osserva che "i chiostri in cui vivono le suore studiate da Odile Arnold sono circondati da un mondo che sotto la spinta della rivoluzione politica e della rivoluzione industriale cambia le proprie fattezze, mostruoso o meraviglioso che sia, si deforma senza riposo. E' probabile allora che ad animare i tormentosi regolamenti conventuali non sia solo la frase di Alfonso de' Liguori: «Dobbiamo noi trattare il nostro corpo come un cavallo furioso, quanto una sotterranea e profonda aspirazione diversa. L'artificio del corpo, l'innaturalezza, la domestica liturgia sono garanzie contro la deformazione che tutto invade, e la forma garanzia del sacro»".

 

Due osservazioni: a) Non trovo molta differenza tra le descrizioni che si rifanno a due-tre secoli fa e quelle che riguardano la mia esperienza; b) L'ondata di modernità che ha investito in pieno i conventi nei nostri tempi ha cambiato quasi ovunque le regole, ma ha introiettato quelle antiche, mantenendo lo stesso atteggiamento nella gestione del proprio corpo (e mente): l'abito non fa più il monaco, ma il monaco fa l'abito invisibile; anzi ancor più visibile di quello indossato. E si trattasse di spiritualità, tanto meglio non rivestirla di paludamenti e lasciarla trasparire (involontariamente)! Sarebbe segno di maturità umana per avere assimilato contenuti di alto valore, tanto da farne sostanza del proprio essere. Spesso invece si tratta di assumere modi di apparire, e anche di essere, che contrassegnino una diversità sacra..