Significato della sconfitta sui referendum

 

 

a) Il parere degli altri

Hanno pesato poco scelte politiche o religiose, ha prevalso la difficoltà di comprensione. Anche nel centrosinistra

 Astensione? Ha vinto il disinteresse

 

 

 

Lo evidenziano già i dati sull’afflusso alle urne. E lo confermano i risultati del sondaggio. Gli astenuti sono presenti «trasversalmente» in tutte le categorie socio-anagrafiche. Vi sono, com’era ragionevole aspettarsi, differenze in relazione all’orientamento politico. Ma, ha finito con l’astenersi anche la maggioranza assoluta degli elettori diessini. E, naturalmente, quella di chi dichiara di non sapere cosa votare alle prossime elezioni. Ovviamente, la quota di astenuti è massima (80%) nel sottogruppo che dichiara di recarsi a Messa una o più volte alla settimana.

 

 

Ma essa supera il 60% anche tra chi afferma di non frequentare mai le funzioni religiose. Insomma, al di là dei suoi risvolti politici e ideologici, la consultazione di domenica e lunedì ha confermato il rilievo dei due fenomeni che più sembrano contraddistinguere oggi lo scenario politico ed elettorale. 1) La frattura territoriale. Le regioni del nord si sono recate alle urne in misura grossomodo doppia di quanto è accaduto al sud. Il motivo sta, ovviamente, in un modo diverso di concepire le scelte politiche. L’esistenza di «culture civiche» differenti è stata evidente sin dai tempi del primo referendum istituzionale, nel 1946. Ma, come ha sottolineato Ilvo Diamanti, la differenziazione territoriale delle modalità di voto si è andata in qualche modo accentuando in quest’ultimo periodo. 2) Il progressivo disinteresse, la «smobilitazione» di una parte di elettorato. Come si sa, i partiti tradizionali funzionavano da «facilitatori» delle scelte elettorali e degli orientamenti politici. Chi non poteva o voleva informarsi in dettaglio sulle varie questioni, faceva, più o meno consapevolmente, riferimento alle posizioni del partito cui si sentiva più vicino.

Con la scomparsa delle ideologie tradizionali, questa funzione è venuta meno. Alcuni, pochi, si sono in qualche modo «arrangiati» documentandosi da soli sulle varie tematiche. Altri, la maggioranza, hanno ritenuto preferibile allontanarsi e disinteressarsi del dibattito politico. Rinunciando spesso a votare. Specie nei referendum. Poiché in questi ultimi si è spesso chiamati a pronunciarsi su argomenti ritenuti, a torto o a ragione, troppo complessi o settoriali. Dunque, buona parte dell’astensione rilevata in questo referendum è motivata non tanto da una scelta politica o religiosa, quanto dal rifiuto o dalla difficoltà di approfondire troppo la questione. E dalla correlata convinzione che, come ci ha detto, spazientito, un intervistato «i parlamentari sono pagati apposta per fare le leggi. Che l’aggiustassero loro una cosa così complicata». Tra i nostri intervistati, il 35% ha dichiarato, già la mattina della domenica, che non si sarebbe recato a votare. Tra i restanti, una parte (grossomodo il 20%) era deciso viceversa a recarsi alle urne. Gli altri si definivano invece indecisi.

La gran parte di costoro, come si sa, non è poi andata a votare. Li abbiamo denominati astensionisti «aggiuntivi», poiché non avevano deciso (o non avevano voluto dichiarare) il loro comportamento già all’inizio della consultazione. Si tratta di elettori diversi dagli astenuti «convinti». Lo si vede dalle motivazioni al non voto, ove prevale per costoro l’argomento: «Sono talmente indeciso da preferire forse non votare». Questo astensionismo «aggiuntivo» pare insomma suggerito più da disinteresse o difficoltà di comprensione, che da scelta «politica» vera e propria. Per questo l’astensionismo «aggiuntivo» è assai più diffuso nelle categorie poco o per nulla coinvolte dalla campagna per l’astensione. Come coloro che si recano poco o mai alla Messa, oppure votano per i partiti del centrosinistra.

Tra questi ultimi gli astensionisti aggiuntivi costituiscono addirittura la maggioranza. Insomma, l’apporto politico all’astensione da parte della Chiesa e dei partiti che l’hanno auspicata è stato solo una componente del risultato, valutabile in meno della metà delle astensioni (36% dell’elettorato). Il resto, in modo relativamente «trasversale» alle varie forze politiche, è costituito da coloro che hanno trovato troppo difficili - e troppo impegnativi - i quesiti e che, in generale, si interessano poco alla politica. Si tratta del segmento composto dagli elettori cosiddetti «lontani», di cui si è discusso ancora di recente nel dibattito sull’esistenza di un centro «consapevole».

In definitiva il connotato caratterizzante questo voto non è prevalentemente quello politico, ma quello del disinteresse e della disinformazione, che, peraltro, avevano caratterizzato anche diversi referendum del passato. Un quadro assolutamente differente dal 1974. Anche a quel tempo la Chiesa si mobilitò contro il divorzio. Ma la questione era assai più semplice da comprendere e specialmente, funzionava il facilitatore costituito dalle forze politiche.

 R. Mannheimer

 

 

b) il parere di qualcuna di noi

 

E’ certamente strano che si sia fatto della contrapposizione «laicità - religione»,  «clericalismo - anticlericalismo», «coscienza - legge»,  «libertà - sottomissione»,  un discorso che riguarda l’opinone, più o meno generalizzata, come vorrebbero i referendum, circa a) una materia delicata, tutta da conoscere perché tratta di problemi inerenti il progresso delle tecnologie in campo genetico; b) un’opzione personale che si vorrebbe avvallata dallo stato (e quindi da esso sovvenzionata).

Circa a) c’è da dire, che senza conoscenza adeguata non si può decidere. Si è fatta una consultazione generale su un dato che non si conosce nella sua vera entità. Infatti, senza volerlo, si può rispondere secondo un atteggiamento che possiamo chiamare di riduzionismo biologico: un figlio nascerebbe secondo leggi biologiche e basta; ne conseguirebbe che far nascere in modo diverso «si può fare se si riesce». Oppure, nell’ignoranza più completa si ha la riesumazione dei mostri, perché la fantasia evoca mostri, e allora le scelte si fanno nel bel mezzo della morsa della paura.  E’ doveroso esorcizzare l’uno e l’altro pericolo, cercando di conoscere, non solo se se si può fare e come si può fare, ma anche se sia il caso….

Circa b)  bisogna affrettarsi ad andarci piano sulla pretesa di potersi affidare alle          scelte personali e, per giunta, a voler essere aiutati nella realizzazione di un desiderio, il quale non ha altro supporto che la possibilità di assecondarlo. Di questo passo, se io decidessi di appropriarmi della fontana di Trevi, nulla dovrebbe opporsi alla mia scelta.

Ma a partire da queste due premesse, non c’è chi non si avveda del fatto che coloro i quali si atteggiano a maestri sono in tanti. Di chi si è fidata la gente? In maggior parte della Chiesa. A lacerarsi le vesti e a dire che la Chiesa fa male, sono i candidati a maestri di laicità. L’ideale sarebbe che la gente non ricevesse pressioni da maestri di sorta, e se qualcuno ha esagerato, io non me ne sono accorta: perché sono stata in mezzo a “maestri” accaniti ugualmente, dell’una e dell’altra parte. E questa dicotomia non aiuta la crescita di nessuno.

Ha vinto l’astensionismo per MOLTEPLICI MOTIVI. Se tutti gli astensionisti si fossero decisi a tale posizione per sottomissione alla chiesa, questa dovrebbe contare su una folta popolazione di fedeli, che in realtà non c’è. Le chiese vuote parlano chiaro. In fatto di morale sessuale sappiamo tutti che tra gli stessi fedeli (quelli che lo sono per davvero) non c’e sottomissione di sorta; e così in molti campi.

Ma perché la Chiesa si schiera? – urlano indispettiti molti. Qualcuno direbbe: per senso di responsabilità.

Ma sorvoliamo sull’accusa di usurpazione del potere in coloro che si proclamano ed agiscono da maestri. Guardiamo la gente. La quale ha fatto una scelta tra le più sagge possibili. Chi non capisce i termini di una questione, non si può pronunziare su essa, pena una maggiore irresponsabilità.

Gli astensionisti sapevano: di non-sapere; di sapere confusamente; di poter essere strumentalizzati; di dover ascoltare la propria coscienza (data una certa ripugnanza per certi eccessi nell’uso della medicina in un campo in cui sarebbe meglio fare passi indietro anziché avanti).

La libertà della donna è compromessa da una legge che regola con severità quando e come regolarsi? Invertiamo la domanda; è giusto che la legge ceda di fronte alla donna che vuole un figlio in qualsiasi modo, senza regola alcuna?

Non voglio dare risposte. Ma porre domande chiare. Nel caso dei referendum, la domanda che è risultata chiara alla gente è stata: bisogna pre-occuparsi unicamente di ascoltare le esigenze delle donne? e di mettere a sua disposizione tecniche difficili e costose? E se la libertà delle donne nel campo della fecondazione  assistita, venisse dopo della pre-occupazione dei figli di nessuno, di quelli disagiati, vicini e lontani? La morale non ha proprio niente da opporre alla libertà assoluta?

La gente è stata cauta. Non è vero che la sua sia stata pura e semplice disaffezione al voto, tanto più referendario. Quando sa quel che vuole corre a votare. Eccome!

A. R.