Come il figlio del carpentiere1

 

Noi, piccolo gruppo a dimensione diocesana, ci troviamo nella possibilità di vivere l'esperienza della nostra consacrazione in un contesto molto significativo e stimolante, a contatto con la gente del lavoro, particolarmente vicine alle donne lavoratrici, per sintonia naturale e con l'obiettivo di promuovere la dignità e la coscienza sociale. Molteplici sono le occasioni di incontro; gestiamo un Centro, in zona industriale, frequentato quotidianamente da centinaia di lavoratrici; con loro si forma la nostra sensibilità e formazione. L'informazione passa poi di conseguenza in ogni relazione, w così ci sentiamo vicine alla gente nella ferialità: nell'animazione dei vari gruppi, nei contatti personali, nelle parrocchie.

Definire «profezia» la nostra esperienza di sequela di Gesù nella vita religiosa ci fa in un certo senso problema, perché c'è il rischio di fare letteratura: ma presentare com'è la nostra esperienza di vita, la grazia che il Signore ci ha fatto conducendoci a vivere in un ambito molto ordinario, ci sembra positivo almeno per dire che, dal nostro punto di vista, si coglie chiaramente la presenza del Signore anche in questa storia.

Viviamo in comunità la vita religiosa «classica» senza segni particolari, non abbiamo divisa, impegnate ad incarnare nella nostra quotidianità la fede. Ad accogliere la salvezza per noi e a cercare di annunciarla. La testimonianza «sul campo» viene prima delle considerazioni che si fanno sul vivere delle relazioni, sulla positività della proposta cristiana; una modalità insomma molto semplice, come quella che ha fatto dire ai compaesani di Gesù: macché profeta! Non è il figlio del carpentiere?

I contenuti per dire la nostra fede e per aiutare a viverla attorno a noi, per aiutare tutti a compiere con slancio i doveri della vocazione cristiana sono ancorati alla convinzione che la vita in sé è dono e responsabilità. Per essere cristiani non è necessario fare altro che vivere bene la propria vita.

Che la fatica del lavoro rientri nel piano di Dio non è ovvio come sembra. Per la nostra cultura cristiana tradizionale, la figura di Cristo, immagine del Dio invisibile, è spesso quella di un personaggio, taumaturgo, maestro che insegna e guarisce.

Il fatto che per farsi vicino a tutti è nato in una famiglia povera, che per vivere ha lavorato e faticato, che sicuramente ha fatto la sua parte di cittadino nel suo paese, non è mentalità corrente. Che questa poi sia stata la scelta per mostrare chiaramente l'immagine del Padre, per essere il Figlio obbediente, esempio, in una certa maniera ancora stupisce.

Se il Figlio di Dio avesse vissuto una storia diversa, diversa sarebbe stata la rivelazione di Dio. Allora evangelizzare nella ferialità è per noi porre i segni che dimostrino una logica diversa da quella ordinaria in tutti.

… Ci sentiamo spronate dall'impegno che loro, i lavoratori, dimostrano nell'attività, nell'aiuto reciproco e ci sentiamo fortunate di avere il tempo e il dovere di sostare vicino al Signore a farci illuminare dalla Parola, per cercare i cammini da percorrere proprio oggi assieme al popolo di Dio.

Suor Carla Giacometti,

Piccole Serve della Chiesa . Centro Miriam - Vicenza

 


 

1 da "Spirito e vita"  n.4, Trento 1998