E' forse un'esperienza unica quella del gruppo Uomini di Pinerolo. Imitano (e superano?) l'impegno delle donne a definire il loro essere quanto al genere e nel rapporto con l'altro, ecco, da Beppe, un assaggio della loro ricerca.
UOMINI DI CARTA
Milly Buonanno - Il canone del protagonismo
maschile - analizza il mondo della fiction televisiva italiana e ci rimanda
la conferma che “il protagonismo maschile…rappresenta la norma, laddove il
protagonismo femminile, senza essere più una vera eccezione, resta tuttora un
fatto eccentrico”. Chi sono questi protagonisti maschi? Sono “in buona parte dei
casi, figure tradizionali dell’autorità sociale - carabinieri, poliziotti,
sacerdoti, medici, avvocati - di livello gerarchico intermedio (marescialli,
commissari, parroci, medici di base o poco più). (…) Sono figure dell’autorità
costruite in modo da rendere quest’ultima accettabile, affidabile e perfino
amichevole attraverso la mediazione di uomini a loro volta ‘medi’, sul piano
delle posizioni di carriera e di potere, e ancor più per profilo caratteriale e
umano”. Sono “come noi”, “i rappresentanti (e insieme i paladini) della ‘gente
comune’”, “comuni eroi del quotidiano” come anche noi possiamo essere. Se c’è in
loro “qualcosa di eccezionale…è la loro quasi sconfinata dedizione e
disposizione accogliente nei confronti dell’’altro’. Dedicati, socievoli, aperti
all’ascolto, pronti a farsi carico dei problemi altrui ben al di là dei compiti
del ruolo professionale, carabinieri, medici, avvocati e sacerdoti della fiction
sembrano costituire, in realtà, le articolazioni diverse di una medesima
super-figura ideale di assistente sociale. E, in tale veste vocazionale, essi
dispiegano - e si potrebbe dire che se ne appropriano - doti tradizionalmente
categorizzate come (più) femminili: la capacità di trattare con le persone, di
gestire con esperta sensibilità le relazioni tra esseri umani. Gli eroi maschi
della fiction eccellono per qualità comunicative e relazionali.. Prestano
ascolto, confortano, inducono alla confidenza e danno fiducia, discutono,
consigliano, persuadono, parlano a tutti trovando sempre le parole giuste perché
ciascuno a sua volta trovi ‘la cosa giusta da fare’. Esperti di dialogo e
attivatori di dialogo, nella funzione spesso di maieuti o più semplicemente di
facilitatori, sono in ogni senso e soprattutto ‘eroi della comunicazione’”.
Maria Vittoria Vittori - Portieri e bomber
- rilegge una quindicina di romanzi in cui gli autori parlano del “gruppo, la
banda o il branco”. Dopo Moravia, Pasolini, Celati, c’è stato “un periodo di
disinteresse e di disaffezione narrativa nei confronti dei gruppi di ragazzi
…nell’ultimo decennio si è riaccesa la passione. (…) Si torna all’infanzia e
all’adolescenza per cercare di capire qualcosa di più di un presente adulto
innaturalmente complicato e, insieme, molto meno adulto di quanto voglia far
credere. (…) E’ infatti proprio a quell’età sospesa tra infanzia e adolescenza
che i maschi mettono a punto il loro corredo comportamentale ed il processo
sembra assumere, a differenza di quanto accade per le ragazze, valenze di
significato collettivo: è più probabile che un adolescente, anziché
un’adolescente, riesca a riconoscersi pienamente nel gruppo”.
Adele Cambria - Autori-figli parlano di lei
- dove ‘lei’ è la madre e la loro relazione con lei - indaga nelle pagine di
alcuni romanzi, fortemente autobiografici, di Peter Handke, Erri De Luca,
Domenico Starnone. “L’autore-figlio non teme l’espressione del sentimento
filiale, ma quando scrive ‘Tra madre e figli non accade il progresso, non si
evolve civiltà: le parole saranno sempre poche e saranno solo parole, rare,
conservate…’, chi legge, interrogandosi se ci siano novità nella
rappresentazione (maschile) della figura della donna, sente che ha ragione.
Chiedere novità non significa cancellare o negare l’origine, la radice, e non
siamo state noi, le prime, a rintracciare le trame originarie del materno,
attraverso le genealogie femminili? Ora anche gli uomini, i figli, vogliono
ritrovare, ripercorrere, quel cammino fino alla madre. E per la prima volta,
forse, lo fanno senza retorica: con tenerezza e con umiltà. Non va bene?”.
Ma sopra madri e figli si allarga minacciosa, spesso, “l’autorità paterna”: in
questi romanzi sono descritte storie di dominio e di violenza patriarcali delle
quali si cercano finalmente senso e parole per dirle. Starnone, in Via Gemito,
ricorda: “Sento le urla di mio padre, le frasi singhiozzate di mia madre, cose
cha cadono e si rompono. Dico preghiere che mia nonna mi ha insegnato da
piccolo, l’Ave Maria per esempio… La Madonna però non fa niente. Allora cerco di
vincere il terrore, mi alzo piano piano dal letto, vado alla porta, la
socchiudo. Non so cosa fare. Ho dodici anni ma ho paura di mio padre. Non è una
paura fisica, o comunque la paura fisica è quella che percepisco di meno, che
ricordo di meno. E’ una paura d’altro genere. Temo di trovarmi vuoto davanti a
lui, senza ragioni che giudichi degne di opporsi alle sue, pura cassa di
risonanza degli insulti che sta gridando, delle bestemmie. Temo di conseguenza
che mi costringa ad ammettere che ha il diritto sacrosanto di uccidere mia
madre”. E ritrovo, nella riflessione conclusiva di Adele Cambria, il riferimento
a Carla Lonzi (Sputiamo su Hegel), lo stesso su cui ha lavorato M. Luisa Boccia
(v. La costola di Eva su Il Manifesto del 22.11.01): “Non è il figlio che ci ha
fatto schiave - scriveva Carla - ma il padre…Prima di vedere nel rapporto tra
madre e figlio una battuta d’arresto dell’umanità, ricordiamoci della catena che
sempre li ha oppressi in un legame solo: l’autorità paterna. Contro di essa si è
creata l’alleanza tra la donna e il giovane”.
Beppe in Uomini in cammino, Pinerolo giugno-lulio 2002