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Una panoramica assennata Il nostro non vuole essere perbenismo, ma un modo libero di esprimerci. Non ci uniamo al coro di voci che fanno del Papa un idolo. Il papa uscente e il nuovo non vanno giudicati né nel contesto di una mentalità diffusa che li vuole Sovrani, Sacri, Carismatici, eccetera; né secondo il metro di chi proietta in figure sacrali le sue aspirazioni. Certamente noi, “Donne contro il silenzio”, non cesseremo mai di dire il disagio per non trovare realizzato nella Chiesa l’autentico spirito evangelico; ma ci guardiamo bene dal giudicare le persone, chiunque siano, secondo un metro ideale, al quale, invece, dobbiamo avvicinarci noi in prima persona. Ritrarremo la loro immagine con la necessaria disinvoltura di chi sa proporsi di fronte all’Autorità da persona libera. Vogliamo abitare i confini, da dove guardare senza farsi divorare dal Sistema-Chiesa, fosse anche solo per contestare. Ricordiamolo: la Chiesa è “Popolo di Dio” e tutti-tutte siamo Cristo. Le ore più lunghe, in attesa della fine: LA FRONTIERA DI WOJTYLA di Gaspare Barbiellini Amidei Struggenti e appassionate nelle piazze mediatiche e ordinate nei palazzi apostolici, sono state le 24 ore più utili dei quasi 27 anni di pontificato di Karol Wojtyla. Se il dolore fosse tutto inutile, se anche dentro la civiltà di radici cristiane passasse l’idea che soffrire è sempre inutile, queste stanze vaticane ospiterebbero soltanto gli uffici di rispettabili signori stravagantemente vestiti di porpora, accanto a un vecchio morente. L’autorità della Chiesa di Roma si legittima nell’idea che ha accompagnato Giovanni Paolo II anche nell’ultimo passaggio della sua intensa vita: morire per gli altri, a favore degli altri, è vivere due volte. E’ stata una morte esibita, come fu quella di Gesù sulla croce. Un uomo inabile ha trasmesso attraverso i mezzi di comunicazione un messaggio: la vita non ha momenti privi di senso, se è tesa a dare senso alla vita degli altri. L’attenzione del mondo è stata costretta dalla volontà del Papa a concentrarsi lungo una frontiera fra l’aldiquà e l’aldilà che la frastornata cultura contemporanea tende a cancellare, per abolizione di ogni parte invisibile della realtà. Karol Wojtyla è stato potentemente uomo dell’aldiquà, una esistenza vissuta con intensità e vigore, un innamoramento di Dio che lo ha collocato subito in una storia di santi, una determinazione che ha inciso sugli equilibri ideologici e geopolitici del pianeta, un fascino naturale sulle folle, una giovinezza interiore che ha conquistato moltitudini di ragazzi. Ma queste 24 ore che valgono un lungo regno hanno costretto l’opinione pubblica della Terra, inchiodata alle cronache televisive, a constatare la visibilità dell’invisibile, a comprendere che c’è qualcosa in più del successo nella vicenda di quest’uomo. Il profeta che se ne va lascia un vuoto percepito con eguale sensibilità anche dai non credenti. Wojtyla morendo consegna in eredità pure agli atei il bisogno di Dio. La sovrabbondanza ripetitiva e tardiva del contorno mediatico non ha soffocato l’innocente percezione del lutto e il sentimento corale di essere orfani. Tutti i cardinali che entreranno in Conclave sono stati scelti da Wojtyla, sono pastoralmente e stilisticamente figli suoi. Avranno un compito arduo. In queste ore ognuno di loro si domanda: dove è un altro Wojtyla? E poi, dopo il tempo dell’eroe, quale tempo attende la Chiesa di Roma? Rileggo la Costituzione emanata da Giovanni Paolo II circa la vacanza della Sede apostolica. La firmò nel febbraio del 1996. Con il tono brusco e autoritario che sapeva usare quando serviva, scriveva: «Proibisco a chiunque, anche insignito della dignità del Cardinalato, di contrattare, mentre il Pontefice è in vita e senza averlo consultato, circa l’elezione del suo Successore, o promettere voti, o prendere decisioni a questo riguardo in conventicole private». Di quel «Successore» parve quasi offrire un ritratto, invitando i cardinali elettori a evitare «la ricerca della popolarità» e a non farsi suggestionare dai «mezzi di comunicazione di massa». Li esortava a cercarlo «anche fuori del Collegio cardinalizio», di trovarne uno «giudicato idoneo a reggere con frutto e utilità la Chiesa». Un uomo «utile e idoneo». Wojtyla muore sereno, convinto che ci sia.Dicono quanti gli sono stati accanto in queste ultime 24 ore che si è andato spengendo fragile e forte, magro come quei suoi fratelli ebrei polacchi che morirono nei campi di sterminio nazista. Aveva voluto che si pregasse per la loro memoria anche in una delle ultime messe silenziosamente concelebrate accanto al letto di infermo. Come dice l’antico canto romano, Wojtyla muore lieto perché vede morire la morte. International Movement We Are Church - IMWAC Insieme a tutti i credenti nell’Evangelo di Gesù gli aderenti e i simpatizzanti del movimento “Noi Siamo Chiesa” partecipano intensamente al lutto della loro Chiesa per la morte del vescovo di Roma. La morte tutto parifica, tutto uguaglia, per tutti essa è un passaggio misterioso ma pervaso, per i credenti nel Dio di Gesù Cristo, dalla fede nella Resurrezione. Perciò un atteggiamento di preghiera e di raccoglimento è quello che ci sembra necessario soprattutto per non essere frastornati dall’attuale eccessivo clamore dei media e dalle enfatizzazioni di ogni tipo. A partire da questo stato d’animo, e da questo punto di vista, viviamo anche noi questo momento particolarmente importante per la Chiesa cattolica romana e, indirettamente per tutta la cristianità, che si trova ora privata di una personalità così complessa come quella di Giovanni Paolo II che è stato sul soglio di Pietro per quasi ventisette anni. In vista del Conclave ci
saranno naturalmente molti dibattiti: noi auspichiamo che la valutazione
sul cammino della Chiesa durante questo lungo pontificato e sugli
orientamenti per il futuro si basino unicamente su uno sforzo di fedeltà
al messaggio evangelico. Anche “Noi Siamo Chiesa” cercherà nei prossimi
giorni di dare il suo contributo alla comune riflessione in particolare
valutando quanto Papa Wojtyla ha fatto a favore della pace fondata sulla
giustizia, nonostante la sua non condivisibile ostilità nei confronti
della teologia della liberazione, e quanto invece non ha fatto per
attuare il rinnovamento della Chiesa nella linea che era stata indicata
dal Concilio Vaticano II.
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Non è gentile, non è opportuno criticare un defunto, a salma ancora calda. Di solito le critiche si fanno più avanti, quando la salma si è raffreddata. Prima è il momento degli elogi che - per verità, per cortesia o per ipocrisia - si fanno a tutti i morti. Volevo anch'io fare così, rimandando ad un secondo tempo le valutazioni degli aspetti negativi, presenti in papa Wojtyla, come in ogni essere umano, per potente e sacro e santo che sia. Però quanto sta succedendo: l'enfasi celebratoria che rasenta il fanatismo idolatrico (qualcuno ha parlato di papolatria) mi induce ad anticipare alcune critiche, anche se questo è il momento meno adatto. E' risaputo che, durante il Concilio, Wojtyla fu sempre dalla parte conservatrice e si oppose duramente a quei documenti conciliari che aprirono alla chiesa ed al mondo nuove strade. In seguito, eletto papa, la sua linea non cambiò e la sua teologia (posto che teologia si possa dire ciò che fu una semplice norma pastorale) fu sotto lo stesso segno regressivo: vedi l'opposizione al sacerdozio femminile il ribadito assenso al celibato ecclesiastico, alle discusse norme contraccettive, alla morale sessuale e via dicendo. E in tutto questo non si riferì (non poteva, in alcun modo, riferirsi) alla fede e alla Scrittura. Si tratta solo di teologia (e di cattiva teologia come cattiva è sempre stata la teologia che vige in Vaticano). Questo per quanto attiene alla dottrina. Se poi vogliamo scendere a considerazioni più strettamente personali dobbiamo registrare l'appoggio che Wojtyla ha sempre dato all'Opus Dei: appoggio che è culminato con la canonizzazione dell'Escrivà de Balaguer che, com'è noto, dell'Opus fu il discusso fondatore. La canonizzazione dell'Escrivà: un personaggio quanto mai ambiguo («Va via, puttana porca» esclamò contro una donna che aveva osato contraddirlo) fu un fatto scandaloso; e so di telegrammi di indignato dissenso di cui il papa non tenne alcun conto. Né quella dell'Escrivà fu la sola canonizzazione discutibile. Altre ne seguirono. Oltre alla qualità va rilevata l'incredibile quantità dei beati e dei santi creati da questo papa: più di quanti ne abbiamo fatti tutti i suoi predecessori messi insieme: un fatto assolutamente anomalo, nella storia della chiesa. Penso che possa bastare; e mi scuso per tutti gli ammiratori (e verrebbe quasi da dire «adoratori») di questo papa che ha pur tanti meriti: ad esempio lo slancio ecumenico (mentre però seguitava ad elargire indulgenze che certo ecumeniche non sono). Dopo questo papa, di cui tutto il mondo ha parlato con toni che, come già abbiamo detto, rasentano la papolatria, qual'è il successore più idoneo a ricondurre la chiesa a toni più poveri ed evangelicamente più dimessi? Personalmente mi auguro una figura di basso profilo, proprio per ridimensionare la figura papale e contrastare l'enfasi papalista che è un «peccato» tipicamente cattolico. Un papa senza spettacolo, dimesso: meno «papa» possibile, nel senso trionfale che questa figura ha sovente incarnato. Un papa che abbandoni la piazza trionfale di san Pietro e si trasferisca a san Giovanni in Laterano: la cattedrale di Roma. Semplificando (con tutta l'approssimazione delle semplificazioni) si potrebbe dire che san Pietro è il potere, san Giovanni la fede. Il papa è gestore universale in quanto vescovo di Roma. Però la cura della diocesi è sempre stata trascurata e demandata ad un vicario, il che significa accentuare oltre misura il potere universale a detrimento della cura pastorale di quella diocesi che pure è quanto rende papa il papa. In sintesi possiamo dire che il papa di domani vorremmo che fosse sempre più uomo come noi: senza extraterritorialità, senza svizzeri ed alabarde, senza stato né capi di stato (e quanti ne verranno a Roma, in questi giorni!) ma con una tavola accogliente alla cui mensa invitare non solo i potenti della terra ma anche i suoi cuochi e giardinieri. Un giardino glielo vogliamo concedere, con tante rose, qualche lucertola e qualche gatto.
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23/04/05
Shalom
Sono una delle curatrici di VenereWeb e vorrei esprimere la gioia che ho
provato nel leggere il Vostro comunicato e la Testimonianza sulla
elezione di Papa Ratzinger. Finalmente un poco di ottimismo!!! Sono
felice di aver letto queste parole di apertura al dialogo, di speranza,
di fiducia nello Spirito, e vorrei manifestare tutta la nostra
condivisione per tali Vostre posizioni, fondate anche sul rispetto di
ogni persona, innanzitutto, e poi, come è stato giustamente scritto,
verso un capo/rappresentante di una religione. Noi crediamo fermanente
che ogni persona sia libera di esprimere anche un dissenso, ma che ciò
debba sempre esser fatto nel rispetto della persona umana
E poi crediamo che quanto stiamo vivendo sia un tempo di grazia, e vogliamo investire in esso le nostre energie, con speranza ed entusiasmo. Dio agisce nella storia, con tutti gli strumenti che ritiene più opportuni, e le Sue vie talvolta non sono le nostre, così la Sua infinita Sapienza, e la sua grande Fantasia... Come abbiamo scritto nel comunicato sul nostro sito, vogliamo cercare di cogliere tutti i segnali positivi all'alba di questo pontificato, cercare ciò che possiamo condividere di questo nuovo Pontefice, cercare ciò che unisce, partire da questo..., non essere sempre per forza aprioristicamente "contro", e cercare di andare anche un po' oltre le apparenze, senza timore di mettere in gioco la nostra speranza, lasciandoci anche un po' stupire dallo Spirito che siamo certe non ci deluderà; e proponendo, come avete scritto, anche qualcosa di concretamente costruttivo ai fini di un dialogo e di un rinnovamento autentico, oltre i cori osannanti o degrinatori...
Rinnovo quindi il
mio grazie sincero per la Vostra preziosissima presenza nel Web, per la
Vostra disponibilità al dialogo e all'accoglienza dell'altro, testimoni
dell'Amore di quel Dio che non fa differenza di persone... Mila.
Comunicato Stampa sul nuovo papa
dal
nostro sito
Il presente comunicato si rivolge soprattutto agli appartenenti all’area dei severi critici, prima di Giovanni XXIII e ora di Benedetto XVI.
Comprendiamo gli alti intenti di chi vorrebbe una Chiesa Evangelica, davvero Popolo di Dio, davvero santa, finalmente innovativa, eccetera.
Noi, che per molti aspetti apparteniamo a quest’area, vorremmo che si tenessero in considerazione i seguenti punti di riflessione:
Buona parte del mondo è stata in sommovimento partecipativo per la fine del precedente papa, e altrettanta gente è entusiasta per il nuovo eletto. E’ indubbio che gioca molto il fattore “alone sacrale” di cui si vede avvolta questa figura. La fame di sacro è ancora una componente fondamentale per l’umanità, e perché essa venga sostituita da altri valori non è facile intravedere quanto tempo intercorrerà e quali strategie usare.
Se noi, persone critiche, siamo una minoranza-minoranza, perché pretendiamo un ribaltamento immediato, quale sarebbe quello piovuto dall’alto? Cosa di più realistico proponiamo contro l’infantilismo idolatrico che abbiamo visto imperante? Per non sparare addosso a papi, principi della Chiesa (!!!), e la vasta gamma dei monsignori, noi, in prima persona, che cosa possiamo fare oggi (senza partire da un aristocratica separazione di fatto)?
A via di sparare addosso ai totem collettivi, rivestiti di accalappiante bontà, ci attiriamo addosso la nomea di fanatici, che perciò non sono presi nemmeno in considerazione.
Abbiamo bisogno di profezia e di aiuto vicendevole concreto, più che ideologico.