Da Papa a Papa

 

 

 

 

Una panoramica assennata

Il nostro non vuole essere perbenismo, ma un modo libero di esprimerci. Non ci uniamo al coro di voci che fanno del Papa un idolo. Il papa uscente e il nuovo non vanno giudicati né nel contesto di una mentalità diffusa che li vuole Sovrani, Sacri, Carismatici, eccetera; né secondo il metro di chi proietta in figure sacrali le sue aspirazioni. Certamente noi, “Donne contro il silenzio”, non cesseremo mai di dire il disagio per non trovare realizzato nella Chiesa l’autentico spirito evangelico; ma ci guardiamo bene dal giudicare le persone, chiunque siano, secondo un metro ideale, al quale, invece, dobbiamo avvicinarci noi in prima persona. Ritrarremo la loro immagine con la necessaria disinvoltura di chi sa proporsi di fronte all’Autorità da persona libera. Vogliamo abitare i confini, da dove guardare senza farsi divorare dal Sistema-Chiesa, fosse anche solo per contestare. Ricordiamolo: la Chiesa è “Popolo di Dio” e tutti-tutte siamo Cristo.

Le ore più lunghe, in attesa della fine: LA FRONTIERA DI WOJTYLA

di Gaspare Barbiellini Amidei

Struggenti e appassionate nelle piazze mediatiche e ordinate nei palazzi apostolici, sono state le 24 ore più utili dei quasi 27 anni di pontificato di Karol Wojtyla. Se il dolore fosse tutto inutile, se anche dentro la civiltà di radici cristiane passasse l’idea che soffrire è sempre inutile, queste stanze vaticane ospiterebbero soltanto gli uffici di rispettabili signori stravagantemente vestiti di porpora, accanto a un vecchio morente. L’autorità della Chiesa di Roma si legittima nell’idea che ha accompagnato Giovanni Paolo II anche nell’ultimo passaggio della sua intensa vita: morire per gli altri, a favore degli altri, è vivere due volte. E’ stata una morte esibita, come fu quella di Gesù sulla croce. Un uomo inabile ha trasmesso attraverso i mezzi di comunicazione un messaggio: la vita non ha momenti privi di senso, se è tesa a dare senso alla vita degli altri. L’attenzione del mondo è stata costretta dalla volontà del Papa a concentrarsi lungo una frontiera fra l’aldiquà e l’aldilà che la frastornata cultura contemporanea tende a cancellare, per abolizione di ogni parte invisibile della realtà. Karol Wojtyla è stato potentemente uomo dell’aldiquà, una esistenza vissuta con intensità e vigore, un innamoramento di Dio che lo ha collocato subito in una storia di santi, una determinazione che ha inciso sugli equilibri ideologici e geopolitici del pianeta, un fascino naturale sulle folle, una giovinezza interiore che ha conquistato moltitudini di ragazzi.

Ma queste 24 ore che valgono un lungo regno hanno costretto l’opinione pubblica della Terra, inchiodata alle cronache televisive, a constatare la visibilità dell’invisibile, a comprendere che c’è qualcosa in più del successo nella vicenda di quest’uomo. Il profeta che se ne va lascia un vuoto percepito con eguale sensibilità anche dai non credenti. Wojtyla morendo consegna in eredità pure agli atei il bisogno di Dio. La sovrabbondanza ripetitiva e tardiva del contorno mediatico non ha soffocato l’innocente percezione del lutto e il sentimento corale di essere orfani.

 Tutti i cardinali che entreranno in Conclave sono stati scelti da Wojtyla, sono pastoralmente e stilisticamente figli suoi. Avranno un compito arduo. In queste ore ognuno di loro si domanda: dove è un altro Wojtyla? E poi, dopo il tempo dell’eroe, quale tempo attende la Chiesa di Roma? Rileggo la Costituzione emanata da Giovanni Paolo II circa la vacanza della Sede apostolica. La firmò nel febbraio del 1996. Con il tono brusco e autoritario che sapeva usare quando serviva, scriveva: «Proibisco a chiunque, anche insignito della dignità del Cardinalato, di contrattare, mentre il Pontefice è in vita e senza averlo consultato, circa l’elezione del suo Successore, o promettere voti, o prendere decisioni a questo riguardo in conventicole private».

Di quel «Successore» parve quasi offrire un ritratto, invitando i cardinali elettori a evitare «la ricerca della popolarità» e a non farsi suggestionare dai «mezzi di comunicazione di massa». Li esortava a cercarlo «anche fuori del Collegio cardinalizio», di trovarne uno «giudicato idoneo a reggere con frutto e utilità la Chiesa». Un uomo «utile e idoneo». Wojtyla muore sereno, convinto che ci sia.Dicono quanti gli sono stati accanto in queste ultime 24 ore che si è andato spengendo fragile e forte, magro come quei suoi fratelli ebrei polacchi che morirono nei campi di sterminio nazista. Aveva voluto che si pregasse per la loro memoria anche in una delle ultime messe silenziosamente concelebrate accanto al letto di infermo. Come dice l’antico canto romano, Wojtyla muore lieto perché vede morire la morte.

International Movement We Are Church - IMWAC

Insieme a tutti i credenti nell’Evangelo di Gesù gli aderenti e i simpatizzanti del movimento “Noi Siamo Chiesa” partecipano intensamente al lutto della loro Chiesa per la morte del vescovo di Roma. La morte tutto parifica, tutto uguaglia, per tutti essa è un passaggio misterioso ma pervaso, per i credenti nel Dio di Gesù Cristo, dalla fede nella Resurrezione. Perciò un atteggiamento di preghiera e di raccoglimento è quello che ci sembra necessario soprattutto per non essere frastornati dall’attuale eccessivo clamore dei media e dalle enfatizzazioni di ogni tipo.

A partire da questo stato d’animo, e da questo punto di vista, viviamo anche noi questo momento particolarmente importante per la Chiesa cattolica romana e, indirettamente per tutta la cristianità, che si trova ora privata di una personalità così complessa come quella di Giovanni Paolo II che è stato sul soglio di Pietro per quasi ventisette anni.

In vista del Conclave ci saranno naturalmente molti dibattiti: noi auspichiamo che la valutazione sul cammino della Chiesa durante questo lungo pontificato e sugli orientamenti per il futuro si basino unicamente su uno sforzo di fedeltà al messaggio evangelico. Anche “Noi Siamo Chiesa” cercherà nei prossimi giorni di dare il suo contributo alla comune riflessione in particolare valutando quanto Papa Wojtyla ha fatto a favore della pace fondata sulla giustizia, nonostante la sua non condivisibile ostilità nei confronti della teologia della liberazione, e quanto invece non ha fatto per attuare il rinnovamento della Chiesa nella linea che era stata indicata dal Concilio Vaticano II.
 

 


“NOI SIAMO CHIESA”

(aderente all’International Movement We Are Church-IMWAC)

Roma, 2 aprile 2005

 

Il movimento internazionale We Are Church-IMWAC (“Noi Siamo Chiesa”), fondato a Roma nel 1996, è impegnato nel rinnovamento della Chiesa Cattolica Romana sulla base e nello spirito del Concilio Ecumenico Vaticano Secondo (1962-1965). IMWAC trova il suo fondamento nell’Appello “dal Popolo di Dio” lanciato in Austria nel 1995 che ha raccolto circa due milioni e mezzo di firme in Europa e nel mondo che chiedevano:

         - la partecipazione dei fedeli alla nomina dei vescovi;

         - l'uguale accesso delle donne a tutti i ministeri;

         - il celibato opzionale per i preti;

            - un atteggiamento positivo nei confronti della sessualità nel rispetto della coscienza dei singoli; - tolleranza e dialogo con tutte le forme di dissenso nella Chiesa invece della loro discriminazione; - un più coerente e generalizzato impegno in tutto il mondo per la pace fondata sulla giustizia. We Are Church-IMWAC è rappresentata in più di venti nazioni di tutti i continenti, e opera a livello mondiale in collegamento con gruppi per la riforma della Chiesa di orientamento simile.

 

Così si  esprime una nostra corrispondente

07/04/05

Riporto le parole di chi me l'ha inviata...

Mi è sembrata una cosa bella e forse anche un sostegno per tutte noi che stiamo vivendo questi anni più o meno difficili. Maya

Il Papa ha dedicato alla donna questo profondo ringraziamento. Ora noi donne, di tutto il mondo, ricordando quelle parole, cosí dolci e cosí intense, ringraziamo il nostro Papa...
Per molte di noi è stato come un fratello, per molte come uno zio, un padre e per molte di noi un nonno. Un nonno dolce che ci mancherá.

Anche per questo, diciamo con voce ancor più forte... Grazie Karol,

Caterina Ventura

LA FORZA DEI GESTI
Il restauratore ribelle di Claudio Magris

Un Papa, ha scritto Stefano Jacomuzzi nelle «Storie dell’ultimo giorno», non muore mai solo. È circondato da alti dignitari e anonimi servitori della Chiesa, è seguito da innumerevoli telecamere; anche l’ultimo dettaglio della sua fragilità terrena, il difficile respiro o il sudore, è sotto gli occhi di tutto il mondo. Forse un Papa non è mai veramente Papa come nel suo agonizzare e morire, quando subisce «il grande soffrire e la soggezione del male, inevitabili come il respiro», scriveva Alberto Cavallari tempo fa, in un’occasione in cui si temeva per la vita di Giovanni Paolo II. Se il Papa è il vicario di Cristo, di Dio che si è spogliato di ogni potenza e si è calato nell’estremo della debolezza e dell’angoscia umana - sino a invocare per un istante, nel Getsemani, che non si compia la Passione - il momento in cui un Papa rappresenta Cristo con maggior verità è il momento in cui anch’egli è più assoggettato a questa debolezza. Pure per un Papa, dunque, il trapasso è il momento più universale, quello in cui ogni uomo incarna tutti gli uomini e muore nel suo segreto, nella sua capacità o incapacità di affrontare la morte, di farne il compimento e non solo la brusca e casuale interruzione della vita.
Anche un Papa, morendo, cade in quell’abisso imperscrutabile in cui si mescolano il niente e l’assoluto: anche a lui non resta che ripetere - come chiunque altro e senza capirne di più - le due invocazioni apparentemente contraddittorie di Cristo sulla Croce: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?» e «Padre, nelle tue mani raccomando il mio spirito».
L’attenzione spettacolare peraltro si addice a Giovanni Paolo II; egli è stato una singolare simbiosi di tradizionalismo vecchio stampo, senso sacrale della vita e istintiva familiarità con la società mediatica più secolarizzata, con i suoi strumenti e i suoi riti, che egli ha usato e padroneggiato sapientemente e, talora, con spregiudicata disinvoltura. Allo stesso modo univa una dimensione fortemente provinciale, con i suoi robusti pregi e i suoi angusti limiti, a una visione mondiale dei grandi processi storici e politici.
Una sua indubbia virtù, sottolineata dal cardinal Achille Silvestrini, è stata il coraggio; quel coraggio che nasce dalla consapevole decisione di porre la propria persona al servizio di valori che la trascendono e dunque libera dalle miserie e dalle ansie personali. Coraggio significa pure saper scegliere e dunque rinunciare, assumere posizioni nette e quindi care ad alcuni e invise ad altri, sacrificare quell’urbanità spesso vile che ci induce spesso - in nome della complessità e dell’ambiguità della vita - a voler essere d’accordo con tutti e graditi a tutti, a dire sì a una cosa e al suo contrario. Tale ruvidezza può talora risultare poco simpatica e Giovanni Paolo II non ha compiuto alcuno sforzo per accattivarsi le simpatie di chi lo trovava indigesto. Questo è un merito incontestabile, specie in un’epoca in cui ognuno cerca di piacere a tutti come un presentatore di quiz e il sorriso «cheese» viene scambiato per bontà, che invece è la capacità di riconoscere il male, di mostrargli i denti e di colpirlo.
Del resto è tale gagliarda ruvidezza che lo rendeva spesso irresistibilmente e bruscamente simpatico, come un compagno di gite in montagna.
La sua fermezza nel ribadire l’ortodossia cattolica è stata essenziale per la Chiesa ed è meritoria, perché definire contenuti e confini di una fede - e di qualsiasi pensiero - permette di aderirvi o di non aderirvi a ragion veduta, anche se alla nostra pigrizia facilmente piace una concezione del mondo così vaga da poterla contemporaneamente accettare e rifiutare a seconda dei casi e dunque un cattolicesimo optional da supermarket, in cui ognuno possa prendere quello che gli pare.
Certamente il Papa, per la sua formazione culturale fortemente condizionata dalla sua storia, era - specie all’inizio - succube di una sensibilità anche grezzamente conservatrice che poteva confondere la verità di fede al di sopra del tempo con costumi e mentalità storicamente condizionate, come rivelano certe sue goffe e penose uscite sulle donne. Talvolta sembrava scambiare, con una teologia inadeguata, questioni di carattere disciplinare e quindi suscettibili nel tempo di soluzioni diverse - come il celibato ecclesiastico o il sacerdozio femminile - con verità sovratemporali della fede. Ma, anche da questo punto di vista, ha saputo percorrere un grande cammino, superando certi suoi stessi atteggiamenti retrivi, celebrando la dignità femminile, chiedendo coraggiosamente perdono per le colpe della Chiesa e denunciandone le responsabilità nell’antisemitismo, bollando ingiustizie sociali, aprendosi al dialogo ecumenico e iniziando perfino un nuovo discorso su una possibile funzione diversa del primato del Papa.
Il Pontefice restauratore ha anche profondamente innovato la Chiesa con un’opera di apertura culminata nella radicale, dettagliata richiesta di perdono non solo per le colpe dei singoli pur altissimi membri della Chiesa, ma per gravi colpe ed errori di quest’ultima stessa quale istituzione. Questo gesto non è stato adeguatamente valutato nella sua grandezza ed è stato ingenerosamente considerato insufficiente da chi, sino a quel momento, non si sognava nemmeno di chiederlo. È un gesto di forza che non ha messo in discussione neppure una virgola dell’ortodossia e ha anzi riaffermato la funzione guida della Chiesa; un Pontefice più debole e incerto non avrebbe potuto osarlo senza timore di scatenare un processo di dissoluzione.
Deciso a colpire ciò che egli riteneva un errore, Giovanni Paolo II è stato talvolta privo di carità verso alcuni ecclesiastici che temeva potessero non allinearsi al suo progetto, come - ma è solo un esempio - verso il padre Arrupe, il Generale dell’Ordine dei Gesuiti. Non poteva non condannare certi aspetti teorici della teologia della liberazione, ma avrebbe potuto e dovuto essere più vicino a tanti sacerdoti che, in situazioni disperate fra i dannati della terra, hanno testimoniato il Vangelo e l’amore e salvato l’anima della Chiesa e che egli ha lasciato soli, forse in nome di grette preoccupazioni politiche che facilmente inducono ad aridità di cuore. All’inizio ha avuto talora due pesi e due misure nel correggere le deviazioni «progressiste» o «reazionarie». Per essere buono, anche un Papa, che si definisce servo dei servi di Dio, ha bisogno della sua grazia.
Risoluto ed efficace nel combattere il comunismo. Giovanni Paolo II ha assistito a una progressiva scristianizzazione del mondo, di cui il capitalismo - una delle forze più rivoluzionarie e sradicanti della storia - è oggettivamente lo strumento, con la sua travolgente trasformazione della terra, della civiltà tradizionale e dei suoi valori. Per la prima volta dopo venti secoli, il Cristianesimo potrebbe essere assorbito e dissolto, volatilizzato, eliminato come le macerie da una ruspa.
Questa consapevolezza ha gettato un’ombra di drammaticità dolente, quasi un senso d’impotenza, sul pontificato pur energico e trionfale di Giovanni Paolo II e ha dettato iniziative politiche contraddittorie, colpi a destra e a sinistra, apertura a Castro e appoggio a Tudjman, un anticapitalismo sferzante ma vago e dunque retorico, mosse infelici come l’iniziale simpatia verso la disgregazione della Iugoslavia presto foriera di tanto sangue e magnanime difese dell’umanità, mobilitazioni quasi demagogiche e sofferte testimonianze di altissimi valori che hanno aiutato credenti e non credenti a resistere agli idoli, ingerenze politiche indebite e regressioni a un invadente clericalismo per altri versi a lui estraneo, beatificazioni all’ingrosso e spettacolarità devozionali - come a Fatima - simili a karaoke, buone a riempire per qualche giorno le piazze ma non le chiese nella realtà quotidiana.
La dura condanna della guerra in Iraq è nata non da generico pacifismo - che sarebbe peraltro contraddetto da altri casi in cui egli non ha decisamente bollato l’uso della forza - bensì da una drammatica consapevolezza della crisi mondiale e delle sue imprevedibili conseguenze, consapevolezza così irresponsabilmente assente in tanti leader politici. Nei suoi gesti capaci di spiazzare le attese c’era una vera grandezza.
È difficile dire in che situazione egli lasci la Chiesa, forse oggi più debole di quanto si creda, dinanzi alle selvagge trasformazioni del mondo. Per il suo successore sarà assai arduo sia continuare sia mutare la sua linea.
Alla fine della sua vita il Papa, sempre più logorato dalla malattia ma incorreggibile nella sua affascinante forza e voglia di vivere, sembrava a volte un prigioniero, dai gesti pesanti e meccanici, quasi obbedienti a fila tenute da altri. Ma nel viso irrigidito e spento si accendeva il guizzo di uno sguardo ribelle e malizioso, quasi una strizzatina d’occhi ai veri amici, l’indomita volontà di giocare qualche tiro imprevedibile che rimetteva a soqquadro la sua immagine consolidata; forse anche il desiderio di scappare una volta di più dalla Curia Romana e andare in giro per il mondo

 


Il papa che verrà

 di Adriana Zarri

Non è gentile, non è opportuno criticare un defunto, a salma ancora calda. Di solito le critiche si fanno più avanti, quando la salma si è raffreddata. Prima è il momento degli elogi che - per verità, per cortesia o per ipocrisia - si fanno a tutti i morti. Volevo anch'io fare così, rimandando ad un secondo tempo le valutazioni degli aspetti negativi, presenti in papa Wojtyla, come in ogni essere umano, per potente e sacro e santo che sia. Però quanto sta succedendo: l'enfasi celebratoria che rasenta il fanatismo idolatrico (qualcuno ha parlato di papolatria) mi induce ad anticipare alcune critiche, anche se questo è il momento meno adatto. E' risaputo che, durante il Concilio, Wojtyla fu sempre dalla parte conservatrice e si oppose duramente a quei documenti conciliari che aprirono alla chiesa ed al mondo nuove strade. In seguito, eletto papa, la sua linea non cambiò e la sua teologia (posto che teologia si possa dire ciò che fu una semplice norma pastorale) fu sotto lo stesso segno regressivo: vedi l'opposizione al sacerdozio femminile il ribadito assenso al celibato ecclesiastico, alle discusse norme contraccettive, alla morale sessuale e via dicendo. E in tutto questo non si riferì (non poteva, in alcun modo, riferirsi) alla fede e alla Scrittura. Si tratta solo di teologia (e di cattiva teologia come cattiva è sempre stata la teologia che vige in Vaticano).

Questo per quanto attiene alla dottrina. Se poi vogliamo scendere a considerazioni più strettamente personali dobbiamo registrare l'appoggio che Wojtyla ha sempre dato all'Opus Dei: appoggio che è culminato con la canonizzazione dell'Escrivà de Balaguer che, com'è noto, dell'Opus fu il discusso fondatore. La canonizzazione dell'Escrivà: un personaggio quanto mai ambiguo («Va via, puttana porca» esclamò contro una donna che aveva osato contraddirlo) fu un fatto scandaloso; e so di telegrammi di indignato dissenso di cui il papa non tenne alcun conto. Né quella dell'Escrivà fu la sola canonizzazione discutibile. Altre ne seguirono.

Oltre alla qualità va rilevata l'incredibile quantità dei beati e dei santi creati da questo papa: più di quanti ne abbiamo fatti tutti i suoi predecessori messi insieme: un fatto assolutamente anomalo, nella storia della chiesa.

Penso che possa bastare; e mi scuso per tutti gli ammiratori (e verrebbe quasi da dire «adoratori») di questo papa che ha pur tanti meriti: ad esempio lo slancio ecumenico (mentre però seguitava ad elargire indulgenze che certo ecumeniche non sono).

Dopo questo papa, di cui tutto il mondo ha parlato con toni che, come già abbiamo detto, rasentano la papolatria, qual'è il successore più idoneo a ricondurre la chiesa a toni più poveri ed evangelicamente più dimessi?

Personalmente mi auguro una figura di basso profilo, proprio per ridimensionare la figura papale e contrastare l'enfasi papalista che è un «peccato» tipicamente cattolico. Un papa senza spettacolo, dimesso: meno «papa» possibile, nel senso trionfale che questa figura ha sovente incarnato. Un papa che abbandoni la piazza trionfale di san Pietro e si trasferisca a san Giovanni in Laterano: la cattedrale di Roma. Semplificando (con tutta l'approssimazione delle semplificazioni) si potrebbe dire che san Pietro è il potere, san Giovanni la fede.

Il papa è gestore universale in quanto vescovo di Roma. Però la cura della diocesi è sempre stata trascurata e demandata ad un vicario, il che significa accentuare oltre misura il potere universale a detrimento della cura pastorale di quella diocesi che pure è quanto rende papa il papa. In sintesi possiamo dire che il papa di domani vorremmo che fosse sempre più uomo come noi: senza extraterritorialità, senza svizzeri ed alabarde, senza stato né capi di stato (e quanti ne verranno a Roma, in questi giorni!) ma con una tavola accogliente alla cui mensa invitare non solo i potenti della terra ma anche i suoi cuochi e giardinieri. Un giardino glielo vogliamo concedere, con tante rose, qualche lucertola e qualche gatto.

 

 
Una parola equilibrata da un sito amico

23/04/05

Shalom
Sono una delle curatrici di VenereWeb e vorrei esprimere la gioia che ho provato nel leggere il Vostro comunicato e la Testimonianza sulla elezione di Papa Ratzinger. Finalmente un poco di ottimismo!!! Sono felice di aver letto queste parole di apertura al dialogo, di speranza, di fiducia nello Spirito, e vorrei manifestare tutta la nostra condivisione per tali Vostre posizioni, fondate anche sul rispetto di ogni persona, innanzitutto, e poi, come è stato giustamente scritto, verso un capo/rappresentante di una religione. Noi crediamo fermanente che ogni persona sia libera di esprimere anche un dissenso, ma che ciò debba sempre esser fatto nel rispetto della persona umana

E poi crediamo che quanto stiamo vivendo sia un tempo di grazia, e vogliamo investire in esso le nostre energie, con speranza ed entusiasmo. Dio agisce nella storia, con tutti gli strumenti che ritiene più opportuni, e le Sue vie talvolta non sono le nostre, così la Sua infinita Sapienza, e la sua grande Fantasia... Come abbiamo scritto nel comunicato sul nostro sito, vogliamo cercare di cogliere tutti i segnali positivi all'alba di questo pontificato, cercare ciò che possiamo condividere di questo nuovo Pontefice, cercare ciò che unisce, partire da questo..., non essere sempre per forza aprioristicamente "contro", e  cercare di andare anche un po' oltre le apparenze, senza timore di mettere in gioco la nostra speranza, lasciandoci anche un po' stupire dallo Spirito che  siamo certe non ci deluderà; e proponendo, come avete scritto, anche qualcosa di concretamente costruttivo ai fini di un dialogo e di un rinnovamento autentico, oltre i cori osannanti o degrinatori...

Rinnovo quindi il mio grazie sincero per la Vostra preziosissima presenza nel Web, per la Vostra disponibilità al dialogo e all'accoglienza dell'altro, testimoni dell'Amore di quel Dio che non fa differenza di persone... Mila.
 

Comunicato Stampa sul nuovo papa

dal nostro sito
 

Il presente comunicato si rivolge soprattutto agli appartenenti all’area dei severi critici, prima di Giovanni XXIII e ora di Benedetto XVI.

Comprendiamo gli alti intenti di chi vorrebbe una Chiesa Evangelica, davvero Popolo di Dio, davvero santa, finalmente innovativa, eccetera.

Noi, che per molti aspetti apparteniamo a quest’area, vorremmo che si tenessero in considerazione i seguenti punti di riflessione:

Buona parte del mondo è stata in sommovimento partecipativo per la fine del precedente papa, e altrettanta gente è entusiasta per il nuovo eletto. E’ indubbio che gioca molto il fattore “alone sacrale” di cui si vede avvolta questa figura. La fame di sacro è ancora una componente fondamentale per l’umanità, e perché essa venga sostituita da altri valori non è facile intravedere quanto tempo intercorrerà e quali strategie usare.

Se noi, persone critiche, siamo una minoranza-minoranza, perché pretendiamo un ribaltamento immediato, quale sarebbe quello piovuto dall’alto? Cosa di più realistico proponiamo contro l’infantilismo idolatrico che abbiamo visto imperante? Per non sparare addosso a papi, principi della Chiesa (!!!), e la vasta gamma dei monsignori, noi, in prima persona, che cosa possiamo fare oggi (senza partire da un aristocratica separazione di fatto)?

A via di sparare addosso ai totem collettivi, rivestiti di accalappiante bontà, ci attiriamo addosso la nomea di fanatici, che perciò non sono presi nemmeno in considerazione.

Abbiamo bisogno di profezia e di aiuto vicendevole concreto, più che ideologico.