Il 20 Aprile 2004 Luisa Muraro alla Libreria San Carlo al Corso, Milano 23 marzo 2004, ore 18 ha così parlato del suo libro "Il Dio delle donne".
Il testo è frutto degli appunti presi dalla viva voce e non è stato rivisto dall'Autrice.
Seguirà una replica di Ausilia Riggi
È passato un anno da quando è stato stampato quel libro. Io sono diventata un'altra da quella che lo ha scritto e ne parlerò indirettamente. Prenderò a pretesto un testo apparso su Internet dopo la trasmissione televisiva intitolata Il Dio delle donne (in "L'infedele" di Gad Lerner, nell'ottobre 2003), di cui ero ospite, insieme ad altre e altri, però si trattava di questo libro e di Guglielma e Maifreda. Lì presenti c'erano anche delle suore, una ha anche parlato, autorevolmente. In un sito che si chiama "donne-cosi" ma è "Donne contro il silenzio".
Si commentava quella trasmissione, e uno dei commenti è - firmato Ausilia - (a me sembra che sia una suora che ha visto la trasmissione e la commenta rivolgendosi alle suore che vi hanno partecipato).
Prendo questo testo a pretesto per una questione che a me interessa e approfitto che voi siete qui perché voglio andare al senso per me di aver scritto quel libro.
Comincio dicendo che il testo di Ausilia - l'abbiamo informata, grazie a Clara, del fatto che oggi avrei parlato di lei. Lei non poteva venire però ci ha chiesto di tenerla informata - è venato di preoccupazione per l'ortodossia. Io sono formata interiormente ad avere amore per l'ortodossia, tengo in grande conto l'ortodossia, questo per inciso.
Il testo di Ausilia è leggermente ansioso, e si vede già nel titolo, "Nostre perplessità". Il primo suo commento è: "L'esperienza mistica delle donne non si identifica nel generare Dio che le eleverebbe, senza che se lo prefiggano, a livello della Madre di Dio". Altro punto: "Ma non è da esaltare e da proporre acriticamente a gente profana una via mistica che ha permesso solo ad alcune donne di eludere la mediazione". Ancora: la mistica è per pochi. Poi: "Si fosse almeno usato l'aggettivo 'divino'" al posto di Dio. Il farsi-Dio è il culmine del percorso ("indiamento" è di Dante, "deificatio" è il termine latino). Quindi, cautela, almeno quello: si sta riferendo proprio alla trasmissione. Poi c'è come una giustificazione: "è vero, ed è giustificata, la deificatio, dall'unica possibilità come potere concesso alle donne". Questo è un altro punto di dottrina ortodossa, pesante: le donne hanno solo il potere del carisma, non quello che viene dall'ufficio (il sacerdozio).
Poi dice una cosa su cui sono d'accordissimo: "Ma le immagini che abbiamo visto trascorrere sullo schermo evocavano modelli tutt'altro che liberanti". Erano orribili quelle immagini, e sono state criticate da me e da qualcun'altra: la parte iconografica, fatta da un giovane uomo dell'équipe di Gad Lerner, era proprio secondo i peggiori stereotipi che corrono sulla mistica e sulle donne.
Poi continua, altro punto negativo: "Dalle teologhe avrei preteso" - dunque sembra che abbia
un'autorità, questa Ausilia - "che il tentativo di divinizzazione femminile, con la contropartita della negazione di sé, avesse preso un altro indirizzo, più corretto teologicamente". Questo sintetizza il motivo di questo testo.
Veniamo al punto. Quest'ansia per l'ortodossia di questa donna, sicuramente una donna onesta e stimabile - e un'ansia che non è certo solo di lei, è un fenomeno diffuso fra i cattolici e le cattoliche, le suore, i preti - quest'ansia per l'ortodossia io la considero deleteria, e la paragono a un morbo, perché vieta l'audacia in un campo, la teologia, in cui l'audacia è autorizzata e indispensabile.
Chiamo teologia il parlare di Dio. La teologia era questo prima di diventare la teologia scientifica, una scienza, ma per strani motivi una scienza riservata a un numero ristretto di persone - prima solo i preti, poi hanno ammesso anche i laici, adesso anche le donne. Prima di diventare questo - sono sicura che ci sono ottime ragioni, non voglio discutere di questo - Dante si considera, e viene chiamato, teologo, perché parla di Dio, semplicemente.
Allora, l'ansia di Ausilia frena in lei, e vuole frenare in altre, l'audacia in un campo, quello del parlare di Dio, in cui l'audacia è autorizzata e indispensabile, secondo me. Per l'autorizzata, leggo una pagina di un libriccino edito anni fa da Jaca Book, di Marie Dominique Chénu, un domenicano che ho anche conosciuto di persona, Il risveglio della coscienza nella civiltà medievale. Lui ricorda quello che disse Innocenzo III all'arcivescovo di Bouges: "Dice Innocenzo III, facendosi forte di una frase di San Paolo" (a proposito di audacia in teologia, basta fare il nome di San Paolo) "che la buona fede impone sotto pena di peccato di seguire la propria coscienza. È preferibile subire una scomunica che non andare contro la coscienza. E lo metterà nelle Decretali". E San Tommaso, secondo sempre Chénu, lo insegna esplicitamente, andando contro il vescovo di Parigi suo contemporaneo: "San Tommaso afferma che si è obbligati in coscienza a separarsi dalla comunione cristiana quando non si può più credere alla divinità di Cristo. Non si deve agire "contra veritatem vitae" anche a rischio di provocare uno scandalo". Non si deve agire contra veritatem vitae. Si può ed è meglio, per essere fedeli alla verità della vita, incorrere in una eresia. Questa è l'autorizzazione. Il cristianesimo - non tutte le religioni, ma noi siamo nella tradizione cristiana - autorizza ad essere audaci quando si tratta di Dio.
L'altro punto che voglio sostenere è che questa audacia è anche indispensabile. Perché questa civiltà moderna, in cui viviamo, è una civiltà che ha messo Dio al suo posto, né più né meno, e Dio di questo muore, è morto. Ha messo Dio al suo posto: grande, bello, trascendente, ma al suo posto. E di questo Dio muore, perché al suo posto non ci può, non ci vuole stare: non c'è un posto di Dio, ha bisogno di andare fuori posto, di andare dove capita. Questo ha finito per significare la morte di Dio.
Perciò diventa necessario slanciarsi audacemente fuori da certe convenzioni, accordi, regole, competenze ecc. Uscire da tutto questo perché è il movimento indispensabile... se Dio esiste: non è che io sia qui a rendere testimonianza di una fede, non potrei. So solo che questo tipo di civiltà il suo più e il suo meglio lo ha confinato in una trascendenza assolutamente statica. E tutto il resto se lo ha cucinato in casa: la libertà, la felicità..., tutto cucinato in famiglia, nei termini di questo mondo, così come questo mondo può darci la libertà e la felicità. Insomma, io sostengo che questa audacia è indispensabile per potere portarsi nel luogo in cui si combatte per la possibilità che Dio venga a questo mondo. La possibilità di rompere dei confini: è lì che bisogna andare, e andarci con i mezzi che abbiamo. Un esempio. Conosco due suore, sono bravissime, lavorano nel campo dell'educazione di persone giovani o giovanissime, maschi e femmine, che hanno perso ogni orientamento e che si sbattono come capita o si lasciano sbattere come capita. Mentre stavano raccontando che alle giovani donne con cui cercano di avere un rapporto insegnano a farsi padrone della loro vite, le mie amiche suore hanno detto: "Aperta parentesi: naturalmente noi non siamo padrone delle nostre vite, noi abbiamo qualcun altro". Chiusa parentesi, e vanno avanti. Allora io ho obiettato su questa strana parentesi: "Perché quello che vale per voi non deve valere per quelle là?" E loro hanno detto: "Se noi tiriamo fuori Dio, loro prendono la porta, è finita". Allora, questo è il paradosso. Su questa cosa ho riflettuto, non da sola, con altre persone, per mesi. Ormai sono due anni che ci penso. Cioè queste due donne non possono offrire la cosa più preziosa che hanno. A ragazze che per il cosiddetto amore di qualche sfruttatore, di qualche drogato o di un delinquentino qualsiasi, sbattono le loro vite in maniere perdenti e disperate, perché cercano l'amore,
verosimilmente, o perché sono invase dall'odio verso padre, madre (è sempre una ricerca d'amore anche quella), loro non possono neanche far sospettare, cioè non possono nominare l'amore che fa luce nella loro vita (le conosco, anche per le prove che hanno passato). Non possono. In questa civiltà non si può, non è consentito. È una cosa insostenibile. Questa è la ragione per cui dico, dopo che ho meditato sul significato di questa storia, quello che vi dicevo prima.
Adesso ho finito la parte di quello che volevo dirvi, e pongo poche domande.
La prima è: avete capito quello che ho detto? La seconda è: che cosa pensate di quello che ho detto?
La terza è: siete disposti - non in gruppo, naturalmente: faccio la domanda globalmente, ma è rivolta singolarmente - siete disposti a fare di voi stessi il campo di battaglia per la battaglia che dicevo, per la possibilità che Dio venga a questo mondo. Oppure, siete come quelle tre persone - ottime persone, due donne e un uomo - che (ero a un centro di studi, San Carlo di Modena, avevo fatto un discorso diverso, ma il succo era questo) in modi diversi, con linguaggi diversi, con grande autenticità tutte e tre, si sono alzate per dire: "io ho la fede e me la tengo cara". Una era una catechista e mi ha anche cominciato a recitare praticamente il credo, mi voleva dare tutti i capisaldi della sua fede, io l'ho interrotta e le ho detto: "Sì, ho capito, sono contenta per lei, che sia arrivata alla sua età (più o meno la mia età) con il tesoro di questa fede intatto, e le auguro che se lo possa portare fino all'ultimo, comunque questo non è il mio caso, e non è il caso di tanta altra gente".
Queste sono le domande, e anche se ho fatto della leggera ironia sulla signora che recitava il credo, vi devo dire che della risposta che mi hanno dato la cosa sorprendente che mi ha molto colpita è che io per arrivare a porre la questione che vi ho posto gli avevo portato l'esempio di Santa Teresa del Bambin Gesù, la cui vita è diventata negli ultimi mesi, come si può leggere nel Manoscritto C, questo campo di battaglia, e lei lo sapeva, lo ha detto, lo ha scritto expressis verbis, ma pare che i cattolici se la leggano tranquillamente e la cosa non li impressioni, o forse girano al largo, non lo so.
Grazie.
La risposta di Ausilia Riggi (che trascriviamo dall'ascolto della sua viva voce: quindi lotta ad armi pari - Paola Landi)
Dunque io avrei "ansia" a causa della mia ortodossia! Perché ci vuole audacia a proporre verità che rompano certi schemi! Io dicevo, come riporta la Muraro: "Dalle teologhe avrei preteso che il tentativo di divinizzazione femminile, con la contropartita della negazione di sé, avesse preso un altro indirizzo, più corretto teologicamente".
La correttezza teologica (almeno come la intendo io) non riguarda l'ortodossia, bensì l'uso appropriato della "novità" nel creare immagini di Dio più consone alla liberazione, in particolare delle donne. Ora, l'autonegazione delle mistiche, pur coraggiose nell'esprimere la loro esperienza "deificante", è un limite da superare (dico esattamente l'opposto di quanto afferma la Muraro): Non è l'identificazione con la Madre di Dio, e cioè il generare-Dio che libera la donna (quante madri di figli di Dio hanno le antiche religioni! Si noti: le donne genererebbero il maschio che - però, non è tanto loro figlio, quanto figlio di Dio). Mi pareva che fosse assimilato in ambito femminista che la libertà delle donne passa, non dalla loro divinizzazione, quanto dal riconoscimento della pienezza della loro "terrestrità".
In che cosa consiste la mia ansia di ortodossia? Nel negare il valore liberante di questa maternità divina? Ma allora sono io a far saltare in aria l'ortodossia.
Il mio pensiero, nemmeno originale, è che la mistica debba finire di essere esclusiva di una "indiazione" di alcune/i, ma debba essere contatto col divino aperto a tutte/i: il che è innalzamento alla dignità di esseri umani; è consapevolezza che l'ambito di Dio è liberante nella misura in cui non sia carpito dai terrestri, ma sia zona d'accesso ad un piano esistenziale, proprio di chi realizza l'umano nella sua pienezza.
Il discorso sarebbe lungo, ma si muove su parametri che sarebbero stati graditi al "Papa buono" quando affermava: "non è il mondo che deve diventare cristiano, ma il cristianesimo che deve diventare umano".
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