LETTERA AI VESCOVI DELLA CHIESA CATTOLICA

SULLA COLLABORAZIONE DELL'UOMO E DELLA DONNA

NELLA CHIESA E NEL MONDO

Commento a cura di Ausilia Riggi

1. P r e m e s s a

Non è da sottovalutare la preoccupazione di cui il Prefetto della Congregazione della Dottrina della Fede si sente investito nel proporre, mediante questa Lettera, un cammino di approfondimento all'interno della Chiesa e per instaurare un dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà, nella sincera ricerca della verità e nel comune impegno a sviluppare relazioni sempre più autentiche in vista di un dialogo con tutti gli uomini e le donne di buona volontà. E' chiara prova di quanto si intensifichi tra le mura del Vaticano la consapevolezza di non dover stare con le mani in mano di fronte ad un tempo in cui la collaborazione tra uomo e donna appare, ad occhi attenti, un elemento cardine in vista della pacificazione universale, propugnata su diversi fronti e messa in pericolo da fanatismi religiosi esplosivi.

Sennonché il carattere normativo, proprio dei documenti pontifici, contrasta con lo spirito di ricerca che l'argomento richiederebbe, come appare a chiare lettere nel giudizio negativo circa teorie che risulterebbero non coincidenti con le finalità genuine della promozione della donna. Ma sono diversi i punti nevralgici che sottolineano il distacco, a volte lo iato che intercorre tra i criteri ispiratori della Lettera e quelli della ricerca laica.

Prendere in considerazione questi punti non vuole essere atto di irriverente spirito di critica né di passiva condiscendenza. Lo premettiamo perché alcune femministe sono state accusate (da altre) di essere tenere verso la Gerarchia ecclesiastica; e perché non sono mancati i commenti mordaci, come quello del giornalista di Repubblica, che non portano da nessuna parte. Nei riguardi di chi (la Rossanda) ironizza dicendo che la lettera non è di un uomo ma di una istituzione, la quale parte per l'appunto da sé e si riferisce a sé come alla rivelazione, si può a sua volta ironizzare, affermando che, se un uomo qualsiasi si fosse espresso nei termini di Ratzinger-istituzione, noi donne non avremmo modo di riaffermare le nostre conquiste, conseguite grazie - anche - ai divieti di parte ecclesiale (più fertili di pensiero rispetto alle cedevolezze della post-modernità).

2. Una sessualità polimorfa? Approccio laico e ecclesiale alla tematica

Accenniamo anzitutto alle convergenze e alle divergenze tra i contenuti della Lettera e quelli del pensiero femminista.

Nell'ottica di R., il femminismo avrebbe favorito un livellamento della differenza tra i due sessi, camuffati nel termine "generi", i quali derivano da fattori culturali e quindi sono provvisori. Si spianerebbe così la china verso la relativizzazione di ciò che è maschile e ciò che è femminile, dal momento che si parla una sessualità polimorfa, la quale porterebbe all'equiparazione dell'omosessualità all'eterosessualità. Una sessualità polimorfa sfalda la diversità e la riduce a molteplici forme; mentre una sessualità connotata di caratteri strutturalmente essenziali permette la messa a fuoco di motivi per un'apertura all'altro senza smarrire la propria identità. Peccato che l'impianto teologico a sostegno di quest'ultima tesi sia quello tradizionale, che vede nelle leggi della natura la stessa assolutezza della metafisica.

Da parte femminista il commento più lapidario e tranciante proviene dalla Rossanda: Ratzinger non è neppure sfiorato dall'idea di una libertà femminile che non sia obbedienza all'ordine del creato.

Non è elegante né utile ricorrere ad un'accomodante via di mezzo tra la tesi cardinalizia e quella di certo femminismo. Basta dare ad ognuno il suo: a) al cammino laico delle donne per il rifiuto del concetto di natura contrassegnata da leggi immutabili; b) a Ratzinger per il tentativo di andare oltre l'elaborazione femminista, in quanto i corretti rapporti di coppia sarebbero il paradigma dello spirito di collaborazione, unica speranza della salvezza di tutti, credenti e non.

Vorremmo consigliare ai lettori del documento di prendere atto del duplice approccio alla tematica, soprattutto per quanto concerne il concetto di sessualità polimorfa. La critica che ne fa Ratzinger a partire da un'antropologia biblica e da un simbolismo imbrigliato nella ideologia dottrinale, non dovrebbe suonare assurda ad un pensiero integralmente laico, il quale avrebbe parecchio da temere, piuttosto, dalla dispersione di un'identità di genere dalle illimitate possibilità (che fa pensare ai pericoli in cui incorre l'umanità a causa del delirio di onnipotenza nell'uso della tecnologia).

3. La differenza femminile tradita dalla diversità dei linguaggi

E' legittimo auspicare che sia smantellata la visione rigida e assoluta di un'essenza umana sessuata fin nel suo DNA; ma a patto di non lasciare Scilla per cadere in braccio alla Cariddi di una natura quale materia informe plasmabile indefinitamente dall'arbitrio umano. Ma pare che le donne, nell'inebriante certezza di poter emanare la propria differenza da un atto di libertà, amino sostare un po' troppo in un adolescenziale spirito di esaltazione, figurandola (la libertà) del tutto decondizionata.

Non si può negare che la differenza a) come irriducibile diversità (alla Ratzinger), e la differenza b) modificabile sino a (credere di poter) annullare ogni disuguaglianza, confliggano, e nello stesso tempo siano entrambe inadeguate a superare certo solipsismo dell'io, il cui malessere non è alleviato da prospettive di maggiore spirito di collaborazione esteso a tutto il pianeta.

Criticare Ratzinger è facile, anche se lui, come gli è rimproverato, non parte da sé, e cioè dal punto di vista esistenziale (fa scuola un femminismo di frontiera), ma da principi indiscussi di una fede dottrinalmente indirizzata. E però gli va riconosciuto il tentativo di proporre un argine alla deriva del postmoderno. Sarebbe bello se, anziché reagire all'impostazione del pensiero religioso, quello laico protendesse lo sguardo ad una visione in grado di rimpiazzare un simbolismo decaduto a verità da credere, con la capacità creativa di andare oltre le contrapposizioni. E ciò senza declinare l'invito a affidarci all'ineffabilità del misticismo, secondo il frasario irridente di qualche insofferente femminista. Misticismo non è roba da sprovveduti o da fanatici, ma visione in profondità, prospettica e fiduciosa nelle capacità dell'umano.

4. La dimensione divina della relazione

Tra le femministe è maturata la consapevolezza che l'aspetto relazionale della differenza umana abbia una fontalità biblica e sia a fondamento dello stesso rapporto tra umano e divino: È questa umanità sessuata che è dichiarata esplicitamente "immagine di Dio". Qui i commenti, mortificati dall'angustia dello spazio di un articolo, toccherebbero corde gradite a buone orecchie. Anche se certo linguaggio impedisce di ampliare la sfera degli "udenti" (un tale suono). Il concetto di sponsalità come proprio dell'essere-in-relazione rischia di divenire accessibile solo ad iniziati: Il corpo umano, contrassegnato dal sigillo della mascolinità o della femminilità, "racchiude fin "dal principio" l'attributo "sponsale", cioè la capacità di esprimere l'amore: quell'amore appunto nel quale l'uomo-persona diventa dono e — mediante questo dono — attua il senso stesso del suo essere ed esistere".

Certamente, una volta che la donna si liberi dal destino biologico, afferma I. Dominijanni, il riferimento alla Vergine diventa esemplare di un nuovo modo di essere madre. Ma soprattutto non è la lotta al fallocentrismo a ristabilire l'equilibrio tra uomo e donna, bensì l'uscita dal peccato.

Forse è ora di convertirci ad un maggiore rispetto per la visione religiosa, non deformata da ciò che impedisce di riscoprire valori altamente umani, come quello dell'amore che trionfa di tutti i motivi di conflitto.

E se ancora una volta la donna, allettata dalla prospettiva di divenire antesignana di tale segreta capacità di rivoluzionare la storia intrisa di egoismi, si lasciasse investire di tale compito fino al punto di rinunziare a tutto ciò che sa di potere istituzionale?

Eppure ci rendiamo conto che non bisogna allentare la guardia, per non negarsi l'accesso ad un potere inteso come "possibilità": è tipico l'esempio di quante lusinghe inducano le donne a non avanzare diritti (tra cui quello al sacerdozio) in nome della vocazione, specificamente femminile…, all'amore.