CONTRIBUTI PERSONALI AL DIBATTITO
La vita religiosa riscopre il comune discepolato impegnato in stati di vita diversi (Collaborazione, confronto, spiritualità, eccetera)
Riportiamo da alcune lettere che ci hanno mandato suore anonime, in vista di animare il dibattito.
Esprimi il tuo parere, cercando di puntualizzare alcuni temi,
per non disperderci nel generico
A) Abbiamo visto il Signore!
Il signore è Gesù Cristo, il figlio di Dio, venuto su questa terra, morto in croce per la nostra salvezza e poi risorto. La sua risurrezione fu annunziata dai suoi discepoli proprio con queste parole: "Abbiamo visto il Signore". Anche i primi cristiani chiamavano Gesù "il Signore", per esprimere la centralità di Cristo nella loro vita; i martiri diedero la vita per "dire" tale centralità.
Noi, giovani credenti di oggi, non abbiamo avuto nessuna visione, ma abbiamo sperimentato che il Signore è vivo e presente tra noi, e si fa vedere e sentire da chi lo mette al centro della vita, ascoltando la sua parola e diffondendo il suo amore. Né siamo martiri, ma consacrandoci a Lui affermiamo che conoscere Lui è la cosa più bella della vita.
Il Signore Gesù ci ha mostrato il Padre sul suo volto Il Padre è Dio, l’Onnipotente e l’Eterno, Colui che nessuno può vedere, e che il Figlio Gesù ci ha rivelato, venendo su questa terra e divenendo uomo come noi. In tal modo ci ha consentito di conoscere il Padre e soprattutto ci ha svelato una cosa straordinaria, che Dio è amore, e ha creato l’uomo e la donna solo per amore, e poi li ha perdonati e ora li vuole salvare e rendere felici a tutti i costi. Anzi, Gesù, il figlio di Dio, ci ha rivelato che il Padre suo è anche Padre nostro, padre dolcissimo che veglia sulla vita di ciascuno di noi, e non ci abbandona mai.
Ogni persona umana è la cosa più preziosa per questo Dio che ci è padre e madre. Nel vangelo è scritto che perfino i capelli del tuo capo sono da lui contati. Ci ha chiamati a seguirlo radicalmente. Il Signore Gesù, nostro fratello, è così vivo che chiama ogni vivente a esser se stesso e realizzarsi in pienezza. Noi crediamo che seguire Cristo sia il massimo della libertà e della felicità per l’uomo e per la donna. Per questo lo seguiamo radicalmente: per esser come lui, liberi d’amare tutti, anche chi è diverso da noi e lontano e straniero, liberi di rinunciare a noi stessi per costruire un mondo migliore.
Non seguiamo Cristo per la nostra perfezione, come fossimo migliori degli altri, ma perché vogliamo testimoniare che seguire lui vuol dire scoprire la via, la verità e la vita. Se ogni persona è chiamata a esser felice, ogni persona è chiamata in qualche modo a seguirlo. Anche tu. Ci ha chiamati a comunicare agli uomini e alle donne la sua Parola di salvezza Gesù è la Parola del Padre, poiché tutto il Lui è manifestazione della paternità e maternità di Dio.
Per questo la persona umana vive di ogni Parola che esce dalla sua bocca, perché in quella parola trova il senso della vita terrena e la speranza della vita eterna, la luce che illumina il mistero del dolore e della morte nell’attesa d’una domenica senza tramonto. Senza questa Parola sarebbe la tenebra più oscura o la babele delle voci. Questa Parola, allora, dev’essere detta e gridata, in tutti i modi. E noi la vogliamo comunicare attorno a noi, con la nostra vita e le nostre parole. Perché la Parola di Dio sia salvezza anche per te che ci ascolti.
Ci ha chiamati a servire i poveri e gli emarginati. Gesù nella sua vita terrena ha mostrato che Dio Padre non ama tutti allo stesso modo, ma ha delle preferenze: vuol bene in particolare a chi è tentato di non sentirsi amato, o a chi di fatto è posto ai margini, per motivi diversi, della società, perché fisicamente o psichicamente limitato, di razza o religione diversa, senza cultura o senza potere, peccatore o carcerato... Noi stessi siamo amati dal Padre con tutti i nostri limiti, e non solo amati, ma - e questo è fantastico - resi da Dio capaci d’amare alla maniera Sua.
Per questo, per puro dono, ci facciamo servi e serve dei poveri e degli emarginati e vorremmo che ogni creatura sperimentasse la straordinaria benevolenza di Dio attraverso il nostro affetto. Professiamo la fede, la speranza e la carità Aver visto il Signore è un’esperienza soggettiva e personale, ma il cristianesimo si vive assieme, credendo nello stesso Dio che è Padre di tutti e nel Figlio suo che ci ha salvati, sperando un giorno, quando sconfitta sarà la morte, di godere tutti assieme per tutta l’eternità della visione di Dio, lasciandoci da lui amare per voler bene a tutti col cuore di Dio. I cristiani, allora, proprio perché amano - credono - sperano in Dio, credono anche nella dignità umana, sperano in un mondo migliore e contano di poterlo costruire assieme agli altri, amano la vita e i compagni di viaggio, specie chi soffre, in questa avventura.
Viviamo in povertà, castità, obbedienza. Esser poveri, per noi, vuol dire rinunciare al diritto di possedere e alla voglia di accumulare; sensibili ai disagi e alle sofferenze altrui, nutriamo un amore preferenziale per i poveri coi quali condividiamo volentieri le nostre risorse; esser casti significa amare tutti col cuore di Dio, non legarsi a nessuno e non rifiutare nessuno; esser obbedienti vuol dire non limitarsi alle proprie vedute per esser liberi di compiere quel che Dio vuole e desidera. Viviamo poveri, casti e obbedienti non per disprezzare i beni e gli affetti terreni, ma per testimoniare un nuovo modo d’essere, ove gli istinti in sé buoni dell’avere, del procreare, dell’autogestirsi non hanno il sopravvento sulla libertà dell’uomo e della donna e vengono relativizzati, e proclamare Dio come il solo assoluto, l’unico che può appagare il cuore umano. Quel che noi viviamo lo consegniamo agli uomini e alle donne del nostro tempo perché sia sapienza di vita per tutti, e ognuno sia povero - casto - obbediente nel suo specifico stato di vita. Viviamo nella preghiera costante. Pregare è dare del tu a Dio e sentirsi da lui accolti, ma è anche stare dinanzi alla sua bellezza e verità per scoprire in essa la propria identità. La preghiera ci riconduce alle sorgenti dell’io, come un tornare a casa e, al tempo stesso, è entrare nel mondo dei desideri di Dio per capire come la sua fantasia scapigliatissima sogna l’uomo. Per questo noi preghiamo e la nostra preghiera accompagna tutta la vita, perché in ogni istante noi siamo davanti a Dio, riceviamo il suo amore e lo contempliamo nelle creature e nel creato. È bello dar lode all’Altissimo, è bella la liturgia, il tempio, il cantare assieme, il celebrare i misteri, l’intercedere per i bisogni del mondo... È la bellezza di Dio che risplende su di noi!
Viviamo in comunità fraterne. La vita religiosa è comunitaria e la comunità è comunione di santi e di peccatori. Noi viviamo assieme, condividendo abitazione e lavoro, denaro e cibo, fatiche e debolezze, crescita spirituale e doni di Dio. In comunità ognuno si fa carino dell’altro e ha bisogno dell’altro. Perché noi vogliamo testimoniare assieme, non individualmente, l’amore di Dio che ci unisce anche se siamo diversi nel carattere, nella provenienza, nella sensibilità, nella cultura ecc. In comunità non ci scegliamo, e in effetti non è facile a volte vivere una fraternità che non viene da vincoli e legami umani, ma è importante che in un mondo lacerato da discordie vi sia il segno che l’amore di Dio è forte d’ogni divisione umana. E la gioia, poi, che nasce dallo stare insieme nel nome del Signore non solo compensa ogni fatica ma si diffonde ovunque.
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B) Un passaggio della relazione di padre Paolo Giannoni, Camaldolese, alla Assemblea della Unione Superiore Maggiori d’Italia (USMI)
Altro sintomo di soggettivismo è la incapacità di sostenere la dura fatica della vita comune, sapendo contingentare la propria posizione con una pazienza che possa comporre la riconciliazione delle diversità e perseguire un accordo faticoso, ma possibile, se si ha la sapienza di porre le difficoltà dell’intesa, lasciando la discussione ed entrando in una condizione di adorazione davanti a Dio (qui la pratica di Arrupe nelle congregazioni generali dei Gesuiti sta come un richiamo prezioso) e affidandosi alla carità dello Spirito santo, con l’ascetica dell’utilità (1Cor 14). Una comunità segnata dall’immaturità affettiva (capacità di aprire e di accettare relazioni) è un brodo di coltura per microbi di immaturità generale.
Qui sta anche il delicato rapporto dell’innovazione a fronte della tradizione. Esistono, infatti, comunità che nascono dalla separazione da un’altra comunità, a sua volta nata dalla separazione da un ordine tradizionale. E anche la facile innovazione (salvo poi ad appropriarsi di titoli, come avviene nelle annessioni di cariche e dizioni benedettine) può nascere dall’incapacità di impostare l’austera crescita nell’accogliere la tradizione, con la conseguente perdita o attenuazione della ricchezza che viene dalla consegna dell’esperienza spirituale, all’interno di un cammino spirituale che ha dietro di sé una storia di santità e una datità spirituale, che nella sua stabilità mostra la presenza di una struttura sostanziale e non solo episodica.
C) Da un intervento di Adriana Valerio
E’ indubbio che il Concilio Vaticano II ha rappresentato una svolta nella storia della Chiesa cattolica anche per ciò che concerne la questione femminile, soprattutto per le nuove modalità adoperate nel relazionarsi con quelle problematiche che il movimento delle donne andava ponendo alla società ormai da oltre un secolo. Se Giovanni XXIII aveva già indicato come "segno dei tempi" la necessità dell’ingresso della donna nella vita pubblica (Pacem in terris,1963), riconoscendo pubblicamente le conquiste sociali conseguite negli ultimi decenni, il Concilio Vaticano II avrebbe esplicitato tale apertura nella Gaudium et Spes, dove si affermava l’ "uguaglianza sostanziale dell’uomo e della donna" (GS 49), nonché il dovere di tutti a "far sì che la partecipazione propria e necessaria delle donne nella vita culturale sia riconosciuta e promossa" (GS 60). Ciò avveniva all’interno di una nuova e positiva considerazione dei laici, non più inseriti in una Chiesa intesa come "società gerarchica di ineguali", bensì valorizzati all’interno di una Chiesa intesa come comunionalità di un popolo di Dio in cammino.
Negli anni che seguirono il Concilio abbiamo assistito a momenti alterni nei quali il Magistero, tra aperture e chiusure, ha mostrato difficoltà ad assumere le richieste delle donne, pur iniziando a parlane il linguaggio mutuato dal pensiero femminile e dalla cosiddetta filosofia della differenza.
Parimenti, il pontificato di Giovanni Paolo II non è stato esente da contraddizioni, dovute tanto alla mancata attuazione dei presupposti teorici di piena e uguale dignità tra i due sessi, quanto a sue oscillazioni tra le posizioni rigidamente legate alla tradizione di stampo aristotelico-tomista e quelle più aperte, ispirate dall’antropologia dell’umanesimo cristiano. Se Giovanni Paolo II ha riconosciuto la necessità di superare le discriminazioni nel campo del lavoro e della cultura, nello stesso tempo ha rafforzato il ruolo materno ed educativo delle donne, sia pure in senso ampio, chiedendo loro di farsi educatrici di pace e di schierarsi dalla parte della vita. Purtroppo all’alta dignità riservata alla donna, della quale riconosce "il genio", non ha affiancato un’altrettanto reale riconoscimento di ruoli e responsabilità. La mia impressione è che in questo pontificato la donna valga molto ma conti poco.
Il 2 ottobre 1994, durante i lavori del sinodo dei vescovi su "La vita consacrata e la sua missione nella Chiesa e nel mondo", era emerso come la donna consacrata vivesse una condizione di marginalità. Un gruppo di suore, attraverso la voce di Clara Sietman, superiora generale delle Missionarie del Sacro Cuore, aveva chiesto che alle religiose fosse consentito ricoprire incarichi decisionali in seno alle congregazioni, rivendicando stipendi adeguati ed una presenza equa ed effettiva delle donne consacrate nei campi pastorale e decisionale (anche per quanto riguardava la pianificazione di strategie ed il potere decisionale, tanto a livello locale quanto universale), fino a raggiungere gli organismi ufficiali della Curia romana, all’interno della quale chiedeva che le donne fossero ammesse a ricoprire posizioni di responsabilità. Al dibattito sollevato dalle religiose si aggiungeva il pensiero di mons. Kombo, vescovo congolese, che chiedeva che le donne potessero diventare cardinali-laici, non essendo l’istituto del il cardinalato di origine apostolica, né tanto meno legato al ministero sacerdotale.
Sono passati quasi 10 anni da quelle inascoltate richieste, dieci anni trascorsi in un clima di silenzio ed intimidazione, che hanno grandemente pesato sulla libertà di pensiero, di ricerca e di parola all’interno della Chiesa Cattolica, rendendo difficile, se non impossibile, la possibilità di instaurare un concreto e costruttivo dialogo. Le donne sono state, così, ridotte al silenzio e alla invisibilità
La questione femminile si rivela centrale e niente affatto marginale per la credibilità della Chiesa stessa. Il nuovo papa non potrà non affrontare e sciogliere le questioni ancora aperte; egli è chiamato ad avviare una serie di riforme, quali:
1. L’elaborazione di una nuova antropologia che rispetti l’uguaglianza dei due sessi nella condivisione e nella responsabilità: una Antropologia di partnership (corresponsabilità), che affermi il principio di dualità contro l’attuale androcentrico monismo gerarchico.
2. La revisione dei fondamenti delle discipline teologiche, affinché vengano egualmente rispettate le dignità del maschile e del femminile: Dogmatica (la questione del loro essere "immagine di Dio"), Esegesi biblica, Mariologia, Liturgia (introduzione del linguaggio inclusivo), Storia, Morale (si pensi, ad esempio, ai campi della morale sessuale, della contraccezione, della bioetica), Diritto Canonico.
3. L’apertura all’insegnamento e alla riflessione teologica portata avanti dalle donne. Affermare il "genio femminile" significa valorizzare l’apporto che le donne hanno dato alla costruzione del cristianesimo, relativamente alla storia della spiritualità e della pietà, al ruolo che hanno svolto nelle istituzioni monastiche, al loro contributo nella riflessione teologica, consentendo loro di entrare nel circuito accademico e pastorale, Significa, altresì, prendere in considerazione il lavoro di ricerca portato avanti dalle donne - all’interno della sempre nuova costruzione del sapere teologico - rivedendo i libri di testo adottati nelle Facoltà teologiche ed incrementando le possibilità di ricerca e di insegnamento per esse attraverso l’offerta di spazi significativi di ricerca, docenza e dirigenza.
4. La rilettura e la vivificazione del concetto di ministerialità. Occorre valorizzare la donna nei suoi ruoli ministeriali. I ministeri vanno dunque considerati nelle loro molteplici articolazioni non solo recuperando per le donne quegli spazi e quei ruoli specifici che originariamente ebbero all’interno della chiesa primitiva (discepolato, apostolato, diaconato, profezia, missonarietà…), ma anche creandone di nuovi, nel quadro di una pastorale comunitaria rinnovata: non in supplenza di una eventuale deficienza di personale maschile, bensì come servizio necessario alla comunità. Tutto ciò in vista di una trasformazione istituzionale che renda possibile l’esercizio del ministero tanto da parte degli uomini quanto delle donne. Va inoltre sottolineato come la recente, profonda trasformazione del ruolo assunto dalle donne esiga l’ammissione di esse al ministero ordinato (ordine sacro), nei riguardi della quale non sussistono, sono serie e fondate obiezioni teologiche. Nessun ministero è incompatibile con la femminilità (così come Dio stesso).
5. La revisione delle strutture di governo della Chiesa. Attualmente, la donna si vede esclusa da tutti gli organi di governo. Tutti gli uffici ecclesiastici che comportino l’esercizio di potere decisionale continuano ancora ad essere affidati ai chierici, cioè agli uomini, dalle funzioni direttive delle Congregazioni ai Dicasteri, al servizio diplomatico. Bisognerebbe al contrario che le donne fossero rappresentate in tutti gli organi deliberativi: a livello diocesano e parrocchiale, a livello conciliare e sinodale, e relativamente a tutti gli ambiti che regolano la vita morale e pastorale della Chiesa. Posto che la presenza delle donne all’interno della struttura ecclesiale si dimostrerebbe oltremodo preziosa, occorre facilitarne l’accesso alle posizioni decisionali, aprendo nuovi spazi di corresponsabilità operativa. Riconoscere la dignità e l’autorevolezza della persona umana significa, infatti, rendere questa partecipe dei processi decisionali. Il "modello inclusivo di partecipazione" e l’"ethos di uguaglianza" non escludono l’esercizio dell’autorità-servizio, anzi lo esigono! Pertanto, il negare alla donna l’esercizio di governo e la responsabilità etica, significa relegarla nella non-visibilità, in una sorta di minorità che richiede, per esistere, la presenza di una mediazione maschile che controlli, approvi, giudichi, diriga.
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D) 5. L’infausto legame tra sacro e potere
Questo excursus rapidissimo stranamente richiama alla mente tante nostre attuali depravazioni. Siamo vicini a queste forme primitive di convivenza più di quanto non pensiamo normalmente: basti considerare il desiderio di vendetta collettiva che sentiamo echeggiare qua e là ai nostri giorni; ma anche il risvolto della medaglia, e cioè l’esaltazione mitica dei personaggi ritenuti benefici. Ciò che è veramente distante dall’oggi è, più ancora di quest’oscuro passato, il punto ideale verso cui si dovrebbe procedere: un’umanità affratellata, che prepari un futuro migliore per tutti.
L’evoluzione umana consiste nella progressiva liberazione da tutto ciò che minaccia dall’esterno, tramite l’industriosità creativa e collaborativa. Questa strappa alla supina accettazione del destino, che le mistificazioni del mito incoraggiano. Il processo è molto lento, e la causa di tale ritardo nel metterla a frutto è da individuare nell’istituzione che esercita il dominio sulle stesse facoltà umane, rendendole succube e immobilizzate: un popolo prono e adorante, avrà pure un basso tenore di vita, ma non sarà tentato a reagire fino a che si sente protetto.
Pur confermando che in via generale le cose abbiano avuto un simile andazzo, c’è un’altra ipotesi di cui tener conto. Si tratta di una pista di ricerca meno praticata negli studi che si sono fatti sull’argomento.
E’ suggestivo supporre che il sacro non sia stato soltanto la causa dell’inerzia di popoli rassegnati all’accettazione del dato di fatto; che anzi, come abbiamo accennato sopra, esso abbia seminato barlumi di consapevolezza, acuendo il senso del limite, aprendo ad una certa prospettiva di continuità della vita oltre l’arco temporale individuale. Il “fascino terribile” del sacro (come dimenticare la definizione di W. Otto: il sacro è terribile et fascinans?) abbaglia per lo splendore esteriore di cui gli umani lo rivestono; ma nel vivere le azioni sacrali c’è sempre un qualche riferimento diretto al Dio invocato, che forse suscita un sussulto di dignità, di ribellione, di sfida, anche contro la stessa divinità, se è il caso: come Prometeo che ruba i segreto del fuoco alla divinità, riuscendoci, o Spartaco che osa sognare di scuotere le catene della schiavitù, senza riuscirci.
D’altra parte non si può dire che la storia più lontana sia rimasta sempre uguale a se stessa (come vorrebbe ogni istituzione). Non c’è storia di popolo che non registri un qualche tentativo di scorporare il sacro dal potere; la narrazione delle gesta dei grandi lascia tracce della presenza di profeti e uomini coraggiosi (comprese alcune donne la cui incidenza in seno al proprio gruppo è riconoscibile attraverso piccoli segni che le studiose femministe vanno evidenziando), i quali spesso hanno pagato di persona la loro “eversione”.
L’umanità cresce attraverso quei minimi sprazzi di luce che il sacro emana, indipendentemente dal potere che lo manipola. E non s’identifica, per sua natura, né con Dio né coi suoi sacerdoti: quando ciò avviene è per sopruso.
Fino a che punto ne siamo consapevoli oggi?
Se persisterà la convinzione che il potere non può fare a meno del contagio del sacro nei suoi aspetti esteriori - fascino e soprattutto separatezza - ; se si riterrà impossibile correggere tale connubio col controllo e l’indipendenza morale e intellettuale di tutti, la speranza di cambiamento resterà sepolta nell’animo umano.
Ma c’è un’altra insidia che rafforza quel legame infausto; è forse più difficile ancora liberarsi dalla suggestione della “santificazione” dei virtuosi. A metterne una discreta quantità sulla nicchia, non è solo, per parlare dell’oggi, il papa quando canonizza qualcuno/a, ma anche chi, nella nostra società competitiva, si fa forte di un’appartenenza prestigiosa (anche quella clericale).
Fino a quando la società avrà bisogno di persone-mito, di ideologie-mito, di tutto ciò che giustifica una superiorità, non sarà sufficientemente matura. Né, partendo da tali premesse, è auspicabile una società piatta e monotona, perché questa è, piuttosto, la più adatta ad adorare i “grandi e le “grandi idee”.
L’uguaglianza di persone libere non permette a nessuno e a niente di appartenere alla sfera sacra dell’intoccabile. Favorisce la diversità plurale dei contributi personali, culturali e nello stesso tempo riconosce i migliori. Ma, nel farlo, ciascuno/a deve poter apprezzare di più la propria identità, la propria capacità (non di imitare un modello) di avere dentro di sé lo spazio sacro da rispettare e da far rispettare. (A questo risultato, almeno, porta la nostra ipotesi).
6. La liberazione annunciata dal cristianesimo
E’ passata alla storia la parabola storica di un cristianesimo che nasce come novità assoluta rispetto alle altre religioni e poi diviene religione con caratteristiche assimilate dalle precedenti; fino a che, agli inizi dell’evo moderno, con la riforma, non si ha un’ondata di contestazione che spacca la cristianità e, al tramonto della stessa età, esplode la più accesa rivoluzione di pensiero irreligioso ad opera dell’illuminismo. Poi...
Prima di arrivare a questo “poi”, che costituisce i tempi più vicini a noi, riprendiamo alcune puntualizzazioni della bimillenaria storia cristiana occidentale. Gli schemi sono quelli consueti, ma vi mescoliamo dentro anche un metodo interpretativo meno allineato alle tesi di comune divulgazione.
Ecco.
Il cristianesimo sembra interrompere la concezione ciclica delle religioni tradizionali. Infatti queste includono il tempo in un orizzonte ripetitivo, a forma circolare (immagine dell’eterno); in esse il sacro non apre a progetti di cambiamento, anzi li assorbe in sé; e le tradizioni religiose si fanno severe conservatrici del passato, in modo che le ispirazioni profetiche, lo slancio creativo, la voglia di cambiamento siano contenuti nell’alveo dell’istituzione.
Il fatto che il cristianesimo nasca come annunzio profetico di liberazione, non ne fa, ai suoi inizi, una religione con una Chiesa e con un ordine sacerdotale separato. Cosa che però ben presto prende la piega opposta. Riesce deludente constatare che il cristianesimo, il quale si proclama testimone dell’evento di un Dio entrato nella dimensione temporale umana, non sappia avviare un modo davvero rivoluzionario di porsi di fronte al potere consolidato dal sacro, in nome di un rapporto personale con Dio, che è Padre (con il conseguente sentimento di fratellanza universale).
E’ certo che, nonostante tale deviazione, si salvano elementi importantissimi della novità del cristianesimo: molti, lungo tanti secoli, hanno vissuto il contatto fiducioso e niente affatto esteriore con Dio; il concetto di “grazia” come dono di fede che attecchisce nell’interiorità e produce frutti di bene ha generato schiere di testimoni della fede e di apostoli della carità; i testi sacri accompagnano il cammino spirituale dei credenti, carichi di sapienza, di messaggi morali superiori ad ogni legge umana, davvero parlanti di Dio. Tutto questo accade nelle coscienze, senza distinzione di ceto, senza riferimento al potere se non come servizio.
Su questi parametri si dovrebbe misurare la forza della rivoluzione di Cristo. Infatti il suo discepolato agli inizi consiste di un manipolo di persone - uomini e donne - pienamente compresi della chiamata divina e animati dal desiderio di annunciare la salvezza.
Somiglia al lievito di cui parla la parabola, capace di lievitare tutta la massa?
In realtà le cose vanno in maniera meno rosea. Il messaggio crea comunità di fede, ben distinte dal resto della società “temporale”. Perciò appare subito chiaro che la proposta evangelica chieda agli adepti un cambio di appartenenza, una diversità sostanziale dagli altri nella mentalità come nell’agire. Il grande codificatore di questa spaccatura tra Città di Dio e Città del diavolo è Agostino, e una tale visione non è l’eccezione. La stessa caratteristica dei protomartiri è indice del distacco dal contesto socio-politico in nome di un’identità spirituale che cambia totalmente la persona, la strappa alle lusinghe del mondo e la affida alla chiesa di Cristo. Questa, perciò, si qualifica come un’entità destinata ad un grande futuro, qualora riesca ad imporre il suo modello; nel caso specifico di quei tempi, in opposizione al potere di imperatori che si propongono loro stessi quali divinità.
Il possibile dissidio tra potere religioso e potere pubblico era stato prospettato a Gesù: a chi ubbidire, a Cesare o a Dio? La risposta di Gesù non esprimeva biasimo per l’indipendenza della struttura di potere terreno, purché si “desse a Dio quel che di Dio”. Si può dedurre da questa frase tutt’altro che l’invito all’impianto di un altro potere strutturato, religioso; tanto meno sostitutivo del primo. Ma la stessa resistenza al potere sacrale dei martiri, di cui sopra, mentre ha il grande merito di testimoniare la capacità di resistenza da parte di personalità robuste, fa avanzare a gran passi l’urgenza di una forte adesione a quello che in un primo momento è un contro-potere, ma che ben presto diventerà esso stesso una altro potere: quello che assumerà ben presto la chiesa. D’altra parte la decadenza dell’impero favorisce questa declinazione verso un altro asse portante: contro le premesse di liberazione del cristianesimo.
7. Il cristianesimo organico all’impero e la “fuga dal mondo” di alcuni
Accantoniamo (pur prendendo atto delle spiegazioni, non sempre convergenti, che ci sono fornite da vari custodi del “deposito sacro della verità”, da studiosi, teologi e biblisti, storici) l’idea che Gesù sia o non sia Fondatore di una nuova religione destinata a cacciare le altre ai margini (pagi, da cui il termine pagani, erano i villaggi di periferia dove i romani potevano liberamente esprimere la loro religione, dopo che il cristianesimo divenne religione ufficiale). Non c'è bisogno di avallare o di negare la tesi che siano le contingenze storiche a favorire la larga diffusione del cristianesimo in tutta la compagine dell’impero romano.
Piuttosto spostiamo l’attenzione verso una diversa considerazione, valida oltre lo stretto riferimento a quelle condizioni.
Un manipolo di profeti, ma anche un’imponente legione di credenti (in qualcosa) non si può proporre ed opporre a tutta una società (allora estesa lungo le coste del Mediterraneo, come eventualmente oggi accadrebbe di fronte a tutto il mondo). Se lo facesse anche in nome della libertà, non ne avrebbe il diritto, perché la libertà non si può imporre mai, così come la verità. Libertà e verità debbono scaturire dall’interno delle coscienze, dietro lunga maturazione personale e al di dentro di un contesto che la favorisce (può avvenire per reazione a quest’ultimo). Ma anche nell’impossibile ipotesi che tutti se ne convincessero, la società nel suo complesso non potrebbe essere impostata su una fede esterna al suo essere. I valori non sono mai al di sopra e al di fuori delle persone, né eterni e monolitici; scaturiscono volta per volta dalla ricerca umana, che fa bene a custodirli per proporli alle generazioni successive. Anche se si considerassero dati in consegna da Dio, dovrebbero sempre essere filtrati dall’esperienza storica dei popoli e di ciascuno. Né esistono valori aristocratici per gli eroi e i santi, per gli appartenenti ad una categoria, eccetera; siamo noi a pretenderlo per nostra comodità e pigrizia. Questa è per lo meno la convinzione degli odierni assertori della laicità (da intendere come condizione di vita normale, al di fuori di singole appartenenze).
Ammettiamo pure un’altra ipotesi: se c’è da lottare contro un male incombente, ad esempio l’invadenza terrificante di fanatici che hanno una visione integralista delle loro religioni, sarebbe improducente, se non ancora più rovinoso, servirsi di una forza di segno opposto. Un esempio piuttosto vicino: il mondo comunista, per liberare l’Iran dalla piega inaugurata dal pascià di Persia (sotto l’influenza statunitense, considerata decadente), diede man forte al fanatismo islamico, che riuscì ad essere vittorioso. Le conseguenze sono sotto gli occhi di tutti.
Le società (ed è cosa buona e bella conservare il plurale) maturano se lievitate da idee che si fanno strada senza imposizioni, per la forza della loro bontà; solo così favoriscono un cambiamento di mentalità non indotto, che rende le persone consapevoli e responsabili. Il marchio di affidabilità delle idee e delle persone (che se ne fanno battistrada) è la distanza dal potere e la precisa volontà di non creare un altro potere.
Sarebbe un’ingenuità credere che la società romana divenga d’un tratto cristiana, sol perché il cristianesimo diviene, con Costantino, religione di stato. Semmai è il cristianesimo ad inclinare in modo ancor più accentuato verso una forte strutturazione; tanto che anche i titoli onorifici e i paludamenti sacri sono mutuati dal mondo imperiale romano.
Ma non è da dimenticare che accanto alle nuove istituzioni che fanno del tutto per trasformare la società da pagana in cristiana, attraverso una dottrina sempre più definita e ritenuta sinonimo di verità, c’è sempre stato una parte di discepolato non funzionale all’indottrinamento, nutrito di fedeltà alla sequela di Cristo: è il filo d’oro che si insinua tra le storture storiche ed è speranza di una vera liberazione delle coscienze contro ogni potere. E’ sintomatico però che, mentre nei primi tempi il discepolato si svolgeva in forme di vita non rigide, ora, nel “mondanizzarsi” del cristianesimo, gli spiriti sensibili ad una scelta di vita cristiana coerente col vangelo, cercano rifugio in luoghi appartati, e finiscono col divenire una categoria a parte.
Il radicalismo evangelico che li spinge alla rottura col mondo è una forma implicita di protesta contro un cristianesimo molto caratterizzato dai segni esteriori della sacralità... onorifica.
Si creano così luoghi fecondi di bene (non c’è chi non riconosca quanti frutti di carità e quanta luce di verità si siano irradiati dai monasteri); quel che resta problematico è la distanza, morale oltre che materiale, che si crea tra cristiani che si danno - per scelta - delle regole finalizzate alla santità di vita, e cristiani “comuni”.
E la società certamente non matura perché ci sono cristiani che fuggono dal mondo e ne creano uno migliore, a sé stante.
(Dal libro di Ausilia Riggi Pignata “Oltre il Nulla”)